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Films "polar" francesi


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#21 corey

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Inviato 21 maggio 2009 - 06:05

Maigret e il caso Saint Fiacre (Maigret et l'affaire Saint Fiacre, 1959) di Jean Delannoy con Jean Gabin, Michel Auclair, Valentine Tessier

Contattato dalla contessa del castello di Saint-Fiacre a causa di una lettera anonima che le preannuncia la morte imminente, il commissario Maigret si reca nel minuscolo villaggio della Bretagna per scongiurare il pericolo. Ma durante la funzione delle Ceneri, proprio come le era stato annunciato, la contessa, già debole di cuore, schiatta per arresto cardiaco. Maigret era in chiesa a pochi metri da lei quando la contessa è spirata, ma, nonostante le apparenze di una fatalità, il corpulento commissario è convinto trattarsi di assassinio. Qualcuno a conoscenza della fragilità cardiaca della contessa le deve aver procurato uno choc emotivo letale. Come è stato possibile? Chi è il colpevole?

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Premesso che detesto il Maigret cinematografico e le sue insinuanti sottigliezze psicologiche, questo film del 1959 girato con irreprensibile mestiere da Jean Delannoy e interpretato con altrettanta sicurezza da Gabin ha cercato di farmi cambiare idea, senza peraltro riuscirvi. Ben confezionato, ben recitato e ben fotografato, ma che piattezza vedere un film il cui unico interesse risiede in un'indagine tanto sorniona quanto infallibile (indagine che per giunta si risolve con deplorevole sbrigatività).

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#22 corey

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Inviato 28 maggio 2009 - 09:31

Leggero passo indietro per recuperare uno dei tre titoli fondamentali del genere:

La grande razzia (Razzia sur la Chnouf, 1955) di Henri Decoin con Jean Gabin, Marcel Dalio, Lino Ventura, Albert Rémy, Magali Noël

Richiamato dagli Stati Uniti per riorganizzare il traffico di droga a Parigi, Henri Ferré detto "Le Nantais" (Jean Gabin) è alle dipendenze del boss Liski (Marcel Dalio), che gli affida il bar "Le Troquet" come copertura e quartier generale. Lisette (Magali Noël), la cassiera del locale, si innamora presto di lui, mentre i due scagnozzi Roger le Catalan (Lino Ventura) e Bibi (Albert Rémy) si occupano di eseguire gli ordini di Liski spalleggiando Henri nella ristrutturazione della rete della droga. Ma "Le Nantais" sembra comportarsi in modo strano...

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Uscito nelle sale parigine il 7 aprile 1955, "La grande razzia" è il secondo dei tre polar fondativi del genere: difatti, assieme a "Grisbi" di Jacques Becker (uscito nel marzo del 1954) e a "Rififi" di Jules Dassin (uscito il 13 aprile 1955), "Razzia sur la chnouf" stabilisce il canone del noir alla francese: narrazione secca ma con particolare attenzione alle psicologie, rappresentazione realistica del sottobosco criminale e un certo gusto romantico per i rapporti umani che si traduce in notazioni minute (le bevande, il cibo, le piccole debolezze quotidiane) e in risvolti sentimentali di trattenuta tenerezza.

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Adattamento dell'omonimo romanzo di Auguste Le Breton (autore di spicco della "Série Noire" e presente nel film in una breve apparizione come biscazziere), "La grande razzia" è il primo polar in assoluto a confrontarsi direttamente col tema della droga (presentato come un autentico flagello nella didascalia iniziale) ed è il primo ruolo poliziesco di Gabin, che fino ad allora aveva vestito prevalentemente panni criminali o tragici (da "Pépé le Moko" di Duvivier al già citato "Grisbi", passando per i personaggi tormentati de "L'angelo del male" di Renoir o "Alba tragica" di Carné).

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Eppure, nonostante gli indubbi meriti fondativi, il film di Henri Decoin (un cineasta appartenente alla generazione dei registi francesi "di qualità") è nettamente inferiore sia al precedente "Grisbi" che all'immediatamente successivo "Rififi": se rispetto al polar di Becker evidenzia forti limiti drammatici ed evocativi (la narrazione si dispiega assai schematicamente e le atmosfere difettano di suggestività), rispetto alla pellicola di Dassin tradisce una scarsa originalità stilistica (le sequenze che si vorrebbero più espressive e scioccanti, come quelle dedicate agli effetti della droga, si risolvono in triviale sensazionalismo). Restano invece impresse nella memoria la rocciosa interpretazione gabininana e, soprattutto, la feroce brutalità del duo Ventura/Rémy, "truands" dai modi spicci e dal grilletto facile che non esitano un istante ad imbracciare revolver e mitra per ingaggiare sparatorie all'ultimo sangue con la polizia, anche quando ormai tutto è perduto.

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#23 corey

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Inviato 07 giugno 2009 - 10:13

Chi ha ucciso Bella Shermann? (La mort de Belle, 1961) di Edouard Molinaro con Jean Desailly, Alexandra Stewart, Monique Mélinand, Jacques Monod, Marc Cassot, Yves Robert

Bella Shermann, giovane e desiderabile studentessa americana che frequenta l'Università di Ginevra, viene assassinata nella dimora della famiglia che la ospita. Nell'abitazione dei coniugi Blanchon la notte dell'assassinio c'era soltanto Stéphane (Jean Desailly), professore di storia rimasto a casa per correggere i compiti dei suoi alunni e finire un lavoro al tornio. I sospetti ricadono immediatamente su di lui: ma è stato davvero il pacioso professore a uccidere la ragazza? E, soprattutto, Bella Shermann era quella ragazza candida e innocente che i coniugi Blanchon credevano?

