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Cina


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690 replies to this topic

#1 Guest_soul crew_*

Guest_soul crew_*
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Inviato 28 ottobre 2007 - 12:21

ho notato che spesso in molte discussioni si fa riferimento alla cina e ai cinesi, sia in ambito economico, che politico-strategico.
manca un topic apposito e ho pensato di colmare la lacuna visto che, ideologismi e sterili polemiche a parte, credo che la cina sia l' unica potenza mondiale in grado di ridefinire i rapporti di forza economici nel mondo.

parliamone, io in tanto copio-incollo delle cose che potrebbero fare da spunto per la discussione.

questo è interessante:
http://it.wikipedia....on_Organization

soprattutto in questo passaggio

ebbene nella dichiarazione che è alla base della costituzione della SCO si legga che "non è un' alleanza intesa contro altri stati e regioni ed aderisce al principio di apertura", gran parte degli osservatori credono che uno degli scopi fondanti dell' organizzazione sia stato quello di agire da contrappeso nei confronti degli Stati Uniti e, in particolare, di evitare conflitti che darebbero spazio ad interventi USA in aree vicine alla Russia o alla Cina. Molti osservatori credono, inoltre, che l' organizzazione sia stata creata come risposta alla minaccia rappresentata dai sistemi di difesa missilistica in mano agli Stati Uniti, dopo l' inversione di corso attuata da questi ultimi in materia di armamenti nucleari, con conseguente promozione della "Difesa missilistica nazionale" (National Missile Defense).



poi, notizia di stretta attualità, proveniente dalla conclusione del congresso del partito comunista cinese

Il secondo ??botto? di ieri, segno dei tempi che cambiano, ha per certi versti dell??incredibile: è stata inserita la parola ??religione? nella costituzione del Partito Comunista Cinese. Questa aggiunta alla costituzione assume un valore enorme, in quanto sancisce che da ora i soggetti religiosi praticanti, alla stregua delle minoranze etniche, hanno diritto di convivenza nel sistema cinese che da ieri riconsce la religione, come una componente sociale compatibile con il modello di sviluppo del Paese. Fino a ora, l??ateismo del partito non dava reali spazi di integrazione concreta con le minoranze religiose praticanti, spesso tollerate, ma non considerate formalmente un intorlocutore accettato. Questa modifica apre ora molte porte e speranze per cercare di ricomporre nel tempo alcune delle tensioni di carattere religioso presenti nel Paese, quali quelle relative ai rapporti con il Tibet e il Vaticano, ma soprattutto, in occasione delle prossime Olimpiadi, dà la possibilità di offrire servizi religiosi per i fedeli in arrivo da tutto il mondo. Insomma, da queste modifiche si intuisce che la Cina ha capito che il mondo sta cambiando e lei con esso. Ma soprattutto ha anche capito che il mondo cambia, proprio perché la Cina è spesso la causa di questi cambiamenti. Quindi Hu Jintao ha pensato bene di inserire nella costituzione del partito comunista gli elementi di quella che, a tutti gli effetti, è una ??formale apertura?, in grado di poter contribuire agli equilibri futuri e che per quanto riguarda la questione religiosa, ora messa all??ordine del giorno delle basi stesse del Partito, possa finalmente andare oltre le ??vuote? e spesso disattese intenzioni precedenti.

www.uaar.it

ed infine, un articolo che somnta alcune leggende metropolitane sull' immigrazione cinese, tratto da www.associna.com, associazione italiana di cinesi immigrati di seconda generazione.

Un luogo comune triste e offensivo, che colpisce profondamente le persone che rispettano chi non c'è più. Ecco la nostra risposta all'ennesima diffamazione sui cadaveri cinesi.

Sulla sezione romana de La Repubblica del 22 Febbraio 2006 si è parlato del mistero dei morti cinesi. Associna ha sempre cercato di rispettare le opinioni altrui, ma in questo caso, l'articolo in questione, ci ha turbato molto. Per questo abbiamo voluto risponde tramite questa lettera mandata direttamente alla redazione de La Repubblica il 08/03/2006, cercando di dare un nostro punto di vista. La lettera è polemica, e ciò ci dispiace, ma volevamo dare una risposta forte in considerazione dei valori intaccati. Ecco il testo della nostra lettera:

"Gentile redazione de La Repubblica,

siamo un gruppo di ragazzi cinesi di seconda generazione, nati o cresciuti in Italia, che ha trovato espressione in un progetto chiamato AssoCina (www.associna.com). Ciò che ci unisce è un sentimento comune di appartenenza tanto all'Italia quanto alla Cina, lo stesso che ci ha fatto sentire offesi e delusi nel leggere l'articolo comparso sulla sezione romana del vostro giornale il 22 Febbraio riguardo alla nostra comunità. L??articolo in questione tratta l'argomento della morte di un essere umano in un modo veramente irrispettoso nei nostri confronti.
Non siamo bestie che speculano sul ricordo dei nostri cari, nè improvvisiamo camere ardenti per nascondere tale evento e riciclare i documenti dei defunti.
In Cina il funerale è un evento sacro e viene accompagnato da solenni rituali tipici della tradizione cinese. Tuttavia, il funerale cinese è una cerimonia che non viene praticata in Italia per diversi motivi. Uno di questi è rappresentato dalla difficoltà nell' organizzare un momento del genere in terra straniera affrontando, nel dolore, inevitabili problemi di carattere linguistico e burocratico. Un altro motivo che ci spinge a contenerci è il timore di un possibile scontro con la comunità ospitante, di fronte a un rituale così invasivo, fatto di lunghe preghiere, marce su strada accompagnate da bande musicali, frastuono di petardi, focolai di "denaro dell'aldilà" che secondo le usanze cinesi portano benessere nella vita ultraterrena etc.

L'ipotesi condivisa da Federica Angeli, autrice dell??articolo, sul fatto che i cinesi improvvisino camere ardenti clandestine per cremare le salme e riciclarne i documenti è quanto di più fantasioso e denigratorio mai rivolto ad esseri umani che, anche se stranieri, secondo la costituzione italiana, dovrebbero avere pari dignità sociale. Ed è questo ciò che chiediamo.
Il fatto che vi sia un esiguo numero di decessi di cittadini cinesi trova spiegazione in fattori culturali e fattori oggettivi.
I primi sono quelli che la giornalista definisce "leggende", dimostrando ignoranza e poca sensibilità nei confronti dell'abitudine diffusa tra gli immigrati di prima generazione di tornare nella propria terra d'origine per trascorrere gli ultimi anni della propria esistenza. Ciò è umanamente comprensibile.

Immagine inserita

I secondi sono evidenziati dalla bassa età media della popolazione cinese in Italia, come si può chiaramente desumere dai dati allegati in riferimento alle città in cui vi è una rilevante presenza cinese.
L??età media dei cinesi residenti a Roma alla data del 31/12/05 è infatti di circa anni 30, mentre quella di Prato e Milano si aggira intorno ai 28 anni (dati aggiornati al 31/12/04). A Roma i residenti cinesi con più di 55 anni rappresentano il 6% del totale, mentre a Milano e a Prato costituiscono solo il 3%. Le fonti a cui ci siamo riferiti sono pervenuti dai rispettivi comuni delle tre città prese in considerazione. (scarica i dati)

Oltre alla vecchiaia, come per tutti gli esseri viventi, si muore anche a causa di incidente o malattia. In questo caso, dove per ovvie ragioni non è stato possibile il rimpatrio preventivo, le ancora poche persone decedute prendono dimora nei cimiteri italiani. Ricordiamo inoltre, che non ci sono cimiteri solo a Roma: una esemplificazione è rappresentata dai cimiteri di Prato, città con la percentuale più alta di cinesi per abitante. Qui vi sono alcuni nostri connazionali che cercano di prendersi il meritato riposo, in pace, sperando che nessuno si lamenti di questa ??invasione?, seppur ancora irrilevante. Recentemente, un dossier del Tg2 ha svelato tombe di cinesi anche a Barge.
Può capitare altresì che i defunti vengano rimpatriati, alla pari di quanto può succedere ad un qualsiasi italiano morto in terra straniera. Infatti, non è raro che le associazioni cinesi, tramite l'aiuto dei propri compaesani, si attivino nella raccolta di denaro per trasferire un defunto senza parenti in Italia, verso la terra d??origine. Qui familiari ed amici, in presenza del corpo di chi s??è ne andato prima di loro, possono confortare il proprio dolore con la preghiera.

Quanto all??immortalità, possiamo solo rispondere, con un filo di sorriso sulle labbra, che siamo sì fieri della medicina tradizionale cinese, la quale ha rimedi per le malattie più disparate, ma purtroppo non contempla ancora l'opportunità di fabbricare l'elisir di lunga vita. Se mai un giorno la giornalista, in uno dei suoi tanti reportage ed indagini approfondite, venisse a conoscenza dell'infuso magico, ce lo comunichi in primis, cosicché il mito del cinese immortale diventi una bellissima realtà.

Tutto ciò che abbiamo riportato fin qui, scritto con remore e rispetto, è la realtà più logica e umana, e non deve essere infangata da illazioni fantasiose di chi ha la responsabilità di fare informazione: non su questi argomenti! Il vostro articolo non sostiene una verità oggettiva, ma una chiara offesa che può costituire pretesto per ideologie discriminatorie e razziste. In un momento di così difficile convivenza tra culture diverse, ciò fomenta solo odio da ambedue le parti.
Noi crediamo nell'integrazione come a un atto dovuto verso il Paese che ci ospita, e a parte gli occhi a mandorla, la pelle giallastra, ci sentiamo molto italiani e vogliamo continuare a vivere nel bel paese. L'integrazione di noi stranieri è una necessità per entrambe le comunità e non deve essere ostacolata ingiustamente da una disinformazione tanto diffamatoria.
Nella speranza che possiate considerare anche la nostra voce come parte costituente e rilevante della realtà dei fatti e continuando a credere nel vostro giornale come luogo di espressione di tale oggettiva verità, vi ringraziamo per la vostra attenzione.



AssoCina - Associazione Cinesi di Seconda Generazione


Ps. Zhejiang si scrive con la ??i?, ed è una provincia cinesi che negli ultimi anni si è sviluppata in modo esponenziale. Invitiamo la giornalista, qualora non lo avesse già fatto, a intraprendere un viaggio nel nostro luogo d??origine, così che si possa informare meglio."


non so, forse ho messo troppa carne al fuoco...  ;)

#2 Guest_soul crew_*

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Inviato 01 novembre 2007 - 16:10

ma come, tutti a riempirsi la bocca con discorsi tipo "la crisi del mercato è colpa della cina" e altre frasi del genere da fini strateghi, e nessuno che ha ancora detto la sua? :)

#3 Guest_Julian_*

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Inviato 01 novembre 2007 - 18:50

Beh, la crisi del mercato è colpa del mercato stesso.
Nel concetto stesso di mercato è insito il concetto di crisi, perchè se io e te siamo concorrenti uno deve prevalere sull'altro.
La Cina per secoli è stata decisamente "indietro", oggi ha sviluppato una forza economica impressionante e cresce a vista d'occhio.

Finchè si riesce a mantenere un certo equilibrio (sicuramente ancora per parecchio tempo), le cose possono andare bene. Però quando il livello della contesa si alza nessuno ha paura a dire e fare le cose come stanno: si inizia aumentando le spese militari, parlando di "esercito europeo", di valori europei da difendere etc...