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Dal romanzo del 1952 di Georges Simenon "La mort de Belle", Edouard Molinaro estrae un piccolo gioiello noir dai riflessi ossessivi e soffocanti, una perla nera avvolta nell'atmosfera opprimente della malignità borghese ginevrina dei primi anni '60. Classe 1928, Molinaro, divenuto successivamente celebre per le commedie con Louis de Funès e soprattutto per il film Il vizietto (1978), qui mostra di saper gestire con encomiabile padronanza spazi, tempi e dinamiche psicologiche di una vicenda dai toni sottilmente allucinatori. La parabola dell'uomo inoffensivo e ordinario che, messo con le spalle al muro da circostanze sfavorevoli, sprofonda in un incubo persecutorio ha un che di kafkiano ovviamente, ma Molinaro evita con cura le soluzioni visionarie o barocche, giocando invece sul lento ma inesorabile accumulo di elementi angoscianti e "civilmente" perturbanti.

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Sguardi sospettosi, insinuazioni velenose, diffidenza strisciante: intorno al placido professore di storia del Collegio di Ginevra si stringe la morsa dell'incriminazione collettiva, istigata dal perbenismo borghese e cementata dal più becero conformismo. Situazione già vista e rivista (basti pensare a Il corvo, 1943, di Henri-Georges Clouzot), ma che Molinaro, interpretando perfettamente lo spirito simenoniano, utilizza non tanto per creare una tensione fine a se stessa quanto per scardinare l'intimità dei personaggi principali: Bella (Alexandra Stewart) e specialmente Stéphane (Jean Desailly). Lungi dall'essere quella creatura candida e immacolata che i coniugi Blanchot credono, la giovane studentessa americana è una ragazza maliziosamente annoiata e già esperta nell'arte della seduzione e il quieto professore di storia un individuo insoddisfatto della propria vita incolore e schiacciato dalla personalità trasgressiva del padre (un libertino che ha dissipato i beni familiari per poi suicidarsi prima di diventare vecchio).

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Sono proprio le incrinature dei ritratti ufficiali a rendere questi due personaggi interessanti e profondamente umani. Inevitabile che la storia si premuri di stabilire una relazione tra loro: Bella era segretamente innamorata di Stéphane e lui capisce solo fuori tempo massimo quanto sia stato miope di fronte ai segnali lanciatigli dalla ragazza. L'intreccio criminale altro non è che il pretesto per lo scavo delle psicologie e lo studio d'ambiente: già, perché, pur concentrandosi sui risvolti psicoanalitici, Chi ha ucciso Bella Shermann? non rinuncia affatto alla descrizione del contesto circostante. Molinaro non tratteggia soltanto la giostra di rituali borghesi della comunità (le partite a bridge, le funzioni liturgiche, i convenevoli domestici), ma rappresenta anche la vita urbana nel suo concreto palpitare, dalle conversazioni in riva al lago alle frequentazioni dei locali notturni, passando per l'attività nel collegio e per la flânerie solitaria di Stéphane nella città vecchia.

http://webopac.csbno...e.php?id=418700

Ci sarebbero molti altri aspetti da mettere in evidenza a favore di questo noir ingiustamente misconosciuto - l'uso raffinatissimo della voce over, la distribuzione misurata dei flashback, le musiche gustosamente stranianti di Georges Delerue, la precisione dell'inscatolamento spaziale dei personaggi in casa Blanchon, la trattenutissima carica erotica che attraversa l'intero film, il valore "psichico" di un ubriacone incontrato casualmente da Stéphane nella sua estrema deriva notturna (una "quasi proiezione" della figura paterna), la tensione latente tra svizzeri e francesi - ma purtroppo numerosi meriti della pellicola sono penalizzati dal dvd edito dalla HOBBY & WORK, con la sola versione doppiata, dalla mediocre qualità visiva, dal quadro irrispettoso del formato originale (l'adattamento al format televisivo "mangia" i margini laterali dell'immagine) e funestato da incalcolabili lacune di fotogrammi che tempestano la pellicola, interrompendo spesso e volentieri dialoghi e dinamiche drammatiche. Dommage!
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#24 corey

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Inviato 10 giugno 2009 - 12:30

Il delitto Dupré (Les bonnes causes, 1963) di Christian-Jaque con Bourvil, Marina Vlady, Virna Lisi, Pierre Brasseur, Umberto Orsini

Paul Dupré, ricco cardiopatico di mezza età, muore a causa della somministrazione per endovena di un farmaco da iniettare via intramuscolare. Ad essere accusata è la sua giovane infermiera (ed amante) Gina Bianchi, ma la moglie Catherine non è affatto estranea al letale scambio di fiale...

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Adattamento del romanzo "Les bonnes causes" (1960) del giornalista e romanziere di successo Jean Laborde, "Il delitto Dupré" più che un polar vero e proprio è un noir giudiziario scandito da un ritmo spigliato e percorso da una vena paradossale che lo trascinano spesso e volentieri dalle parti della commedia. Assai distante dai più recenti "legal thriller" hollywoodiani, il film di Christian-Jaque (supremo rappresentante del "cinema di qualità") si destreggia assai abilmente tra tratteggio delle psicologie, definizione delle situazioni e riflessione sull'amministrazione della giustizia. Grazie ai brillantissimi dialoghi di Henri Jeanson (vecchia volpe dei copioni francesi), al bianco e nero smagliante di Armand Thirard (direttore della fotografia, tra gli altri, di Henri-Georges Clouzot) e ad interpretazioni sopraffine (Marina Vlady nei panni della manipolatrice Catherine Dupré, Pierre Brasseur nel ruolo del causidico avvocato Charles Cassidi e Bourvil nella parte del donchisciottesco giudice Albert Gaudet su tutti), "Il delitto Dupré" garantisce 112' di professionalità cinematografica a 24 carati.

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Tutto è assolutamente inappuntabile in questo giallo legale in prezioso cinemascope: l'equilibrio nel dosaggio delle informazioni (l'autentica dinamica del delitto viene rivelata con sorniona nonchalance), la miscela di subdolo cinismo e vanità professionale (la sensuale spregiudicatezza della signora Dupré stuzzica l'amorale istrionismo dell'avvocato Cassidi) e la fitta ragnatela di menzogne che avvolge la verità fino a farla scomparire del tutto (l'astuzia dialettica dell'avvocato riesce a deformare la realtà a suo uso e consumo). Se a tutto ciò aggiungiamo una regia cristallina che non rinuncia a concedersi pezzi di bravura in punti strategici (come l'incipit girato interamente in soggettiva), la descrizione del film risulta sufficientemente chiara: una pellicola argutamente scritta, impeccabilmente interpretata e abilmente diretta. In una parola, calligrafica. Unica perla nera: il personaggio di Bourvil, stringhe perennemente slacciate, reietta incarnazione della giustizia.
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#25 corey

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Inviato 11 giugno 2009 - 08:40

Colpo grosso al Casinò (Mélodie en sous-sol, 1963) di Henri Verneuil con Jean Gabin, Alain Delon, Maurice Biraud, Viviane Romance, Carla Marlier

Appena uscito dal carcere, lo stagionato Charles (Jean Gabin) non perde tempo e, procuratasi la mappa del casinò di Cannes, recluta il giovane e fascinoso Francis (Alain Delon), un suo ex compagno di cella, e il di lui cognato Louis (Maurice Biraud), un meccanico al di sopra di ogni sospetto, per realizzare un colpo miliardario: svaligiare la casa da gioco al termine della stagione estiva (quando la cassaforte è bella satolla). Questi i ruoli del team: Francis dovrà disporre di assoluta libertà di movimento nei camerini della sala per gli spettacoli del casinò "Palm Beach", Louis dovrà soltanto guidare la Rolls Royce di Charles e quest'ultimo orchestrerà tempi e movimenti entrando in azione esclusivamente per prelevare le borse piene di contanti dalla cella blindata della sala da gioco.

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Primo polar di grande successo del regista armeno naturalizzato francese Henri Verneuil (il secondo sarà Il clan dei siciliani del 1969), Mélodie en sous-sol, titolo che significa "Melodia nel sottosuolo" inteso come sottobosco malavitoso, è un caper movie made in France modellato sull'esempio americano di Colpo grosso (Ocean's Eleven, 1960) di Lewis Milestone. Il principio è lo stesso: cast prestigioso (Gabin e Delon per la prima volta insieme), ambientazione di lusso (là Las Vegas, qui la Costa Azzurra) e confezione stilosa (morbide panoramiche, carrellate felpate, tagli ricercati delle inquadrature, spruzzate di jazz come commento musicale). A insaporire il copione (si tratta dell'adattamento del romanzo The Big Grab di John Trinian messo a punto dallo scrittore "Série Noire" Albert Simonin) ci pensano i sapidi dialoghi di Michel Audiard (padre di Jacques, regista di Regarde les hommes tomber e Sur mes lèvres), dialoghista di punta del cinema francese di qualità.

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Ma a differenza del modello americano, il cui unico scopo era quello di sedurre lo spettatore con l'edonismo delle interpretazioni e con una messa in scena extra lusso, il film di Verneuil punta maggiormente sul cesello delle psicologie (Charles è uno scafato truand con ambizioni borghesi desideroso di trasferirsi in Australia insieme alla fedele mogliettina, Francis un ladruncolo tanto volgarotto e tentennante quanto sfrontato e intraprendente, mentre Louis un buon diavolo preda di scrupoli morali a scoppio ritardato) e sulla rappresentazione particolareggiata del colpo (gli ultimi quaranta minuti di film sono occupati dalla descrizione quasi fenomenologica della rapina, con un modus operandi non troppo dissimile da quello adottato nel 1955 da Jules Dassin in Rififi). Ovviamente spiccano, nella lunghissima sequenza dell'hold up, le doti atletiche di Delon, felino ed elegante al punto giusto. Corona il tutto un finale limpidamente hustoniano, in cui la vanità degli sforzi conferisce all'impresa una sua gratuita grandiosità: senza ombra di dubbio la sequenza più tesa e incalzante del film.
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#26 corey

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Inviato 12 giugno 2009 - 08:45

Sciarada per quattro spie (Avec la peau des autres, 1966) di Jacques Deray con Lino Ventura, Jean Bouise, Marilù Tolo, Jean Servais

Pascal Fabre (Lino Ventura), un agente inviato a Vienna per controllare il sospetto operato del suo collega e vecchio amico Margeri (Jean Bouise), si trova invischiato in una lotta tra servizi segreti per il possesso di uno scottante microfilm (custodito nel bastone di Margeri, detto "lo zoppo"). Tra pedinamenti, rapimenti e ricatti vari, Fabre si vede costretto ad usare le maniere forti più di una volta per cercare di salvare la propria pelle e quella dell'amico, che nel frattempo è stato sequestrato dalle spie nemiche. 

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Sesto lungometraggio del cineasta francese Jacques Deray (1929-2003), "Sciarada per quattro spie" è un'ingarbugliatissima spy story che mette a dura prova le capacità raziocinanti anche dello spettatore più motivato. Adattamento del romanzo "Au pied de mur" del giornalista e scrittore Gilles Perrault (classe 1931), "Avec la peau des autres" (questo il titolo originale, alla lettera "Con la pelle degli altri") ricicla situazioni e ambientazioni provenienti da "Il terzo uomo" (1949) di Carol Reed, aggiornandole in chiave francese. A contare sono soprattutto le interpretazioni di Lino Ventura, Jean Servais (l'avvocato Wegelt) e Jean Bouise: facce da polar che danno alla vicenda toni duri e malinconici, quando non apertamente tragici.