L'ipocrisia che si raggiunge in queste fasi ha del mistico: si accusa i cinesi di sfruttare i lavoratori (accusa correttissima, in Cina campano praticamente su forme di semi-shiavismo), però poi si va in Cina d aprire 150.000 sedi per approfittare dell'assenza di qualsiasi copertura sindacale.
Si parla di valori europei come se fossero insiti nella nostra cultura, e non come se fossero il frutto di secoli di lotte e rivendicazioni spesso represse nel sangue: le rivendicazioni degli operai, delle donne, degli immigrati di ogni risma ed epoca. Le conquiste sono state strappate con la forza, ed ora sono un limite per il capitale italiano (che pur rappresenta una minoranza ristretta di noi: eppure si parla sempre come se i loro interessi fossero quelli di tutti gli italiani, e come se le rivendicazioni della maggioranza fossero un problema fasullo sollevato dai comunisti), che infatti sta cercando lentamente di allentarne la presa.

La Cina è il futuro, sarà la massima potenza del secolo, l'erede di Inghilterra ed Usa. Sarà tutto tranquillo e pacifico? Boh.

#4 Russian

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Inviato 06 novembre 2007 - 14:18

La più grande società (petrolifera) al mondo !
Vale il doppio di Exxon Mobile (la seconda)

http://www.rai.it/ne...4616835,00.html

(abbiamo qualche speranza anche noi italiani,quindi)
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Qua sul forum non è mai sbarcato un povero profugo o un povero clandestino, ovviamente.

Ma è approdato dopo lunga deriva un bisognoso di un qualche aiuto, magari non lo ha chiesto, poverino aveva evidenti sbandamenti emotivi oltre che psicologici...ha chiesto di essere cancellato perchè gli sono arrivati solo calci in faccia, derisione e manifestazione di fastidio per la sola presenza...che per lorsignori significava rompere l'idilliaca armonia tipica degli attaccabrighe benpensanti, la fottuta rogna di dover leggere ( chissà perchè poi ) le sue inestricabili parabole di giochi di parole fatte per liberare il proprio pensiero...e ovviamente l'invasione del loro territorio.

 

W la solidarietà. Quella vera !


#5 superunknown

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    Emilia Paranoica

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Inviato 06 novembre 2007 - 15:46

Sull'argomento ha scritto Federico Rampini, inviato del quotidiano La Repubblica e sole 24ore oltre ad aver insegnato alle università di Berkeley e Shanghai, un bellissimo testo dal titolo "L'impero di Cindia" - Mondadori -
Dove oltre ad analizzare lo sviluppo della cina inizia a prlare del fenomeno india.
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#6 Guest_soul crew_*

Guest_soul crew_*
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Inviato 08 dicembre 2007 - 16:54

cominciamo con la divulgazione di alcune cosette, per provare a fare un po' di chiarezza.

La Costituzione Cinese
http://italian.cri.c...hapter20101.htm

Le Riforme sancite dall' ultimo congresso del PCC
http://italian.cri.c...17/81@92842.htm

alcuni passi fondamentali dell' articolo postato sopra, per chi fosse così pigro da non leggerlo tutto

l 17 ottobre il vice direttore del dipartimento di organizzazione del Comitato centrale del PCC Ouyang Song ha affermato che il PCC amplierà ulteriormente la democrazia interna al partito e riformerà il sistema di elezione interna, esplorando varie forme di realizzazione dell'ampliamento della democrazia di base interna. Nel contempo egli ha sottolineato che la promozione attiva e appropriata della riforma del sistema politico, lo sviluppo della politica democratica socialista e la costruzione della civiltà politica socialista costituiscono sempre un importante compito della riforma e dello sviluppo della Cina. Ecco di seguito un reportage dettagliato in merito.


A partire dall'anno corrente, due esponenti esterni al PCC sono stati nominati ministro della Scienza e tecnologia e ministro della Sanità, il che ha attirato un'ampia attenzione all'interno del paese e all'estero. Nel suo rapporto al 17° Congresso del PCC, Hu Jintao ha anche avanzato la necessità di raccomandare ad incarichi dirigenziali un maggior numero di eccellenti elementi esterni al partito. Rispondendo alle domande interessate dei giornalisti, Ou Yangsong ha detto che in futuro il dipartimento di organizzazione del PCC continuerà ad occuparsi bene di questo lavoro, elevando secondo le necessità ad incarichi dirigenziali i quadri esterni al partito corrispondenti alle condizioni.


altra notizia sulle riforme politiche
http://www.asianews....p?l=it&art=9830

L'ala "liberale" del Partito, chiede l'immediata ripresa delle riforme democratiche
Secondo tale componente, è urgente riprendere le riforme sociali e democratiche volute da Deng e fermate dopo il 1989. Il boom economico senza democrazia ha causato corruzione e ingiustizie sociali, che sfociano in proteste di massa. Ma Hu Jintao propugna un eterno potere del Pc e una politica ??passo-dopo-passo?.


Riforme economiche


La Cina corregge la sua politica socio-economica ed inizia a colmare il divario tra ricchi e poveri

di Peter Frassen*

In 25 anni la Cina ha sostenuto ritmi di crescita rapidi e incessanti.  Il livello di vita è assai progredito ma, nel contempo, è aumentata l??ineguaglianza sociale.  Il governo di Pechino ha deciso che è giunto il momento di affrontare il problema.

- Correzione della politica socio economica

- La modernizzazione delle campagne diventa priorità assoluta

- Le dieci grandi realizzazioni degli ultimi 25 anni

Nel corso di questi ultimi 25 anni gli sforzi della Cina sono stati consacrati totalmente alla crescita economica.  Il socialismo non può esistere se le persone soffrono la fame e non hanno una casa decente.  Wang Mengkui, presidente del Centro governativo per la ricerca e lo sviluppo dichiara:

??Noi dovevamo prima di tutto nutrire e vestire il nostro popolo.  Questo problema è ora pressoché risolto?.  Nel 2004 il PIL della Cina, cioè l??insieme della produzione e dei servizi, è stato quattro volte superiore a quelli del 1978.  Dunque, dicono i cinesi, noi abbiamo edificato una società entro la quale la povertà è stata in gran parte sradicata.  In effetti, secondo i dati della Banca Mondiale, mentre nel 1978 il 53% della popolazione viveva sotto la soglia di povertà, nel 2001 questa percentuale è scesa all??8%. (1).

I cinesi sono diventati più ricchi, ma non con la stessa velocità
Le autorità hanno  fatto, all??epoca, un ottima scelta decidendo di accordare la priorità assoluta alla crescita economica.  Oggi, dopo 25 anni di riforme,  possiamo dire che quella scelta ha permesso di costruire una base industriale solida che permette al socialismo di svilupparsi. Ma quella scelta ha provocato anche effetti collaterali negativi.Il reddito di un cittadino di una metropoli è in media 3,2 volte più elevato di quello di un contadino.  Nel 1978 questa differenza era di appena 2,5 volte.  Ciò non significa che la situazione del contadino sia regredita ma solo che il suo reddito è aumentato più lentamente. Identica tendenza si registra tra province ricche e povere.  L??economia nelle province povere non ha cessato di progredire nel corso di questi ultimi 25 anni.  Ciononostante la crescita della province più ricche marcia a ritmi più sostenuti, il che approfondisce il divario.

Un terzo divario si è prodotto tra gli individui.  La differenza di reddito tra ricchi e poveri si misura con un coefficiente chiamato Gini.  Se questo coefficiente è uguale a zero significa che tutti i redditi del paese sono uguali.  Più la cifra si abbassa sotto lo zero e meglio è.  Nel 1978 il coefficiente Gini in Cina era elevato a 0,20.  Lo scorso anno, 2004, si è elevato fino a 0,44.  Tutti sono diventati più ricchi ma non con le stesso ritmo, il che spiega l??aumento delle differenze.  A titolo di confronto: il coefficiente Gini in India è di 0,40, cioè meno che in Cina, ma in India, secondo la Banca mondiale, 250 milioni di persone vivono sotto la soglia della povertà.

Aumentano i conflitti sociali
Oltre alle tre grandi differenze sociali sopraelencate, altri seri problemi si sono presentati.  I 120 milioni di contadini che hanno abbandonato le campagne per andare a lavorare nei centri industriali sono fortemente sfruttati nelle aziende private.  Nelle miniere la sicurezza è sovente subordinata alla produzione, con le terribili conseguenze che questo comporta.  Il governo ha destinato troppo pochi fondi all??insegnamento e all??assistenza sanitaria nelle campagne.  Dopo le massicce privatizzazioni e ristrutturazioni delle imprese statali sono venute meno le garanzie già acquisite (trattamento malattia, pensioni, ecc.) provocando enormi lacune in materia di protezione sociale.  L??industrializzazione e l??urbanizzazione hanno talvolta generato fenomeni di confisca selvaggia di terre agricole.  Tutto ciò ha provocato il risentimento, il malcontento e l??agitazione in alcuni strati della popolazione.  Nel 1993, in Cina, si sono avuti più di 10 mila conflitti collettivi sotto forma di scioperi, occupazioni di terre, manifestazioni di protesta che hanno coinvolto 700 mila persone.  Nel 2003 si sono contati 6O mila conflitti che hanno coinvolto 3 milioni di persone.



Maggiore equilibrio tra crescita e benessere
L??opinione di alcuni comunisti e ricercatori è che il formarsi di questi squilibri fosse inevitabile se si voleva forzare al massimo il passaggio ad una rapida crescita economica.  Altri invece sostengono che, benché sia stata sostanzialmente corretta la pressione sulla crescita, le scelte sono state troppo unilaterali.  Diversamente concepiti, i ritmi di crescita, avrebbero potuto evitare parecchie delle conseguenze negative lamentate.In ogni modo il Partito comunista cinese ha deciso di rettificare la sua politica.  Le nuove linee di forza dello sviluppo sono state definite nell??11° piano quinquennale iniziato il 1 gennaio 2006. Tang Min , economista capo della Banca Asiatica di sviluppo, scrive dopo una attenta analisi del piano: ??La Cina si concentra  nel presente sul miglioramento globale del benessere dei suoi abitanti.  La Crescita sarà meno unilaterale nei prossimi anni e più equilibrata? (2).  Hu Angang, influente economista, dichiara:?Beninteso, noi proseguiremo il nostro percorso di crescita economica, ma ora lo orientiamo decisamente al benessere comune di 1,3 miliardi di cinesi? (3). Il Partito comunista vuole stabilire un rapporto più equilibrato tra il popolo e l??economia, il popolo e la natura, la città e la campagna, la produttività e la sicurezza, l??industria e l??agricoltura, l??innovazione nazionale e l??importazione di tecnologie straniere, la produzione destinata al mercato interno e quella destinata all??esportazione, i consumi e l??accumulazione di capitale, tra le varie categorie di reddito???.Per il Partito la priorità assoluta è l??agricoltura, i contadini, le campagne.  Occorre migliorare la produttività agricola, aumentare i redditi dei contadini e concentrare gli investimenti dello Stato nell??industrializzazione, le infrastrutture, l??assistenza sanitaria e l??insegnamento nelle campagne.



Note: (1) Martin Ravaillon, Fighting Poverty: Findings and Lessons from China??s Success. Banque Mondiale, Washington, september 2005.  (2) Ni Yanshuo, Plus de reformes pour plus d??equitè,

Beijing Information, 42/2005.  (3) La quinta sessione plenaria del 16° Comitato centrale del Partito comunista cinese adotta le proposte dell??11° piano quinquennale, Xinhua, 11 ottobre 2005.