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Ma al di là di una vicenda contorta all'inverosimile, in cui i personaggi stessi sono obbligati a fare spesso il punto della situazione aiutandosi addirittura con schemi disegnati, e di una galleria di facce da polar d'annata, "Sciarada per quattro spie" sfrutta decorosamente il set viennese, cogliendo ogni occasione per mostrare la capitale austriaca alla luce del giorno, in esterni notturni o nelle gallerie scarsamente illuminate. E se la pazienza dello spettatore non è travolta dai vertiginosi retroscena o dalla caterva di sorprese, è possibile gustarsi alcune sequenza girate con indubbio senso dello spazio (magari un po' compiaciuto ed estetizzante). Deray sa dove piazzare la macchina da presa e come giocare con le visuali offerte dal set, mantenendosi sempre a debita distanza dal cuore dell'azione e lasciando al montaggio il compito di assicurare la spettacolarità delle sequenze.

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Ovviamente tutto il film, Servais e Bouais permettendo, riposa sulle larghe spalle del granitico Lino Ventura che, fresco della collaborazione con Jean-Pierre Melville in "Le deuxième souffle", qui è in gita premio: tra camminate perentorie sui marciapiedi viennesi e sguardi carichi di sospettosa severità, l'attore italo-francese (nato a Parma nel 1919) dà libero sfogo a tutte le sue doti attoriali, ora inchiodando i suoi occhi inquisitori sul volto del malcapitato di turno, ora producendosi in vigorosi corpo a corpo in cui mettere a frutto il suo passato di lottatore, senza peraltro disdegnare calibrati colpi di pistola equamente distribuiti tra agenti avversari, smidollati traditori e collaboratori caduti nelle grinfie del nemico. Tutto sommato un film guardabile, possibilmente con blocco degli appunti a portata di mano per riordinare la trama.

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#27 bluetrain

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Inviato 15 giugno 2009 - 13:11

Il delitto Dupré (Les bonnes causes, 1963) di Christian-Jaque con Bourvil, Marina Vlady, Virna Lisi, Pierre Brasseur, Umberto Orsini


Ieri sera stavo guadando Il delitto Dupré, quando - a circa 20 minuti dalla fine della pellicola - mi sono tragicamente reso conto che il dvd (originale, porca di quella...) è difettoso e si inchioda irreversibilmente in quel determinato punto.
Sicchè, il finale non mi resta che immaginarlo, per il momento.
Cercando di mantenere un certo aplomb, diciamo pure che è una sitauzione leggermente seccante.
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#28 corey

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Inviato 15 giugno 2009 - 16:33

A me è successa la stessa cosa con il dvd di Chi ha ucciso Bella Shermann?. La rogna fa vorticare abbastanza i testicoli, ma è sufficiente che tu rispedisca il dvd difettoso alla hobby & work descrivendo brevemente i problemi riscontrati e loro ti mandano un altro disco in sostituzione. Le edizioni sono abbastanza scacione (ad esempio il disco de Il delitto Dupré, pur vantando una qualità visiva eccellente, ha solo la versione doppiata, chelipossino!), ma il servizio clienti funge.
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#29 bluetrain

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Inviato 16 giugno 2009 - 23:42

Nel frattempo, nell'attesa di avere la copia sostitutiva, mi sono mulescamente procurato la versione in lingua originale e mi son visto la parte mancante (fortunatamente col francese me la cavo piuttosto bene). Non tutti i mali vengono per nuocere, l'avvocato Cassidi in lingua originale, è davvero su un altro pianeta. Bel film comunque, girato con tecnica a tratti sopraffina.

Edit: Corey, è da un po' che me lo chiedo, di chi è la frase che riporti in firma (mi piace assai)?
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#30 corey

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Inviato 17 giugno 2009 - 00:09

Nel frattempo, nell'attesa di avere la copia sostitutiva, mi sono mulescamente procurato la versione in lingua originale e mi son visto la parte mancante (fortunatamente col francese me la cavo piuttosto bene). Non tutti i mali vengono per nuocere, l'avvocato Cassidi in lingua originale, è davvero su un altro pianeta. Bel film comunque, girato con tecnica a tratti sopraffina.

Edit: Corey, è da un po' che me lo chiedo, di chi è la frase che riporti in firma (mi piace assai)?


Sì, in effetti si tratta di un film molto gradevole, con dialoghi arguti e sottili e numerosi pezzi di bravura sia attoriali (la preparazione notturna dell'incontro col giudice è da manuale della recitazione) che registici (l'incipit su tutti). Ciononostante il film sceglie deliberatamente di non oltrepassare i limiti del calligrafismo. Non che questo sia un male di per sé, beninteso, solo che è una precisazione necessaria per non sopravvalutarlo irragionevolmente. Comunque ti invidio non poco per aver colmato la lacuna in versione originale, mi sa tanto che ti imiterò...

La frase in calce è farina del mio sacco, ça va sans dire ;)
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#31 bluetrain

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Inviato 17 giugno 2009 - 13:39

La frase in calce è farina del mio sacco, ça va sans dire ;)


Stima atque invidia.
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#32 bluetrain

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Inviato 14 luglio 2009 - 14:26


...

Eppure, nonostante gli indubbi meriti fondativi, il film di Henri Decoin (un cineasta appartenente alla generazione dei registi francesi "di qualità") è nettamente inferiore sia al precedente "Grisbi" che all'immediatamente successivo "Rififi": se rispetto al polar di Becker evidenzia forti limiti drammatici ed evocativi (la narrazione si dispiega assai schematicamente e le atmosfere difettano di suggestività), rispetto alla pellicola di Dassin tradisce una scarsa originalità stilistica (le sequenze che si vorrebbero più espressive e scioccanti, come quelle dedicate agli effetti della droga, si risolvono in triviale sensazionalismo). Restano invece impresse nella memoria la rocciosa interpretazione gabininana e, soprattutto, la feroce brutalità del duo Ventura/Rémy, "truands" dai modi spicci e dal grilletto facile che non esitano un istante ad imbracciare revolver e mitra per ingaggiare sparatorie all'ultimo sangue con la polizia, anche quando ormai tutto è perduto.