Ottocento milioni di cinesi vivono nelle campagne.  Ma, in questi ultimi decenni, l??agricoltura è stata trascurata a vantaggio dell??industria. Bisogna cambiare, così ha deciso il governo.
All??epoca della fondazione della Repubblica Popolare, nel 1949, la Cina era uno dei paesi più poveri e più arretrati del pianeta.  Il livello di sviluppo economico della Cina nel 1949 può essere comparato a quello dell??Europa occidentale nel 1750.  Uscire dal sottoviluppo e realizzare il socialismo non era possibile se non attraverso l??industrializzazione che, pertanto, è diventata la priorità assoluta.  Dal 1978 le autorità cinesi hanno concentrato l??industrializzazione attorno a 14 città situate nell??est del paese, tradizionalmente le più sviluppate.  Cosi, la costa orientale è diventata la locomotiva del grande balzo in avanti socio economico. Questo processo di sviluppo è arrivato ad uno stadio molto avanzato il che rende possibile creare un rapporto più equilibrato tra agricoltura e industria e tra città e campagna, in modo che le regioni più interne e occidentali della Cina possano a loro volta diventare altrettante locomotive economiche. Il governo vuole innanzitutto elevare il livello di vita della popolazione rurale iniziando a ridurre un certo numero di imposte.  I contadini pagheranno perciò il 30% in meno di tasse. (1).  Il governo vuole in seguito introdurre o aumentare un certo numero di sussidi e facilitazioni.  I contadini pagheranno meno per l??acqua e l??elettricità.  I produttori di concimi beneficeranno di un rimborso sulle fatture di consumi elettrici, rimborso che essi dovranno a loro volta accordare ai contadini.  I produttori di cereali avranno mutui a tassi agevolati.Un terzo volano di misure copre l??esigenza dell??accesso alle tecnologie e alla ricerca scientifica.Il governo aumenterà anche la meccanizzazione stimolando particolarmente, con sussidi, la specializzazione agricola di ciascuna regione.  Centomila scienziati e tecnici sono già al lavoro per incrementare i processi di modernizzazione e meccanizzazione del settore agricolo.

L??industrializzazione della campagna
Nelle campagne cinesi si contano già 22 milioni di aziende che impiegano, a tempo pieno o parziale, 135 milioni di contadini.  Ossia una media di 6 lavoratori agricoli per ciascuna piccola azienda.  Ciò significa che sia la produttività sia il livello tecnologico sono deboli.  Il governo si pone perciò l??obbiettivo di aumentare la proporzione di lavoro industriale nelle zone agricole.  Cresce la richiesta di installare nuove filiali della aziende statali evitando di accordare troppi vantaggi alle multinazionali, se non nel caso che esse investano nelle campagne e incrementino attività che stimolino lo  sviluppo del settore agricolo.L??industrializzazione delle campagne permetterà di occupare importanti surplus di mano d??opera agricola nelle nuove aziende, che attualmente traggono il loro reddito in quanto contadini. Per questo motivo il governo mette in opera misure per accelerare l??urbanizzazione.  Nei prossimi 15/20 anni, 300 milioni di contadini lasceranno le campagne e si installeranno nelle città.  I profitti ricavati dai raccolti saranno così ripartiti tra un minore numero di famiglie contadine il che consentirà un sensibile aumento dei loro redditi.  Per raggiungere questo obbiettivo, il governo cinese farà semplicemente sorgere parecchie centinaia di nuove città di medie dimensioni nel corso dei prossimi 15/20 anni.  Si tratta del più colossale progetto sociale di tutta la storia mondiale.



Al 40% dei cinesi saranno diminuite le imposte.
A tutt??oggi, i cinesi con un reddito di 800 yuan mensili dovevano pagare un??imposta relativa sulle persone fisiche.  Dal 1 gennaio 2006 la soglia del reddito tassabile è elevata a 1600 yuan.  Il che significa che il 40% dei contribuenti, contadini soprattutto, non pagheranno più nessuna imposta sulla persona fisica.  Il governo si è assunto l??impegno di aumentare sistematicamente i salari minimi.  Altre misure fiscali sono state decise per far si che le spese per la casa, la sanità e l??insegnamento siano meno care per i redditi più bassi e per i contadini.  Per finanziare queste misure il governo aumenterà le imposte sui prodotti di lusso, sulle grosse eredità e sui patrimoni. 

Note :  (1)  OCDE, Economic Surveys 2005, China, Paris, 2005, pag.46



Le dieci grandi realizzazioni dal 1980

1. Elevamento del tenore di vita
Dal 1980 ad oggi il reddito del cittadino cinese è aumentato del 9,7% ogni anno e quello del contadino del 5% ogni anno.  Si tratta di aumenti reali che tengono conto dell??evoluzione dei prezzi.

2. Vantaggi per il terzo mondo
La crescita dell??economia cinese ha impedito una recessione mondiale.  L??importazione di prodotti dalla Cina ha creato 10 milioni di posti di lavoro all??estero, principalmente nel terzo mondo.  Il commercio con la Cina ha permesso a molti paesi di sottrarsi ai tentacoli opprimenti degli Stati Uniti.

3. Crescita di grandi imprese
L??economia cinese produce grandi concentrazioni.  Il giornale Forbest ha classificato, tra le 500 imprese più grandi del mondo, 14 imprese cinesi.  Tutte quante aziende dello Stato.

4. Cresce il numero degli studenti
Nel 1980 erano meno del 3% i giovani, tra i 18 e 25 anni, impegnati negli studi superiori e universitari.  Oggi, la percentuale è salita al 18%.

5. Sviluppo delle vie di comunicazione
Dal 1980 la Cina sta costruendo mille kilometri di ferrovie ogni anno.  Attualmente la rete ferroviaria misura 75 mila km.  La rete stradale conta oggi 1,6 milioni di km. di cui 25 mila km. di autostrade o a grande scorrimento.  Il numero dei passaggi aerei è aumentato del 16% ogni anno per tutto il periodo 1980/2004.

6. Riequilibrio nella utilizzazione dei redditi
La parte di salario consacrata all??alimentazione è scesa dal 68 al 45% nelle campagne e dal 58 al 37% nelle città.

7. Diminuzione della mortalità infantile
Il tasso di mortalità neonatale è diminuito da 40 per mille, nel 1980, a 24 per mille attuale.

8. diminuzione della povertà
Secondo gli standard della Banca mondiale, la percentuale di poveri è scesa dal 53 all??8%.

9. Speranza di vita
La speranza di vita è salita da 66 anni, nel 1980, ai 72 attuali e a 81 nelle città di Pechino e Shangai.

10. Diminuzione dell??analfabetismo
Il numero di cinesi analfabeti con più di 15 anni è sceso dal 25% della popolazione , nel 1980, all??8,4% attuale.

Fonte: Rapporti dell??Unicef, Unesco, Banca mondiale, OCDE, Banca asiatica dello Sviluppo, Ministeri del governo cinese.

* da Parti du travail de Belgique - 04/01/06 www.ptb.be

Traduzione a cura di Sergio Ricaldone

http://www.resistenz...ci/poci6a22.htm


La "guerra" economica con gli USA

COMMERCIO MONDIALE
L'altra faccia del surplus cinese
JOSEPH HALEVI

Sul piano economico è in atto un notevole scontro tra Pechino e Washington. A Cancun con il Brasile la Cina ha sostenuto il fronte contro i governi dei paesi sviluppati con un'accezione prevalentemente antiamericana. Per il prossimo futuro dobbiamo attenderci atteggiamenti ancora più duri nella misura in cui gli Usa effettueranno ulteriori pressioni per la rivalutazione dello yuan, soprattutto ora che la bilancia commerciale cinese perde colpi. Infatti, contrariamente a
quanto vanno ululando i padroncini delle fabbrichette veneto-friuliane, il grosso del surplus cinese si realizza nelle esportazioni verso gli Usa. Con l'insieme del resto del mondo i conti cinesi sono raramente eccedentari, piuttosto terminano in pareggio. Ora, però, la stagnazione mondiale sta trasformando i conti correnti complessivi della Cina da attivi in passivi, mentre aumenta il surplus con gli Usa, acuendo le tensioni tra i due paesi.

Tuttavia dietro la questione della rivalutazione dello yuan ci sono problemi che riguardano la fondamentale differenza nelle strategie economiche delle due nazioni. Per la Cina vendere significa comprare, perciò il surplus commerciale è prevalentemente nei confronti degli Usa.
L'economia civile americana è spanata, soggetta com'è ad un accelerato processo di deindustrializzazione. La quantità di posti di lavoro distrutti dalla recessione del 2000-2002 supera le 2milioni e ottocentomila unità. Il grosso è nell'industria.

Alle multinazionali Usa e alle grandi società di distribuzione non importa assolutamente nulla. Le prime utilizzano le loro filiali in Cina e in America latina (Messico) per riesportare sul mercato Usa con elevati margini di profitto, dovuti ai differenziali nei costi salariali. Le seconde importano sempre dalle stesse zone subappaltando
ordinativi alle imprese delle due aree. Per la Cina tale processo è molto importante perchè i proventi delle esportazioni nette verso gli Usa sono utilizzati sia per accumulare riserve che per comperare macchinari e tecnologie da paesi terzi.

Secondo gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale la Cina, includendo Hong Kong, è in deficit verso i paesi produttori di beni capitali e di beni intermedi per l'industria: Germania, Giappone, Svezia, Finlandia, Svizzera, Corea meridionale, Singapore, Austria. Inoltre Pechino è importatrice netta di materie prime. Oltre agli Usa le esportazioni nette cinesi si manifestano nel commercio con Taiwan e Canada e in Europa con la Spagna, l'Italia, la Francia ma soprattutto con la Gran Bretagna e l'Olanda.

L'export cinese (con Hong Kong) verso il mondo industrializzato - che, secondo la classificazione del Fmi, comprende gli Usa, il Giappone, l'Europa occidentale nonché Canada, Australia e Nuova Zelanda - era a tutto il 2002 di 291 miliardi di dollari. Di questi il 70% si concentra su tre paesi: Usa, Giappone, Canada. L'Europa figura in maniera molto limitata nell'export cinese, che è comunque polarizzato su Germania (con cui però il paese è in deficit), Gran Bretagna e Olanda.

I poli di gravitazione dell'economia cinese sono sostanzialmente tre: gli Usa, il Giappone e l'Asia orientale. Da questi ultimi due la Cina importa più di quanto esporti, per cui la zona di realizzo effettiva dell'economia cinese sono gli Stati uniti. Questo fatto porta Pechino a cozzare contro la grande strategia Usa di una zona di libero scambio per l'insieme delle Americhe, concepita come un'area simile al sistema di preferenze imperiali del vecchio British Empire.

Su quest'aspetto ritorneremo successivamente perchè la questione cinese da un lato stimola ma dall'altro ostacola la messa in opera del disegno di Washington nei confronti delle Americhe da cui dipende anche la posizione internazionale del dollaro.



#7 Guest_soul crew_*

Guest_soul crew_*
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Inviato 08 dicembre 2007 - 16:57

questo è molto lungo, ma molto interessante.
Saggio sulle strategie internazionali cinesi
[quote] La Cina nell??economia mondo
Autarchia, autonomia, integrazione
di Samir Amin

(seconda parte del saggio : ??Bilancio della grande riforma?)