L'ho visto ieri sera. Sarà che perdo le bave tanto per Jean Gabin quanto per Lino Ventura, e dunque il mio giudizio risulta essere obnubilato dal mio semifanatismo, ma non sei stato un tantino severo nel criticare il film?
D'accordo che due capolavori come Grisbi e Rififi stanno là in cima e sono difficilmente eguagliabili (tenendo in diparte, va da sè, Melville), ma ritengo che anche La grande razzia dica la sua, molto più che dignitosamente.
A ciò si aggiunga che tratta un tema - quello della droga - non certo facile da narrare per l'epoca. Da qui, l'abbozzare con sufficienza quasi un po' "circense" le scene che rappresentano gli effetti degli stupefacenti, ma penso proprio che i tempi non fossero maturi e, in ogni caso, sono aspetti che rimangono di contorno alla pallecola, che incentra la vicenda principale sul topos guardie e ladri e sulle dinamiche psicologiche dei protagonosti.

... narrazione secca ma con particolare attenzione alle psicologie, rappresentazione realistica del sottobosco criminale e un certo gusto romantico per i rapporti umani che si traduce in notazioni minute (le bevande, il cibo, le piccole debolezze quotidiane) e in risvolti sentimentali di trattenuta tenerezza.


Ecco questo lo sottoscrivo in pieno, in particolare la parte grassettata: la scena della cena di Gabin, alla quale si uniscono Ventura e Rémy, è magistrale in questo senso.
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#33 corey

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Inviato 14 luglio 2009 - 23:34

Non escludo di essere stato un po' drastico, lo ammetto. Il fatto è che cronologicamente Razzia sur la chnouf si colloca proprio tra Grisbi e Rififi e come quest'ultimo è un adattamento improntato al realismo di un romanzo "Série Noire" di Auguste Le Breton. Se aggiungi che, insieme ai due titoli menzionati, è considerato uno dei tre polar fondativi, la necessità di ridimensionarlo si impone.
Poi è ovvio che preso singolarmente un suo perché ce l'abbia. Vero anche quanto dici sul trattamento del tema droga e sulla centralità delle dinamiche psicologiche. Il mio giudizio è invece motivato dal confronto obbligato con le pellicole di Becker e Dassin da una parte e dalla valutazione degli aspetti squisitamente cinematografici dall'altra: tranne un paio di eccezioni (la sequenza nel locale africano e il duello finale tra Jean Gabin e Albert Rémy) lo stile di Decoin è tutto fuorché personale e inventivo. Al contrario è visibilmente meccanico e legnoso.
Sulla cena notturna nel locale di Gabin, rivisitazione canagliesca di quella tra Gabin e Riton in Grisbi, siamo totalmente d'accordo: era proprio a quella che pensavo descrivendo il "certo gusto romantico...".
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#34 corey

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Inviato 21 luglio 2009 - 11:44

Entre chiens et loups (2002) di Alexandre Arcady con Richard Berry, Saïd Taghmaoui, Joaquim de Almeida, Anouk Grinberg, Etienne Chicot

Adrien (Richard Berry), virtuoso della rapina malato di cancro in stadio avanzato, e Werner (Saïd Taghmaoui), cecchino mercenario con tendenze suicide, vengono assoldati da un certo signor Radman (Joaquim de Almeida) per compiere una missione in Romania. I due, che non temono la morte per ragioni diverse, devono inscenare un attentato a un politico di dubbia fama per risollevarne la popolarità alla vigilia delle elezioni ed essere uccisi dalle sue guardie del corpo. In cambio ricevono una consistente somma di denaro che servirà al sostentamento della famiglia del primo e al benessere del fratello del secondo. Ma sulla scena dell'imboscata le cose non vanno secondo i piani prestabiliti e Adrian e Werner, lasciati inspiegabilmente in vita, si trovano coinvolti in un vero e proprio intrigo internazionale.

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Adattamento del libro Iaroslav, pubblicato nel 2000 dal romanziere, sceneggiatore e dialoghista Claude Klotz (uomo di fiducia di Patrice Leconte), Entre chiens et loups è il dodicesimo lungometraggio di Alexandre Arcady (padre di Alexandre Aja), mestierante specializzato in film di genere (soprattutto polizieschi e commedie, anche combinati). In questa occasione il regista nato ad Algeri è fiancheggiato, in sede di sceneggiatura, dal figlio e dal suo inseparabile collaboratore Grégory Levasseur, ma il risultato finale, purtroppo, è piuttosto deludente. Nonostante un incipit al fulmicotone, con una rapina ad un aereo sulla pista di decollo con tanto di elicottero da guerra, Entre chiens et loups è difatti un "polaraccio" di bassa lega salvato soltanto da alcune sequenza d'azione pregevolmente girate (il regista della seconda unità è proprio Alexandre Aja) e altrettanto efficacemente montate (accanto alla prima montatrice Joële van Effenterre scintillano le forbici del geniale Baxter). Ma al di là dei meriti tecnici (tra i quali vanno ascritte la fotografia desaturata di Alessandro Feira Chios e la musica di commento di Philippe Sarde e Xavier Jamaux) il polar di Arcady è sensibilmente deficitario sia dal punto di vista narrativo che da quello della caratterizzazione dei personaggi.

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Sbrigative e schematiche, le dinamiche del racconto scivolano via senza trovare un loro baricentro (i rovelli interiori dei protagonisti? le macchinazioni politiche internazionali? l'azione forsennata?), alternando piuttosto meccanicamente quadretti dedicati ora all'una ora all'altra componente dell'intreccio. Ciò che tuttavia delude maggiormente è il disegno dei personaggi: pur potenzialmente interessanti (un rapinatore con le ore contate e un mercenario incontrollabile offrono innumerevoli varianti combinatorie), i due personaggi principali sono segregati nella gabbia psicologicistica dello stereotipo (Adrien il sentimentale scrupoloso, Werner lo sciroccato esuberante). Non diversamente va per il doppiogiochista Radman/Constantin (de Almeida), villain perfido fino all'ultima cellula, e per le figure femminili, relegate al ruolo di mogli lacrimanti e remissive (Marie, la coniuge di Adrien interpretata da Anouk Grinberg) o ridotte al rango di prostitute da eliminare clinicamente (Sonia, la ballerina del locale notturno che mette in guardia Adrien). Una galleria di cliché senz'anima, insomma.

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Va un po' meglio con l'ambientazione: anche se le atmosfere non convincono a sufficienza (specialmente negli interni), le location di Bucarest e dintorni, dove si svolge prevalentemente il film, sono sfruttate con discreta incisività, ritagliando nel set metropolitano scenari adeguati per inseguimenti automobilistici e brutali corpo a corpo e riparando la fuga dei due braccati in boschi rigogliosamente verdeggianti. Quanto alla "chimica" tra Berry e Taghmaoui, benché entrambi gli interpreti non battano la fiacca, resta un'astratta formula scritta sul copione, la loro intesa non oggettivandosi filmicamente e il loro linguaggio attoriale non trovando mai un effettivo terreno di dialogo (né verbale né fisico). Appiccicate col mastice, infine, le due canzoni di Johnny Hallyday (Un monde à part e Entre chiens et loups) che incorniciano il film di Arcady. Fatte salve le qualità tecniche e le aperture ambientali, una delusione cocente.

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i periti hanno dimostrato che non vi è alcuna certezza.

#35 dazed and confused

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Inviato 21 luglio 2009 - 15:07

Ascensore per il patibolo (Ascenseur pour l'échafaud, 1957) di Louis Malle con Jeanne Moreau, Maurice Ronet, Georges Poujouly, Yori Bertin, Lino Ventura

Parigi, venerdì, ore 19. D'accordo con la sua amante Florence, Julien Tavernier, ex paracadutista reduce dalla guerra d'Indocina attualmente impiegato nella compagnia del potentissimo Carala, uccide il datore di lavoro (nonché marito di Florence) inscenando un suicidio dello stesso. Il piano è perfettamente congegnato, ma una sciocca disattenzione (una corda dimenticata sul parapetto dell'ufficio di Carala) costringe Tavernier a tornare all'interno dell'edificio mentre il portiere sta per disattivare la corrente e chiudere il palazzo. Tavernier resta bloccato nell'ascensore, Florence lo attende invano al solito caffè...

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Struggente meditazione sul binomio "Amore e Destino" in chiave noir, "Ascensore per il patibolo" è il primo lungometraggio di Louis Malle, giovane operatore (classe 1932) specializzato in riprese subacquee per Jacques Costeau (col quale ha realizzato l'anno prima il blasonato "Le monde du silence"). Tratto da un romanzo dozzinale di Noël Calef, "Ascenseur pour l'échafaud", con la sua risaputa miscela di amore, morte e suspense, potrebbe addirittura sembrare un polar convenzionale, tanto la progressione drammatica è serrata e incalzante. Tra struggimenti mélo e messinscene suicide, il canovaccio narrativo altro non è difatti che l'ennesima variazione sul tema dell'amore impossibile tra due amanti ostacolati dal fato.

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Ma è proprio la feroce implacabilità della separazione, magnificata cinematograficamente da Malle con un incipit telefonico visivamente vertiginoso, a offrire all'esordiente cineasta l'occasione di piegare il genere verso profondità indimenticabili. Dopo la telefonata iniziale, Florence e Julien (Jeanne Moreau e Maurice Ronet, entrambi in stato di grazia) sono destinati a non comunicare, non condividere gli stessi spazi e non incontrarsi mai, pur essendo accomunati dal medesimo destino.

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Paradossalmente questa crudele segregazione "apre" il film alla deriva stilistica: mentre Julien è irrimediabilmente imprigionato nell'ascensore, Florence lo cerca disperatamente per tutta Parigi indovinandolo ovunque ma non trovandolo mai. Malle - ed è questa la trovata più esaltante della pellicola - filma i due spazi antitetici come se fossero luoghi analoghi: la buia cabina dell'ascensore diventa un territorio da smantellare e interrogare come se fosse una scatola cinese, mentre la sfavillante oscurità della Ville Lumière si tramuta inesorabilmente in un contenitore vuoto, privo della sola presenza agognata da Florence. Desiderio e angoscia impregnano indifferentemente i due spazi, facendo dell'uno la cassa di risonanza dell'altro.

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Giustamente il film è diventato celebre per le spaesate camminate notturne di Jeanne Moreau nelle strade di Parigi, passeggiate rese ancora più lancinanti e astratte dagli assolo della tromba di Miles Davis (inutile ricordare che le musiche sono il frutto di una sola notte di registrazione, durante la quale il trombettista, accompagnato da un sax, un piano, un contrabbasso e una batteria, ha improvvisato davanti alle immagini mute che passavano sullo schermo). Eppure senza la capacità "quasi bressoniana" mostrata da Louis Malle nel fare dell'ascensore uno spazio cinematograficamente produttivo il film non avrebbe lo stesso equilibrio compositivo.

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Sarebbe delittuoso, infine, non mettere in relazione il polar del 1957 di Malle con quello girato l'anno prima da Jean-Pierre Melville: "Bob le flambeur". Non soltanto entrambi anticipano e spianano la strada alle intemperanze stilistiche della nascitura Nouvelle Vague, ma i due film sono strettamente legati dalla presenza di Henri Decaë, che della Nouvelle Vague sarà il direttore della fotografia per eccellenza. Si può anzi tranquillamente affermare che "Ascensore per il patibolo" è il polar complementare a quello melvilliano, il suo controtipo negativo: se in "Bob le flambeur" Melville e Decaë immergevano Montmarte e Pigalle in un'aura crepuscolare dal sapore diffusamente nostalgico, in "Ascenseur pour l'échafaud" Malle e lo stesso Decaë anneriscono decisamente i toni, dando a Parigi un aspetto tenebroso e angosciosamente minaccioso. Così, se "Bob le flambeur" è il ritratto sorridente di una Parigi che abbraccia i suoi figli, "Ascensore per il patibolo" è il ghigno maledetto di una metropoli che si allea col Destino per separare gli amanti, ai quali non è concesso che un abbraccio fotografico gravido di conseguenze fatali. "Mais là nous sommes ensemble. Là, en quelque part, réunis".