5.Dopo le riforme del 1980 `apertura' e `mercato' sono diventati due termini molto usati. Ma la questione dell'apertura, cioè della partecipazione di un paese (in questo caso la Cina) alla divisione internazionale del lavoro e a tutti gli altri aspetti della globalizzazione economica (il ricorso al capitale straniero, l'importazione di tecnologie, l'adesione alle istituzioni che gestiscono l'economia mondiale), ideologica e culturale, non può essere risolta solo ricorrendo alla semplice distinzione tra apertura e chiusura.
Il problema non riguarda neppure il `grado di apertura' misurabile quantitativamente, ad esempio in termini di rapporto tra volume del commercio estero e Pil. Da questo punto di vista la partecipazione della Cina agli scambi mondiali era, fino al 1980, quasi insignificante. Ciò si spiega non solo con l'ostilità del resto del mondo ?? leggi embargo ?? ma anche con una scelta interna non priva di una sua coerenza. Infatti un certo ripiegamento su se stessi, nel momento in cui il paese si concentra completamente sulle imponenti (e positive) riforme politiche e sociali che la rivoluzione comporta, non è insensato, soprattutto quando si conoscono le difficoltà con le quali ci si deve misurare nei rapporti con un sistema mondiale che è stato ?? ed è ?? dominato dagli imperialisti e quindi ostile.
Bisogna però saper gestire queste relazioni e, allo stesso tempo, essere in grado di trarne profitto. Per accelerare lo sviluppo e per recuperare parte del tempo perduto bisogna utilizzare le tecnologie più avanzate (non si può certo reinventare la ruota!) e importare i beni strumentali corrispettivi, ma tutto ciò potrà essere pagato solo con delle esportazioni. In questa fase di sviluppo quello che si può offrire sul mercato mondiale sono prodotti che beneficiano del `vantaggio comparato' del loro lavoro intensivo. In questo commercio ineguale si è sfruttati e questa situazione va accettata provvisoriamente in mancanza di valide alternative. Si tratta quindi di pianificare prima di tutto le importazioni minime essenziali in grado di massimizzare la crescita economica, poi di stabilire il tipo e il volume di esportazioni necessarie per coprire questi bisogni. Questo minimo di esportazioni necessarie ?? e non il massimo possibile ?? non è irrilevante, ed è aumentato molto rispetto al suo volume del 1980. La riforma cinese ha deciso di seguire questa strada e ha dato la priorità alle potenziali industrie esportatrici in grado di rispondere il più rapidamente possibile a tale necessità.
Ma la scelta diventa pericolosa quando il suo successo provoca un rovesciamento dell'ordine che comanda la logica della strategia dello sviluppo. Questa strategia, infatti, implica la subordinazione degli obiettivi quantitativi del commercio estero alle esigenze di sviluppo che assicurano all'interno il rafforzamento della solidarietà sociale e si impongono all'esterno con il massimo dell'autonomia. Il dogmatismo liberale propone invece l'esatto contrario, cioè il massimo inserimento in una divisione internazionale del lavoro fondata sulla priorità data all'espansione di quelle attività nelle quali il paese `beneficia' del vantaggio comparato rappresentato dalla sua abbondante manodopera. La prima soluzione è quella che ho definito di `sconnessione', cioè non l'autarchia ma il rifiuto della subordinazione alla logica dominante del sistema capitalistico mondiale; la seconda è quella dell'adattamento, in realtà sempre passivo (anche se definito `inserimento attivo'), alle esigenze di integrazione nel sistema mondiale.
La maggior parte degli economisti attuali ha proposto, e continua a proporre, la seconda soluzione. I suoi argomenti sono sempre gli stessi e non si differenziano da quelli proposti dai liberali cinesi (Justin Yifu Lin, Fang Cai, Zhou Li, Zhang Liqing e altri). Nessuno di questi argomenti ha una base scientifica, poiché tutti sono viziati da un errore di fondo (che i prezzi determinati sui mercati deregolamentati producono una crescita ottimale). Questa `teoria' non è quindi nient'altro che una dichiarazione di principio, che ripete nelle sue conclusioni ciò che ha dichiarato nelle sue premesse. Il discorso sui vantaggi di tale scelta (lasciarsi guidare dagli indicatori del mercato mondiale) diventa rapidamente fine a se stesso e non affronta il vero problema. Si afferma che la globalizzazione nella quale ci si inserisce e che si contribuisce a produrre è un simbolo di pace. Tuttavia l'egemonia dei centri capitalistici che dominano il sistema, e in particolare quella degli Stati Uniti, sono in stretto rapporto con la logica dello sviluppo capitalistico mondiale polarizzato, al quale questa scelta è associata. Ci si trova quindi di fronte a un doppio vicolo cieco, sia sul contenuto sociale interno di classe dei rapporti economici dominanti sia sul carattere imperialista del sistema mondiale nel quale questi rapporti si inseriscono. Inoltre nulla nella storia del capitalismo conferma le conclusioni di questa `teoria': la storia della globalizzazione capitalistica non è quella del successo delle politiche di `recupero' fondate sull'aggiustamento del mercato e sui vantaggi comparati, bensì quella della polarizzazione centri imperialistici-periferie sfruttate prodotta da questa forma di inserimento.
Un ulteriore passo in direzione della dinamica liberale è proposto dai sostenitori della `liberalizzazione' dei flussi di capitali (`l'apertura del conto capitale' per riprendere il termine tecnico) e dell'abbandono della gestione pubblica del tasso di cambio. Anche in questo caso le teorie dei liberali cinesi (Xie Ping, Gao Hailong) non fanno altro che ripetere le dichiarazioni di principio del liberismo (la moneta è una merce come le altre; la massima deregolamentazione del mercato produce una soluzione ottimale per tutti, poiché gli interessi di tutti sono convergenti e non conflittuali). Questi discorsi ?? sostenuti dall'Fmi all'inizio degli anni Novanta in risposta alle esigenze del capitale finanziario globalizzato ?? hanno prodotto in breve tempo la cosiddetta crisi finanziaria del sud-est asiatico e della Corea nel 1997. Tuttavia questa crisi non ha spinto i liberali cinesi a rivedere le loro scelte fondamentali: si continua a dare la priorità alle industrie `export-oriented', si riprende il discorso dell'Fmi attribuendo la crisi a cause secondarie (come gli eccessi dei sistemi bancari locali, ecc.) e si propone come rimedio la semplice riforma del sistema bancario (che si dovrebbe `risanare').
Nonostante le loro debolezze intrinseche, le proposte neoliberali si basano soprattutto su due argomenti. Il primo è `l'esempio coreano' e di Taiwan. Si tratta di due paesi che i cinesi conoscono bene e che sembrano bene avviati sulla strada dell'inserimento economico (al contrario di quello che accade nel resto del Sud-est asiatico). Entrambi i paesi hanno scelto una strategia di `apertura' e hanno saputo progredire sulla strada della divisione internazionale del lavoro. Le ragioni particolari (comprese quelle geostrategiche) di questi `successi' non possono essere approfondite in questa sede, così come non possiamo dilungarci sulla vulnerabilità dell'economia coreana, che la `crisi finanziaria' ha reso sempre più dipendente dagli Stati Uniti. In ogni modo quello che è possibile in situazioni eccezionali (e peraltro dubito che siano tali) non può essere considerato una regola universalmente valida, soprattutto per un paese immenso ed eterogeneo come la Cina.
Prendiamo ad esempio la questione dell'adesione del governo cinese all'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). L'applicazione delle regole imposte al commercio internazionale dal trattato costitutivo di questa istituzione provocherà un disastro dell'agricoltura cinese, obbligando la Cina a rinunciare a quell'autonomia alimentare che aveva conquistato a prezzo di tanti sforzi, causerà lo smantellamento delle sue industrie di base con il pretesto dei loro `costi esorbitanti', obbligherà il paese a rinunciare a ogni prospettiva di affermazione sul piano tecnologico e così via. Probabilmente si ritiene che il paese riuscirà a evitare in un modo o nell'altro tali conseguenze. Ma finora non ho visto prove convincenti in questo senso. Del resto dopo Seattle, lo stesso Wto è in crisi. Ma allora perché precipitarsi ad aderire a un'istituzione che forse è morta ancor prima di nascere? Un paese come la Cina non disporrebbe di un margine di negoziazione considerevolmente più ampio se rimanesse fuori da questa istituzione? Tutti interrogativi che non sono stati chiariti o ai quali si è risposto con motivazioni semplicistiche, affermando ad esempio che il sistema di regolazione amministrativa del commercio estero non ha dato prova di efficienza (al contrario è uno strumento di corruzione) e non è sostenibile sul lungo periodo (Zhang Liqing). La forza di questi argomenti deriva in gran parte dal fatto che gli avversari del liberalismo non propongono una vera riforma della pianificazione del commercio estero, ma difendono i resti di un sistema ormai in sfacelo.
? lo stesso tipo di situazione che si osserva nel dibattito sulle scelte in materia di gestione del cambio. I difensori del passato propongono il mantenimento del cambio fisso gestito amministrativamente dalla Banca centrale. In tal modo facilitano tuttavia il compito dei liberali, che possono sviluppare le solite discussioni sui pregi e sui difetti `dell'ancoraggio' (`pegging') a una o a più valute di riferimento, sui meriti della `flessibilità' assoluta (considerata giustamente irrealizzabile) e sulla necessità di un empirismo senza prospettive chiare (migliorare la flessibilità attraverso le politiche di regolamentazione e non con gli strumenti amministrativi, come se i principi ispiratori di queste politiche non dovessero essere chiaramente espressi e la loro applicazione non comportasse una definizione dei mezzi amministrativi!).


6.La riforma del sistema economico e sociale cinese, sebbene avanzata, è tutt'altro che terminata e lascia ancora aperta la scelta tra un'opzione capitalistica senza vincoli (o solo marginali) e un `socialismo di mercato' considerato come una tappa nella lunga transizione verso il comunismo.
Per ora due gruppi di riforme istituzionali complementari ma altrettanto importanti sono stati già presi in considerazione. La prima serie di riforme riguarda il sistema bancario e mette fine alla confusione fra Tesoro pubblico e Banca unica, sostituita da una varietà di istituzioni finanziarie e bancarie specializzate. Il mercato, anche quello sottoposto al Piano, provoca un aumento dei mezzi monetari in circolazione molto più rapido di quello, di segno contrario, che caratterizzava il sistema di pianificazione centralizzata di tipo sovietico. Il rapporto moneta-Pil, che si aggirava intorno a 0,067 nel 1979, era passato a 0,186 nel 1993 e continua ad aumentare. La gestione razionale ed efficiente (liberale, diretta o controllata) di queste masse di capitali liquidi e semiliquidi comporta la creazione di istituzioni e di regolamentazioni, ancora inesistenti nel 1978.
Il secondo gruppo di riforme riguarda il regime fiscale. La riforma dell'economia ha comportato l'istituzione di un'imposta sui profitti dell'impresa a tassi uguali per tutti, settore pubblico e privato, in sostituzione del sistema dei prelevamenti e delle sovvenzioni decise unilateralmente dal Piano (peraltro non necessarie in un sistema di pianificazione centrale). In un paese-continente come la Cina le modalità della riforma fiscale sono strettamente collegate alla struttura politica dell'organizzazione dei poteri e alla loro divisione tra le autorità centrali e locali (provinciali, comunali e rurali). L'opzione scelta (Fan Gang) è quella di un sistema relativamente centralizzato, nel senso che le autorità locali non hanno diritto a mantenere un'economia locale in deficit e che il tipo di fiscalità che possono imporre è determinato dalle autorità centrali. Questa scelta mi sembra molto ragionevole. Tuttavia non risolve da sola il problema delle ineguaglianze regionali, al contrario vi si adatta e le riproduce. Così le entrate locali oscillano tra il 30% (per le regioni più povere) e il 120% (per le regioni più ricche) di contributi versati al bilancio dello Stato. Un sistema di pianificazione centrale potrebbe prevedere una redistribuzione (fondi di investimenti destinati alle province povere, ecc.) simile a quella sperimentata altrove (ad esempio in Italia, in Germania o su scala europea). Al contrario il discorso neoliberale `all'americana', che critica le restrizioni alle libertà dei contribuenti locali imposte dalla legge nazionale, si inserisce in una strategia imperialista che mira a smembrare la Cina sotto la pressione degli interessi regionali.
In ogni caso il risultato delle politiche fiscali e finanziarie adottate dallo Stato non è negativo. La Cina ha evitato i deficit disastrosi ai quali la terapia d'urto ha sottoposto i paesi dell'est, l'inflazione a due cifre e l'indebitamento estero su vasta scala.
Per quanto riguarda invece il futuro del settore industriale di Stato, non si è ancora trovata una risposta soddisfacente al problema. La stessa riforma istituzionale, che ne costituisce la base, non è stata realizzata. Questa riforma, fondata sul principio della soppressione dell'identificazione Stato-imprese di Stato (la gestione del sistema `come impresa unica'), implica l'autonomia delle unità di produzione (non solo contabile ma anche decisionale, sebbene limitata dalla legge e corretta dal Piano), la divisione di alcuni gruppi industriali (ad esempio dipendenti da un solo ministero), il raggruppamento di altri per creare delle holding private. Le motivazioni antimonopolistiche avanzate dalla propaganda liberale contro quest'ultimo tipo di riorganizzazione sono, nella concretezza del caso cinese, del tutto assurde.
Al contrario queste riforme istituzionali generali, una volta stabilizzate, hanno il compito di restituire alla grande industria il ruolo di orientare e di accelerare lo sviluppo collettivo, di far saltare i colli di bottiglia, di promuovere l'innovazione tecnologica, cioè il compito di rispondere alle esigenze di una maggiore efficienza.
Non ci sono risposte astratte e generali a questi problemi. La condanna unilaterale della proprietà pubblica da parte della teoria neoliberale è solo propaganda senza alcun fondamento scientifico; si basa sull'idea ?? aprioristica e falsa ?? che il settore privato è naturalmente più `efficiente'. La proposta di trasformare le imprese di Stato in società per azioni (non importa se la quota di maggioranza sarà dello Stato o se il resto delle azioni sarà controllato dai lavoratori o da altri) non fornisce alcuna risposta ai problemi concreti, che possono essere di natura molto diversa. Questa proposta presuppone implicitamente che l'interesse degli azionisti (e quindi la logica del capitale) sia l'unico interesse degno di essere preso in considerazione.
Il settore statale soffre di un `malessere generalizzato' solo se lo si considera in modo molto semplicistico. Da un punto di vista contabile lo Stato non è deficitario (Yifu Lin) e il disavanzo o le eccedenze hanno senso solo se messi in riferimento con la struttura dei costi in vigore, con la retribuzione del lavoro (salari inferiori rispetto ad alcuni settori privati in cambio di servizi sociali), con le condizioni di occupazione (assenza di precarietà) e di lavoro (disciplina rilassata), con i prestiti (tassi di interesse preferenziali) o con i fattori produttivi importati (tasso di cambio sotto o sopravvalutato). In molti casi i beni strumentali sono rappresentati da tecnologie superate; ciò non implica però che la soluzione migliore sia quella di chiudere queste fabbriche o di rinnovarle integralmente. Confondere efficienza e competitività, ridurre il primo concetto al secondo, non ha alcun valore scientifico di carattere generale ed è solo il prodotto dell'alienazione commerciale propria del capitalismo. Si dovrebbero quindi esaminare i problemi posti in questo settore concretamente, caso per caso, e risolverli partendo da queste soluzioni per arrivare a principi coerenti con le esigenze della fase di lunga transizione, nella quale il paese si è avviato dopo aver superato lo stadio dell'accumulazione estensiva e della pianificazione centralizzata. Probabilmente non si può dire di più su questo punto. In ogni caso i cinesi hanno ragione di non affrettarsi.
Del resto sono appena cominciati i dibattiti sul futuro del settore privato, sulla sua portata, sulla natura dell'eventuale controllo dell'espansione attraverso politiche macroeconomiche statali, sulle eventuali forme della pianificazione scelta e sul grado dell'apertura verso l'esterno.
Molto pragmaticamente le autorità cinesi si sono limitate ad ammettere che nel paese vi era posto per un'apertura all'iniziativa privata ?? un atteggiamento che appare sensato nell'attuale stadio di sviluppo del paese. Quello che si è avviato con questa apertura assume un carattere diverso e riveste un aspetto ideologico e sociale composito. Inoltre presenta rischi più o meno gravi a lungo termine, come ad esempio le incerte relazioni con i poteri dei notabili locali, i progetti del capitale dei cinesi all'estero (compresa Taiwan) il cui potere politico è finora limitato o le proposte del capitale estero sotto forma di joint-venture. Ma non c'è ancora una filosofia politico-economica che prenda in considerazione a più lungo termine i rapporti fra il potere, la nazione cinese, le classi popolari e gli interessi privati. Il dibattito in questo campo deve uscire gradualmente dai limiti del pragmatismo. La questione dell'organizzazione del potere politico dello Stato, dell'autonomia delle classi popolari, dell'istituzione di un contropotere non può essere separata da quella sull'organizzazione della vita economica.
Di recente il principio della proprietà privata è stato introdotto in un settore nuovo, dove ha ricevuto un'applicazione su vasta scala: quello degli alloggi. Finora integralmente gestito dai poteri pubblici (Stato, autorità locali, imprese pubbliche), il settore degli alloggi è ormai al centro di un importante mercato.

#8 Guest_soul crew_*

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Inviato 08 dicembre 2007 - 17:02

segue...