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Lo daranno a breve in piazza Maggiore, a Bologna, per la ressegna della cineteca. Imperdibile.Avevo letto da qualche parte che Miles Davis non aveva visto in anticipo le scene da musicare e che sotto invito di Malle, improvvisò. E' vera questa storia?
Grazie, corey, il thread è splendido, ricco di notizie e ovviamente ben scritto.
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#36 bluetrain

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Inviato 21 luglio 2009 - 15:17

Pare di si. Non a caso la colonna sonora è una raccolta dei vari takes di ciascun brano, spesso interrotti bruscamente, il che collima con i fatti.
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#37 corey

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Inviato 21 luglio 2009 - 16:59

Lo daranno a breve in piazza Maggiore, a Bologna, per la ressegna della cineteca. Imperdibile.Avevo letto da qualche parte che Miles Davis non aveva visto in anticipo le scene da musicare e che sotto invito di Malle, improvvisò. E' vera questa storia?
Grazie, corey, il thread è splendido, ricco di notizie e ovviamente ben scritto.


Grazie Dazed, tengo molto a questo thread e conto di arricchirlo progressivamente (come spero ci siano altri contributi).

Quanto ai particolari del mesmerizzante commento musicale di Davis, devo rivedere i contenuti extra del dvd edito da hobby & work: c'è un'intervista a René Urtreger, il pianista di Mies, in cui viene raccontata in dettaglio la fatidica notte. Non appena ho un po' di tempo lo faccio, promesso.
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#38 corey

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Inviato 21 luglio 2009 - 21:58

Appena reduce dalla ennesima visione dell'intervista a quell'uomo meraviglioso che è René Urtreger (l'incredibile luminosità del volto riflette una chiarezza di esposizione letteralmente esaltante), tengo fede alla promessa.

Le dichiarazioni di Urtreger sono quanto mai cruciali, poiché aiutano a collocare la performance di Davis nella giusta prospettiva, sfatando il mito dell'improvvisazione assoluta. Non è vero che i musicisti siano arrivati in sala di registrazione totalmente all'oscuro del film: pur non sapendo con esattezza se Miles avesse visto la pellicola interamente montata, Urtreger afferma senza possibilità di dubbio che Davis l'aveva già vista qualche giorno prima dell'incisione, tant'è che aveva suggerito loro degli schemi musicali da abbinare ad alcune sequenze che lo avevano particolarmente colpito. Insomma i musicisti, che a differenza di Miles non avevano visionato le immagini, avevano comunque ricevuto da lui delle indicazioni schematiche sui temi da sviluppare e conoscevano a grandi linee il soggetto del film, anche se non sapevano con certezza a quale sequenza si sarebbero dovuti adattare gli schemi musicali suggeriti da Davis. Ma, continua Urtreger, la cosa fu piuttosto semplice perché ogni musicista disponeva di uno schermo personale sul quale controllare le immagini e calibrare la durata dei brani.

In definitiva, stante l'attendibilità delle affermazioni di Urtreger, se è vero che quello realizzato negli studi del Poste Parisien fu un commento musicale sostanzialmente improvvisato (ma per i jazzisti l'improvvisazione è né più né meno che la norma), non si trattò di improvvisazione virginale ma, quanto meno per il tema principale, di improvvisazione su schemi precedentemente abbozzati. Spero di essere stato utile ed esaustivo  :)
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#39 dazed and confused

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Inviato 21 luglio 2009 - 22:32

Appena reduce dalla ennesima visione dell'intervista a quell'uomo meraviglioso che è René Urtreger (l'incredibile luminosità del volto riflette una chiarezza di esposizione letteralmente esaltante), tengo fede alla promessa.

Le dichiarazioni di Urtreger sono quanto mai cruciali, poiché aiutano a collocare la performance di Davis nella giusta prospettiva, sfatando il mito dell'improvvisazione assoluta. Non è vero che i musicisti siano arrivati in sala di registrazione totalmente all'oscuro del film: pur non sapendo con esattezza se Miles avesse visto la pellicola interamente montata, Urtreger afferma senza possibilità di dubbio che Davis l'aveva già vista qualche giorno prima dell'incisione, tant'è che aveva suggerito loro degli schemi musicali da abbinare ad alcune sequenze che lo avevano particolarmente colpito. Insomma i musicisti, che a differenza di Miles non avevano visionato le immagini, avevano comunque ricevuto da lui delle indicazioni schematiche sui temi da sviluppare e conoscevano a grandi linee il soggetto del film, anche se non sapevano con certezza a quale sequenza si sarebbero dovuti adattare gli schemi musicali suggeriti da Davis. Ma, continua Urtreger, la cosa fu piuttosto semplice perché ogni musicista disponeva di uno schermo personale sul quale controllare le immagini e calibrare la durata dei brani.

In definitiva, stante l'attendibilità delle affermazioni di Urtreger, se è vero che quello realizzato negli studi del Poste Parisien fu un commento musicale sostanzialmente improvvisato (ma per i jazzisti l'improvvisazione è né più né meno che la norma), non si trattò di improvvisazione virginale ma, quanto meno per il tema principale, di improvvisazione su schemi precedentemente abbozzati. Spero di essere stato utile ed esaustivo  :)


Splendido!! Grazie Corey!
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#40 corey

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Inviato 26 agosto 2009 - 20:39

Le Poulpe (1998) di Guillaume Nicloux con Jean-Pierre Darroussin, Clotilde Courau, Aristide Demonico, James Faulkner, Julie Delarme, Yves Verhoeven, Stéphane Boucher

Investigatore senza padroni né clienti a cui rendere conto, Gabriel Lecouvreur (Jean-Pierre Darroussin), detto "le Poulpe" a causa delle sue lunghe braccia, è sulle tracce di un assassino che infila maschere di gomma alle sue vittime. L'indagine giunge a un punto morto (alla lettera) e Gabriel, persuaso dall'irresistibile compagna Chéryl (Clotilde Courau), parte per Morsang, dove le tombe dei di lei nonni sono state scoperchiate e saccheggiate. Ma, arrivati sul luogo, i due si rendono presto conto che oltre alla profanazione dei sepolcri ci sono ben altre gatte da pelare. Per "Le Poulpe" è l'inizio di una nuova e rocambolesca avventura.