7.Il bilancio che possiamo fare delle riforme è ancora provvisorio: l'evoluzione è iniziata, ma non si è ancora conclusa.
Le riforme erano necessarie. D'altra parte la pianificazione centralizzata non rappresenta la forma realizzata del socialismo, ma solo la prima fase di un lungo processo di transizione. Una fase positiva e necessaria, che deve però essere superata una volta ottenuti i risultati che ci si aspettava. I difensori del maoismo non lo hanno capito (la stessa Rivoluzione culturale, all'avanguardia sotto molti punti di vista, non ha considerato utile rivedere le forme del modello di gestione centralizzata del Piano) e di conseguenza hanno fatto il gioco dei `riformatori', per lo più confusi o semplicemente desiderosi di restaurare il capitalismo.
A mio parere si dovrebbero prendere le distanze sia dai detrattori sistematici delle riforme (He Quinglian), che partono dal presupposto di cancellare definitivamente il sistema cinese ?? in altre parole restaurare il capitalismo ?? sia dai suoi difensori di sinistra (Ajit Singh), che ritengono che la riforma abbia già creato quel famoso `socialismo di mercato' che è lo slogan ufficiale del potere.
Non è certo necessario ricordare gli aspetti `positivi' delle riforme realizzate, la sola accelerazione della crescita ne sintetizza bene i diversi aspetti. Inoltre questa crescita è stata sufficientemente controllata fino a oggi (e sottolineo questo limite temporale) per limitarne gli aspetti negativi.
Questi risultati sono stati ottenuti attraverso scelte pragmatiche, che hanno subito correzioni lungo la strada. Abbiamo quindi assistito a una successione di anni di `riscaldamento' dell'economia, caratterizzati da un'espansione accelerata del settore commerciale, seguiti da momenti di `raffreddamento' (ottenuti attraverso il rialzo dei tassi di interesse e l'aumento del prezzo dei fattori produttivi fondamentali ?? in primo luogo l'energia). Ma questo pragmatismo non può sostituirsi alla pianificazione o alla sua eventuale riforma. Inoltre moltiplica, anziché ridurre, le possibilità di `contrattazioni' opache per la ricerca di posizioni di rendita, associate ?? in Cina come altrove ?? alla corruzione dei funzionari (Yifu Lin).
Si corre il rischio quindi di vedere il sistema evolvere progressivamente, attraverso questo pragmatismo senza principi, verso una forma pura e semplice di capitalismo. Di fatto questa possibilità rappresenta attualmente il pericolo più grave. Senza una reale organizzazione delle classi popolari, private dei mezzi per intraprendere le lotte necessarie a ogni progresso sociale, l'evoluzione in questa direzione è inevitabile. Le correnti liberali all'interno della Cina e le pressioni dall'esterno spingono decisamente su questa strada. In tal caso il concetto di `socialismo di mercato' non avrebbe più senso e il sistema diventerebbe semplicemente capitalista, anche se la presenza di una proprietà pubblica (peraltro in declino) potrebbe far pensare a una fase di `capitalismo parzialmente di Stato'. Ma se la logica della pianificazione centralizzata era fondata su alcune distorsioni sistematiche (bassi tassi di interesse, sottovalutazione del cambio, bassi salari nominali, prezzi sovvenzionati per l'energia, per le materie prime e per i prodotti alimentari di base), l'adozione delle leggi di mercato (tassi di interesse reali positivi, deregolamentazione diffusa dei mercati e apertura di nuovi settori attraverso la commercializzazione delle terre, ecc.) non corregge queste distorsioni, anzi ne crea di nuove, negative. Infatti le nuove leggi di mercato non producono automaticamente `l'optimum', come affermano i discorsi ufficiali dei liberali; al contrario, sono responsabili di inefficienze che sarebbero deleterie per la Cina e distruggerebbero ogni speranza di progresso sociale e di indipendenza nazionale (i due termini sono inseparabili). La `competitività' acquisita in questo modo, attraverso settori isolati di economia moderna soffocati da un intero sistema in recessione (o tutt'al più stagnante) non è certo sinonimo di efficienza.
Del resto queste inefficienze sono già all'opera. Come ha fatto notare W. Hinton, una parte della crescita accelerata della produzione agricola è stata ottenuta senza tener conto delle esigenze di lungo periodo (che comportano una cura minuziosa del capitale fondiario) e attraverso interventi di mercato ?? sempre ispirati da una razionalità di breve periodo ?? che non permettono di migliorare la situazione.
La Cina aveva ottenuto buoni risultati negli indicatori sociali e umani dello sviluppo (i criteri del Pnud). Oggi sappiamo però che la `privatizzazione' ?? o anche la sola `razionalizzazione commerciale' ?? dei servizi sociali come la sanità o l'istruzione è sinonimo di degrado. La sanità privata costa negli Stati Uniti il doppio che in Europa e ha dato risultati deludenti (se misurati in termini di mortalità infantile o di speranza di vita). La solidarietà nazionale esige una scuola pubblica di qualità, che formi realmente i cittadini. La capacità di innovazione non è la conseguenza spontanea della `concorrenza' sui mercati (che è al contrario la semplice utilizzatrice di quella capacità, di cui deforma gli usi e moltiplica le inefficienze), ma il prodotto dell'istruzione e del sostegno pubblico. Negli Stati Uniti invece questa capacità dipende completamente dalle spese militari, che non rispondono certo ai criteri del mercato.
Le tre prospettive di sviluppo della Cina all'alba del XXI secolo sono (Samir Amin, Le projet de la Chine post maoiste, 1996): 1) un progetto imperialista di smembramento del paese e di sfruttamento delle regioni costiere da parte del capitale straniero; 2) un piano di sviluppo capitalistico `nazionale'; 3) un progetto di sviluppo nazionale e popolare, che associ in modo complementare e conflittuale al tempo stesso le logiche capitalistiche di mercato e le logiche sociali inserite in una prospettiva socialista di lungo termine, di cui questo progetto rappresenterebbe la fase più immediata.
La scelta in favore di un mercato estremamente deregolamentato e di una grande apertura ?? cioè quella dei liberali cinesi e stranieri ?? fa gli interessi della strategia imperialista, accentuando la spoliticizzazione e l'opposizione delle classi popolari e aggravando la vulnerabilità dello Stato cinese nei confronti dei mercati esteri. Questa scelta non è portatrice di una qualche forma di democratizzazione, al contrario è l'affermazione autocratica del potere delle classi dirigenti, caratteristica del cosiddetto modello `asiatico': si pensi al regime al potere a Singapore, al Kuo-min-tang e agli altri partiti ?? tutte oligarchie dello stesso genere.
Per quanto riguarda il secondo e il terzo modello, l'elemento che li differenzia va ricercato nel controllo delle relazioni estere e dei sistemi di redistribuzione in grado di mantenere un livello accettabile di solidarietà sociale e regionale. In realtà la differenza riguarda la natura e non il grado di applicazione dei mezzi politici statali utilizzati. ? questo il punto centrale del dibattito. La scelta progressista deve infatti basarsi sulla priorità data all'espansione del mercato interno, sulla base di rapporti sociali regolati in modo da ridurre al minimo le ineguaglianze sociali e regionali e da limitare la dipendenza dei rapporti esterni alle esigenze di questa dinamica. L'altra scelta, quella di un `capitalismo nazionale', considera invece l'inserimento crescente nel sistema capitalistico mondiale come il motore principale dello sviluppo economico. Essa è inevitabilmente associata all'aggravamento delle ineguaglianze regionali e, soprattutto, sociali. Anche in un lungo periodo è del tutto incredibile che una tale scelta possa via via accorciare la distanza rispetto al mondo capitalistico sviluppato per fare della Cina una nuova grande potenza o addirittura per concorrere all'egemonia mondiale. Il potere politico avrà difficoltà a mantenere la giusta rotta: cioè a non scivolare a destra (sottomissione al piano imperialista) o a sinistra (evoluzione verso il terzo modello).
Sono tra coloro che credono che l'unica scelta a disposizione dell'umanità si restringa ormai all'alternativa `socialismo o barbarie', che il capitalismo non possa più offrire prospettive accettabili avendo esaurito il suo ruolo storico progressista e che il livello di sviluppo delle forze produttive possa portare al comunismo su scala mondiale, anche se per arrivarci ci vorrà del tempo. Non cercherò di fare previsioni sui tempi che ci separano da questo orizzonte, ma qualunque strategia politica ed economica umanista, che si tratti della Cina, del Burkina Faso o degli Stati Uniti, non può essere pensata al di fuori di una prospettiva di lungo periodo di socialismo mondiale. E per socialismo mi riferisco a una società in cui gli uomini, divenuti padroni (relativi) del loro destino, cioè liberi dall'alienazione economica propria del capitalismo, saranno in grado di innovare e di inventare forme adeguate di gestione sociale a tutti i livelli, integrando le dimensioni politiche ed economiche. L'idea di questa utopia creatrice sostituirà alla regola dominante del nostro sistema (il capitale impiega ?? cioè sfrutta ?? il lavoro alienato) il suo opposto (gli uomini ?? non più ridotti allo status di venditori di forza lavoro ?? utilizzano il capitale, concepito come un mezzo e non come fine a sé stante). In caso contrario l'accumulazione capitalistica affermerà sempre di più le sue dimensioni distruttive attraverso l'alienazione (e le barbarie che produce), la distruzione della natura e la polarizzazione (rendendo impossibile qualunque progetto nazionale di `recupero').
Mi riferisco a questa prospettiva quando valuto l'eventuale capacità di un progetto di `socialismo di mercato' nel costituire una fase positiva nel lungo processo di transizione a cui abbiamo accennato.
Il progetto `nazionale' delle borghesie storiche ?? che si tratti di quelle che hanno effettivamente costruito le nazioni capitalistiche sviluppate della triade o di quelle che aspirano a `raggiungerle' ?? è sempre stato concepito come un progetto autocentrico (anche se aggressivamente aperto verso l'esterno), fondato su alcuni grandi principi che hanno permesso il controllo combinato del mercato del lavoro (attraverso l'autonomia alimentare che favorisce la valorizzazione del capitale), delle risorse naturali, del mercato interno, dei settori competitivi del mercato mondiale, dei flussi di finanziamento (e della gestione monetaria) e dell'accesso alla tecnologia. Il controllo di questi elementi è stato reso possibile dai rapporti istituiti dal capitalismo storico nei paesi diventati i centri del sistema mondiale. Di conseguenza tale controllo non può più essere riprodotto allo stesso modo nelle periferie. La storia non permette di imitare, ma impone di combinare i mezzi di recupero relativi con lo sviluppo di logiche innovative. Non si tratta perciò di `fare la stessa cosa, ma più rapidamente', bensì di `fare diversamente', come diceva Mao.
In questa prospettiva la pianificazione centrale acquista un ruolo importante come espressione di quella forte regolamentazione dei mercati che richiede lo stadio in cui si trova la Cina all'inizio del XXI secolo. Questa pianificazione, che non rientra nell'elenco delle macropolitiche economiche borghesi convenzionali, è in grado di distinguere l'efficienza sociale e nazionale dalla semplice competitività, sa utilizzare vari mezzi tra cui la redistribuzione sociale dei redditi regionali e settoriali, gli strumenti di finanziamento e quelli di intervento, se non di controllo, delle relazioni con il mondo esterno.
Il problema non è il nome ?? che questa scelta si chiami `socialismo di mercato' o in un altro modo non ha importanza. Tuttavia questa pianificazione centrale sarà efficace solo se si baserà realmente sulle aspirazioni delle classi popolari. Ciò implica quindi una vera e propria democratizzazione, l'affermazione del principio dell'autonomia organizzativa dei diversi segmenti costitutivi di queste classi (i sindacati operai, le cooperative rurali), il riconoscimento della possibile divergenza dei loro interessi e l'istituzionalizzazione politica della contrattazione collettiva per arrivare a un compromesso di base tra i partner. Tutto ciò va ben oltre la `democrazia a bassa intensità' proposta dall'ideologia occidentale dominante (il pluripartitismo politico reso impotente dalla dittatura di mercato) o l'elogio delle libertà esercitate nel quadro della cosiddetta società civile, diventato di moda con i postmoderni e ripreso dai populisti del Terzo mondo e della Cina (Zhou Huayou, Liu Chenghui, Zhiqu Lin e altri). Questi aspetti essenziali, anche se poco visibili nel dibattito politico cinese, sono affrontati dai migliori eredi del maoismo (Lin Chun).


Note:
Fonti bibliografiche Cai Fang, Options of employment policies in transitional China, CASS, 1999. Fan Gang, Local taxation autonomy, CASS, 1999. Gao Haihong, Exchange rate policy: possibile choices for China, CASS, 1999. Han Deqiang, Some questions on the large scale development of China's western regions, WE and C., vol. 8 n. 4, 2000. He Qinglian, China's Pitfall, Hong Kong, 1998. Hinton, William, The importance of land reform in the reconstruction of China, «Monthly Review», July-August 1998, New York. Huang I-Shu, Les minorités nationales de Chine, Alternatives Sud, vol. 7, 2000 («China Report», n. 32-1-1996). Li Jingwen, Zhang Xiao, China's environmental policies in the 21st century, CASS, 1999. Li Peilin, Economic transition transformation and social policy, CASS, 1999. Lin Chun, articoli vari (trasmessi a Samir Amin) Li Shi, Urban poverty research in China, «World Economy and China», vol. 8, n. 4, 2000. Liu Rongcang, The transformation of China's economic system and the redefining of the public policy, CASS, 1999. Liu Wenpu, Poverty and poverty policy in China, CASS 1999. Singh Ajit, Plan, market and economic reform in China, Unrisd, 1993. (Jude Howell, Sun Bing Yao, Wang Ying, Gordon White, Zhe Xiaoye), Market reform and civil society in China, Unrisd, 1994. Xie Ping, The convertibility of the RMB and China's exchange rate policies, «World Economy and China», vol. 8, n. 4, 2000. Yifu Lin Justin, Fang Cai, Zhou Li, Le miracle chinois, Economica 2000. Zhan Liqing, Confronting Wto, «World Economy and China», vol. 8, n. 4, 2000. Zhang Xaiohe, The increasing income inequality in China and its causes, «China Report», n. 35-2-1999. Zhang Zhouyuan, Reform of the State owned enterprises, Cass, 1999. Zhao Renwei, Increasing income inequality and its causes in China, Cass, 1999. Zhao Xiaobin Simon, Spatial disparities and economic development in China 1953-1992, Cass, 1999. Zhique Lin, Ronald C. Keith, Economic crime in China's transition to rule of law economy, «China Report», n. 35, 1999. Samir Amin, L'avenir du maoisme, ed. de Minuit, 1981. Samir Amin, Les défis de la mondialisation, Harmattan, 1996, Cap. Le projet de la Chine post maoiste.


(La Rivista del Manifesto, n.14, febbraio 2001)



#9 Guest_soul crew_*

Guest_soul crew_*
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Inviato 08 dicembre 2007 - 17:08

sul socialismo di mercato
(l' analisi è incentrata sul vietnam, ma ci sono diverse similitudini quantomeno nel metodo, non certo nella potenza economica con la cina)
http://nuke.ossin.or....aspx?tabid=341

questa è la conclusione del saggio

Come sempre la verità sta nel mezzo, un mezzo che è difficile identificare se non attraverso un??analisi ed un??esperienza diretta e attenta, un mezzo che come nel simbolo del Tao è un po?? bianco e un po?? nero, ma in cui anche nel bianco c??è un puntino nero e nel nero c??è un puntino bianco. Forse questo può servire a spiegare il mistero del socialismo di mercato, un modello che non è confondibile con quello dell??economia mista e che non è replicabile in altri paesi non asiatici, ma che presenta certamente una sfida non indifferente agli apologeti del libero mercato e del capitalismo neoliberista.


alcuni marxisti italiani si interrogano sul socialismo cinese e sui rapporti con il capitale occidentale
http://www.marxismo....88/14_cina.html

alcuni passi

??Economia di mercato socialista?

Già nel 1991 i disoccupati nelle campagne superavano i 100 milioni, a carico delle famiglie, mancando in campagna un sussidio di disoccupazione e un sistema pensionistico. Gli investimenti esteri quell??anno arrivarono a 6 miliardi di dollari, il 20% dei quali provenienti da Taiwan.

Nell??ottobre 1992, in occasione del XIV Congresso del Pcc venne approvato questo orientamento col nome di ??economia di mercato socialista?. Già nel 1993 il Pil crebbe del 13,7%. Da allora la media della crescita è stata dell??8% annuo.

Il 14 novembre del 1993 si chiuse il Plenum del CC con un documento intitolato ??Decisioni su alcune questioni relative all??istaurazione di un sistema economico di mercato socialista?

In esso si poteva leggere che: ???anche se la proprietà dello Stato rimarrà il principio fondamentale di base dell??economia nazionale, tutte le forme di proprietà ?? di Stato, collettiva e privata ?? dovranno essere messe in gioco nello sviluppo dell??economia.?

Si dichiarava che ??è necessario attenersi al principio dello sviluppo congiunto di settori economici multipli tra i quali la proprietà pubblica svolga un ruolo dominante; è necessario trasformare ulteriormente i meccanismi di gestione delle imprese di proprietà dello Stato e istituire un sistema imprenditoriale moderno che soddisfi i requisiti richiesti dall??economia di mercato?.

In quell??occasione si accese un energico dibattito sui meccanismi attraverso i quali il governo e il partito avrebbero mantenuto il ??controllo macroeconomico?. Ma alla fine la linea non cambia. Nel 1996 vengono abbandonate le ultime formalità della pianificazione centralizzata.


Coerentemente con tutto ciò il primo luglio 2001 si approva formalmente che i capitalisti privati possano entrare nel Pcc. Nel novembre dello stesso anno la Cina entra nel Wto.

Le cause di questa relativamente facile vittoria del settore procapitalista del partito sono quattro.

1) Il mantenimento della crescita che permette l??arricchimento di una minoranza di capitalisti e anche il miglioramento delle condizioni di vita di centinaia di milioni di nuovi proletari venuti dalle campagne passando da salari mensili che non superano i 20-25 euro a salari di 80-180 euro nelle città. L??alta competitività delle merci cinesi è possibile perchè vengono prodotte con la tecnologia più avanzata frutto dagli enormi investimenti realizzati (più di 600 miliardi di dollari negli ultimi 20 anni investiti in 480mila aziende) e con una mano d??opera che viene pagata tra 10 e 20 volte meno che in Europa o negli Usa. Alla forte crescita dell??export si aggiunge quella delle importazioni, con massicci piani di investimento in infrastrutture (autostrade: 35mila km costruiti tra il ??94 e il 2004 con la prospettiva di costruirne 85mila entro 10 anni; metropolitane: 84 città stanno costruendone una nuova rete; ferrovie, aeroporti, edilizia e costruzione di nuovi impianti industriali).

2) Il cuore della nuova classe borghese è formato dalle mogli, dai figli, dai nipoti dei burocrati, assieme ai cinesi della diaspora tornati in massa (solo a Shanghai risiedono 600mila cinesi di Taiwan).

3) Il ruolo decisivo giocato dalla diaspora cinese e l??integrazione di Hong Kong nella Repubblica popolare cinese. La ex colonia britannica ha giocato il ruolo di cavallo di Troia del capitalismo. Attraverso Hong Kong la zona economica speciale di Shenzhen è cresciuta del 31% annuo negli ultimi 20 anni. La maggior parte dei capitalisti di Hong Kong non hanno trovato grosse difficoltà ad integrarsi nel neocapitalismo continentale. Nel 1997 la loro integrazione formale nella Rpc ha comportato un serio rafforzamento della classe capitalista. Il resto della diaspora cinese ha giocato anche un ruolo decisivo nella crescita del capitalismo. Fino al 2003 circa due terzi del totale degli investimenti esteri nel paese proveniva dai cinesi all??estero, una parte decisiva da Taiwan.

4) Il controllo statale sul sistema finanziario e la non convertibilità della valuta cinese, che ha permesso di superare la crisi asiatica del 1997 e la massa di crediti non recuperabili (circa il 40% nel 1998). Ciò è stato fortemente agevolato dal alto tasso di risparmio delle famiglie, che arriva al 35% del reddito (circa il doppio della percentuale italiana) e dal surplus della bilancia commerciale che ha permesso l??accumulo di più di 600 miliardi di dollari di riserve valutarie. In questo contesto il debito pubblico cresce fortemente ma ancora non supera il 25% del Pil ed è totalmente finanziato dal risparmio interno.


La rivoluzione cinese sottrasse agli imperialisti il boccone più ghiotto del mondo coloniale. La Cina raggiunse l??autosufficienza alimentare in un decennio e pose le basi di un paese industrializzato. La burocrazia stalinista giocò un ruolo progressista, malgrado i costi enormi (umani e materiali) del suo agire. Per mantenere ed accrescere i propri privilegi ha deciso di imboccare la strada del capitalismo e sostituito l??internazionalismo parolaio con un nazionalismo sempre più impaziente. Lo può fare in base alla miscela esplosiva della valanga di capitali esteri e di una nuova classe operaia proveniente dalle campagne. La Cina produce merci per tutto il mondo permettendo dei superguadagni ai capitalisti usando una forza lavoro di proporzioni colossali.

Il processo di sfruttamento che Engels descriveva a metà del XIX secolo nella Situazione della classe operaia in Inghilterra si ripete con un??ordine di grandezza 20 volte superiore. Una classe operaia che già oggi è la maggior del mondo cresce ad un ritmo di 20 milioni l??anno. Non hanno tradizioni di lotta sindacale, né diritti formali riconosciuti, spesso i salari arrivano in ritardo, si trovano i capitalisti, i burocrati del partito e dello Stato contro, ma appena prendano coscienza delle loro condizioni e dell??ingiusta distribuzione della ricchezza possono solo lottare per i loro diritti? Di fatto hanno già cominciato: il governo riconosce che nel 2003 ci sono state 58.000 proteste con tre milioni di persone coinvolte. Dieci anni prima la cifra era meno di 9000. ? un fatto che negli ultimi due anni il costo del lavoro è aumentato del 50%.

La Repubblica del 19 maggio 2004 riportava come un paio di Timberland, vendute in Europa a 150 euro fanno guadagnare 45 centesimi al ragazzo di 14 anni che le produce a Zhongshan, lavorando 16 ore al giorno senza assicurazione malattia, né ferie pagate. Come abbiamo visto tante volte in passato la classe operaia troverà i modi di ribellarsi a questo sfruttamento. E parafrasando Napoleone possiamo dire che quando la possente classe operaia cinese si alzerà in piedi il mondo capitalista tremerà.





#10 Guest_soul crew_*

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Inviato 08 dicembre 2007 - 17:11

tutto ebbe inizio più o meno da qui
http://it.wikipedia....tiche_cinesi.22

ci tengo a sottolineare che tutto quello che ho postato è a scopo divulgativo, non tutto ciò che è scritto lo condivido in pieno e non tutto lo prendo come oro colato

però mi sembra altrettanto necessario partire da analisi ragionate se si vuol discutere, senza utilizzare terminologie errate, o credere agli asini che volano.

#11 Guest_soul crew_*

Guest_soul crew_*
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Inviato 09 dicembre 2007 - 23:29

la normativa sul lavoro in Cina
http://www.corrierea...lavoro_cina.pdf

#12 Guest_soul crew_*

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Inviato 07 gennaio 2008 - 14:33

2 gennaio 2008

? entrata in vigore dal primo gennaio la riforma del lavoro in Cina. La norma, che assegna un ruolo significativo alle organizzazioni sindacali e regola i tempi dei contratti e l'ammontare dei salari (con obbligo di pagamento degli straordinari, stipendio minimo e buonuscita per chi viene licenziato), ha messo in allerta le società straniere dislocate nel Paese del Dragone .

«Il Governo cinese sta facendo uno sforzo corale per proteggere i diritti dei lavoratori», ha commentato a Bloomberg Auret van Heerden, a capo della Fair Labor Association di Ginevra, l'organizzazione che monitora le condizioni dei lavoratori in 60 Paesi. Ma c'è chi non apprezza il tentativo. Olympus, quarto gruppo a livello mondiale nella produzione di macchine fotografiche e Yue Yuen Industrial, leader nella produzione di scarpe per marchi globali come Nike, sono tra le società che hanno deciso di spostare rami produttivi in Vietnam per tagliare i crescenti costi del lavoro.

Il trend è generalizzato nella regione, se si pensa che anche Quanta Computer, il più grande produttore di laptop (computer portatili) per altri gruppi, ha come obiettivo dichiarato l'apertura del primo impianto fuori dai confini di Taiwan, che sarà localizzato proprio in Vietnam, nella seconda metà del 2008. «L'anno prossimo assisteremo alla chiusura di altre fabbriche in Cina - ha pronosticato Stanley Lau, vice-presidente dell'associazione industriale di Hong Kong - in particolare perché la nuova legge rende più difficile l'assunzione temporanea, una pratica in uso soprattutto nelle società di export per affrontare le fluttuazioni negli ordini».

Immagine inserita

Will China's new labor contract law mean a better image and a move up the industrial ladder? Or will it push up wages and erode the country's competitive advantage? And among these possible outcomes, which matters more? It depends on who you ask.

Zhao Yumin, an expert with the Chinese Academy of International Trade and Economic Cooperation, which is under the Ministry of Commerce, told Xinhua that China should shed its sweatshop image. "We will develop the economy with the purpose of promoting people's welfare and the new law aims to ensure that workers' rights are protected," in line with world trends.

The Labor Contract Law, due to take effect on Jan. 1, 2008, entitles employees of at least 10 years' standing to sign contracts that protect them from dismissed without cause. The law also requires employers to contribute to employees' social security accounts and sets wage standards for employees on probation and working overtime.

Many small local companies complained that the law would send up their costs and worsen their situation, which they said was already being made difficult by a stronger currency and the scrapping of export tax rebates.

However, Chen Xinmin, a human resources expert with South China Normal University, said that "some companies reacted too strongly because they are so spoiled that they mistakenly equate advanced personnel management with the right to fire people at will."

Statistics indicate that about 40 percent of private-sector employees lack labor contracts, and critics have charged that unpaid wages, forced labor and other abuses have accompanied China's economic boom.

The outcry culminated in June when a slave-labor scandal came to light in which hundreds of farmers, teenagers and even children had been forced to work in brickyards, enduring beatings and confinement.

"Companies should regard the law as an opportunity to improve their management, capital-labor relations and productivity," said Bao Yujun, president of the China Society of Private Economy Research.

"Foreign companies reject poor labor standards, too," said Zhao, adding that she didn't believe the law would lead to multinationals moving their operations out of China to countries where labor costs were even lower.

"Global companies came to produce in China because of the low costs but also because of the huge market," she added.

Although some U.S. companies believed that China was losing its competitive edge to rising costs, many were realizing the market potential that China has long promised, according to a recent report from the American Chamber of Commerce in Shanghai.

As economic reforms have improved the climate for U.S. companies in China, the vast majority of them planned to increase investment in the country, said the report.

Zhang Yansheng, head of the International Economic Research Institute under the National Development and Reform Commission, said that "the new law is part of the progress China has made to perfect its market economy system" and that China would create a better business climate by updating the legal system. And if companies did decide to move to places with cheaper labor, that was just "the rules of the market economy," he said.