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Terzo lungometraggio cinematografico del regista, sceneggiatore, attore e romanziere Guillame Nicloux, Le Poulpe è, come suggerisce il titolo, un noir tenacemente stravagante e dichiaratamente pulp, ma di marcata impronta francese. L'inevitabile allusione a Pulp Fiction non deve trarre in inganno: il personaggio di Gabriel Lecouvreur, protagonista di una serie impressionante di romanzi e fumetti pubblicati dalla casa editrice Baleine a partire dalla metà degli anni '90, appartiene di fatto e di diritto alla letteratura popolare francese, anche se è innegabile una certa influenza del cinema caustico e narrativamente scompaginato di Quentin Tarantino. Inaugurata nel 1995 dal romanzo La Petite écuyère a cafté di Jean-Bernard Pouy (anche cosceneggiatore del film di Nicloux), la collezione Le Poulpe ha difatti coinvolto un gran numero di scrittori d'Oltralpe tra i quali figurano, accanto a emeriti sconosciuti, nomi di spicco del noir francese contemporaneo (Serge Quadruppani e Didier Daeninckx, giusto per fare un paio di nomi, nonché Patrick Raynal, direttore della gloriosa Série Noire Gallimard dal 1991 al 2004).

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Dopo aver firmato nel 1996 un episodio della serie letteraria (Le Saint Des Seins), il trentaduenne Nicloux (classe 1966), coadiuvato in sede di sceneggiatura da Jean-Bernard Pouy e Patrick Raynal, porta per la prima volta sul grande schermo le avventure de "Le Poulpe", disoccupato tra la trentina e la quarantina senza fissa dimora che adora la birra, detesta il vino e intrattiene una relazione aperta con la compagna Chéryl, acconciatrice bisessuale il cui colore favorito è il rosa (sostituito all'occorrenza da altre tonalità cromatiche, preferibilmente sgargianti). Taciturno e sornione lui, loquace e seducente lei (ma entrambi irriducibilmente libertari), i due si cacciano in tutti i guai possibili, spalleggiati dal vecchio anarchico di origine catalana Pedro che assicura a Gabriel l'aiuto richiesto, armi e passaggi in primo luogo.

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La galleria di personaggi di questo universo in continua espansione è incredibilmente variopinta e costellata di figurine appena sbozzate ma che aspettano soltanto di essere approfondite, come Gérard, il proprietario del bar-ristorante "le Pied de Porc" frequentato da avventori più che pittoreschi. Presentata brevemente l'ambientazione parigina di partenza (tappa obbligata di tutti gli episodi della serie), Nicloux segue la trasferta di Gabriel e Chéryl a Morsang prima e a Angerneau poi (località fittizia che ha per calco la cittadina della Loira-Atlantica di Saint-Nazaire). Costellato di incontri balordi e situazioni assurde, l'arrivo nella piccola città portuale si rivela immediatamente carico di mistero: un bambino è appena scomparso facendo temere un rapimento e le profanazioni delle tombe, alle quali seguono omicidi a catena, sembrano essere collegate in qualche modo alla presenza di un imponente cargo di nome "Mary" (il cui contenuto dovrebbe consistere in una spedizione di beneficenza organizzata dal ricco Nicolas Lesprit, ma che di fatto è fisicamente inavvicinabile).

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E' qui che, in pura tradizione neopolar, Le Poulpe spara le sue cartucce politiche, legando a doppio filo i misteri di Angerneau all'attività nascosta di Lesprit e alla campagna elettorale della candidata di destra Marie-Jeanne Desanges, ambedue invischiati nei traffici illeciti che hanno come punto di arrivo il gigantesco cargo. Anche se impostato in chiave umoristica e e grottesca, insomma, il film di Nicloux non rinuncia affatto a colpire duro la connivenza di potentati economici, affaristi di stato e politicanti senza scrupoli, riservando a Lesprit una punizione capitale somministrata dalla mano di uno dei personaggi più deliranti della vicenda: Thomas, lo scrittore alcolizzato interpretato splendidamente dall'inglese James Faulkner. "Il faut punir, that way" sentenzia a Gabriel prima di ultimare la sua opera di giustiziere.

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In perfetta aderenza alla dinoccolata scioltezza del protagonista (un Jean-Pierre Darroussin che esteriorizza la sagacia del suo personaggio con un'economia recitativa minimale), Nicloux accompagna le perlustrazioni pedestri di Gabriel (che cerca di alleviare il dolore ai piedi calzando le scarpe delle vittime) con fluidi ed eccentrici movimenti di steadycam che si accordano con guizzante naturalezza agli improvvisi e repentini cambi di marcia del Poulpe. Montato con una sintassi funambolica (si salta da un luogo all'altro e da una situazione all'altra senza preavviso alcuno) e innervato da una fotografia quanto mai cangiante (in grado di assecondare sia i cromatismi squillanti dell'abbigliamento di Chéryl sia i toni pece dei notturni portuali, trovando la luce giusta persino per effusioni erotiche sotto le coperte), Le Poulpe giostra soggettive e sguardi in macchina con la disinvoltura di uno sguardo che fa della libertà dalle convenzioni la sua cifra stilistica. All'insegna di un'anarchia cinematografica che è diretto, cristallino riflesso della serie letteraria. Mai distribuito in Italia, neanche in dvd.

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