"As China's population ages, industries that are too labor-intensive will have to move out of the country" anyway, he said. "Although China has a bigger population, India has two times as many young workers as China." He added: "China must upgrade its industries. The world's factory should not be merely a packaging plant or a composing room with low-quality laborers."

As China strives to restructure its economy and raise workers' incomes, companies that solely relied on cheap labor would not have good prospects in any case, said Wang Yiming, an expert in personnel management with the Chinese Talents Society.

Statistics indicate that Chinese workers' pay has been rising rapidly in recent years. Wages rose 14 percent in 2005, according to the central bank. And monthly wages rose 18.8 percent in the first nine months of this year, according to the National Bureau of Statistics.

Labor costs in China are low by developed-world standards, equating to perhaps 2-3 percent of what workers earn in the West, but China is hardly the lowest-cost location in the world. For example, textile workers in coastal provinces cost about 1 U.S. dollar per hour, but that's three times as much as in Vietnam, Cambodia or Bangladesh, according to Deputy Minister of Commerce Gao Hucheng.

China's advantage in low labor costs has become an unhealthy model of growth and led to a loss of national welfare, said experts.

fonte: http://english.peopl....6/6330181.html

Commento preso da Politica Online:
Bisogna poi notare che questa riforma del lavoro in realtà non nasce dal nulla. Prima vi erano almeno un centinaio di leggi a tutela del lavoratore, ma costituivano un corpus disorganico, spesso si prestavano a diverse interpretazioni, mentre ora si considera il lavoratore come il "soggetto debole" per definizione, dunque da tutelare, nel rapporto di lavoro. Questa legge va nella direzione della trasformazione della Cina in uno Stato Socialista di Diritto entro il 2010. Lo Stato Socialista di Diritto è una idea nuova nell'ambito del Socialismo. Siccome il socialismo era pensato uno stato transitorio si pensava che non occorresse soffermarsi sulla elaborazione di una legislazione del Diritto Socialista, in questo periodo sarebbe solo stato valido il Diritto Rivoluzionario che come la storia delle rivoluzioni ci insegna (a cominciare da quella americana) non era il massimo della tutela delle garanzie individuali. I comunisti cinesi pensano che il periodo di transizione sia molto llungo dunque valga la pena di elaborare un Diritto Socialista.
Molto importante è il riconoscimento di Bloomberg Auret van Heerden, «Il Governo cinese sta facendo uno sforzo corale per proteggere i diritti dei lavoratori», che è a capo di una istituzione seria mica Amnesy International ( detta Amnesy perchè per anni ha ignorato la violazione dei diritti umani in Palestina da parte di Israele).
Riguardo ad Olympus e Nike è una notizia vecchia. Queste aziende sono già emigrate da tempo verso il Vietnam dove il costo del lavoro è minore. Tra l'altro con il pieno consenso della Cina che sta aiutando Vietnam, Laos e Corea del Nord nell'impiantare il socialismo di mercato. E' notizia di questi giorni la convocazione di un seminario comune tra il Partiti e governi di Vietnam e Cina per discutere la teoria e la pratica del socialismo di mercato. Per la verità non vorrei deludere i sostenitori di Cuba dicendo che la maggior parte degli economisti comunisti cubani sono per il socialismo di mercato elogiato per altro da Fidel nella lettera a Chavez dell'anno scorso. Il grande balzo in avanti del pIl cubano di quest'anno si deve in gran parte alle joint-ventures con la Cina.
Riguardo a mister Stanley Lau, già dopo i forti aumenti salariali del 2005 (+15%) minacciava fuoco e fiamme sotenendo che la Cina non avrebbe più attirato i capitali starnieri. Quest'anno per inciso la cina ha avuto il record della sua storia nell'attirare questi capitali ed ha supoerato abbondantemente gli USa che per altro attirano soprattutto capitale speculativo.
Le ragioni per cui si investe in Cina ormai non sono più quelle dei bassi salari ma la presenza di un ambiente dinamico, forza lavoro specializzata, una quantità enorme di gente laureato in ingegneria e materie scientifiche, efficenza dei servizi, ricerca scientifica, scarsa criminalità (la Cina ha 1/6 di detenuti degli USA tanto per parlare di stato di polizia!!!!), e tutto sommato scarsa corruzione se rapportata a paesi come l'India. il Pakistan, l'Indonesia o il Bengla Desh. E soprattutto grande stabilità politica che permette alle aziende di programmare nel lungo periodo.


commento mio: aumentano i diritti dei lavoratori cinesi e gli ammmmeregani della nike cha fanno? si spostano in vietnam ;D

#13 darc said

darc said

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Inviato 07 gennaio 2008 - 15:47

Ho appena finito "L'Impero di Cindia" di Federico Rampini, libro che ha già un paio d'anni, ma è una buona analisi sulla transizione cinese verso il capitalismo e l'economia di mercato. Molto lucida è la parte in cui si descrivono le punte di eccellenza della "fabbrica del pianeta" ma anche i disastri e le condizioni misere di 800 milioni di contadini. Rampini ha un punto di vista leggermente parziale a favore del sistema cinese, ma analizza alcuni aspetti che spesso non riusciamo a vedere...inclusa la questione dei cinesi in italia e viceversa.

Soul quello che hai scritto gli dò un'occhio più tardi, ora non ho molto tempo...comunque Cindia è bello e scritto bene, leggilo se non l'hai fatto
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#14 Guest_soul crew_*

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Inviato 07 gennaio 2008 - 15:57

Soul quello che hai scritto gli dò un'occhio più tardi, ora non ho molto tempo...comunque Cindia è bello e scritto bene, leggilo se non l'hai fatto

l' ho visto in bella mostra nel reparto politica delle libreria in cui mi servo abitualmente e infatti ero parecchio incuriosito. lo metto tra i prossimi acquisti allora ;)

#15 virginia wolf

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Inviato 08 gennaio 2008 - 10:41

soul, ti rammento che Federico Rampini è quel (per me ottimo) giornalista di Repubblica che, quando ti ho postato un suo articolo sul Tibet, hai definito "fazioso".

Di Rampini vi consiglio anche "L'Ombra di Mao" e, per fare un confronto fra Cina e India, il suo ultimo saggio "La speranza indiana".

  • 1
Penso a come contiamo poco, come tutti contino poco; com'è travolgente e frenetica e imperiosa la vita, e come tutte queste moltitudini annaspino per restare a galla.

#16 ouspen

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Inviato 08 gennaio 2008 - 12:27

Rampini descrive la Cina secondo un??ottica occidentale, per questo lo ritengo poco credibile; ho letto l'ombra di Mao e ricordo i suoi articoli riguardo la protesta cinese in via Sarpi a Milano: cliché come se piovesse.
Molto, molto, molto meglio Renata Pisu.
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#17 virginia wolf

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Inviato 08 gennaio 2008 - 12:52

Renata Pisu

"Dovrei ora dire ?? o non dire? ?? che ho conosciuto il suo papà, mio coetaneo? Lo dico: a Pechino, nel 1960, quando era all??Università, ho giocato a ping pong con lui. E c??era anche un ragazzo niente male quella sera, si chiamava Ernesto Guevara. Allora io ero convinta, cioè la propaganda mi aveva convinta, che il Tibet fosse una terribile arretrata teocrazia. E soltanto tornata in Italia ho saputo che bel tipo era il Che. Il mio compagno di ping pong, il padre di Renji, è stato poi accusato dai tibetani di essere un ??collaborazionista? dei cinesi, cioè delle forze di occupazione del Tibet, e dai cinesi di essere un ??serpente feudale?. Ora penso, e lo dico, che il Dalai Lama è veramente un Budda vivente, e cosa significhi Budda appena lo intuisco, ma di certo è una cosa grande. E poi un budda eletto, che meraviglia! E che lezione alla Cina, con le sue incarnazioni di regime."

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http://www.radio.rai...drago/index.cfm

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Penso a come contiamo poco, come tutti contino poco; com'è travolgente e frenetica e imperiosa la vita, e come tutte queste moltitudini annaspino per restare a galla.

#18 Guest_soul crew_*

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Inviato 08 gennaio 2008 - 13:58

soul, ti rammento che Federico Rampini è quel (per me ottimo) giornalista di Repubblica che, quando ti ho postato un suo articolo sul Tibet, hai definito "fazioso".


e quindi? tu leggi solo cose con cui ti ritrovi d' accordo al 100%? a giudicare da certe cose che scrivi, sembrerebbe di sì.
conoscere bene il pensiero di chi non la pensa come me, è molto più importante che sentirmi dire quello che penso già. se vedessi una parte della mia libreria non sapresti mica dire come la penso, io leggo di tutto, dai teorici dell' ultraliberismo, ai fascisti.

"conosci il tuo nemico e saprai come sconfiggerlo"

Renata Pisu

"Dovrei ora dire ?? o non dire? ?? che ho conosciuto il suo papà, mio coetaneo? Lo dico: a Pechino, nel 1960, quando era all??Università, ho giocato a ping pong con lui. E c??era anche un ragazzo niente male quella sera, si chiamava Ernesto Guevara. Allora io ero convinta, cioè la propaganda mi aveva convinta, che il Tibet fosse una terribile arretrata teocrazia. E soltanto tornata in Italia ho saputo che bel tipo era il Che. Il mio compagno di ping pong, il padre di Renji, è stato poi accusato dai tibetani di essere un ??collaborazionista? dei cinesi, cioè delle forze di occupazione del Tibet, e dai cinesi di essere un ??serpente feudale?. Ora penso, e lo dico, che il Dalai Lama è veramente un Budda vivente, e cosa significhi Budda appena lo intuisco, ma di certo è una cosa grande. E poi un budda eletto, che meraviglia! E che lezione alla Cina, con le sue incarnazioni di regime."

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http://www.radio.rai...drago/index.cfm

che palle, il topic sul tibbetlibberosubbito aka bollettino di guerra del radical party, è da un' altra parte.

quanto a questa frase:

[u]Ora penso, e lo dico, che il Dalai Lama è veramente un Budda vivente, e cosa significhi Budda appena lo intuisco, ma di certo è una cosa grande. E poi un budda eletto, che meraviglia! [b]


sto trattendendo le risate a stento, dato che sono al lavoro.



#19 ouspen

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Inviato 08 gennaio 2008 - 14:03

...


grazie per i link, anche se non ho ben capito il collegamento col Tibet. Ho detto e confermo che Renata Pisu analizza la società cinese con maggiore complessità rispetto a Rampini, il quale si limita a riproporre stereotipi secondo standard occidentali. Evidentemente su alcuni aspetti la pensiamo in maniera diversa: secondo me un sistema sociale di tipo teocratico-schiavista che promuove istinti servili deve essere assolutamente superato.
Chiaramente sei libera di preferire un sistema ad un altro però poi non ti lamentare se il papa propone la moratoria sull'aborto, copre i suoi correligionari pedofili, si arroga privilegi ecc. ecc.
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#20 astrodomini

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Inviato 08 gennaio 2008 - 14:10

Evidentemente su alcuni aspetti la pensiamo in maniera diversa: secondo me un sistema sociale di tipo teocratico-schiavista che promuove istinti servili deve essere assolutamente superato.
Chiaramente sei libera di preferire un sistema ad un altro però poi non ti lamentare se il papa propone la moratoria sull'aborto, copre i suoi correligionari pedofili, si arroga privilegi ecc. ecc.


Non certo superato da un altro molto simile come quello cinese. Il tuo modo di fare è decisamente scorretto.
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