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David Foster Wallace


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331 replies to this topic

#1 Nekokuma

Nekokuma

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Inviato 02 febbraio 2007 - 14:14

Ho appena terminato di leggere Considera l'aragosta di D.F.Wallace e mi è piaciuto moltissimo, così come gli altri suoi libri che ho letto (Infinite jest, Oblio, Brevi interviste con uomini schifosi, La ragazza dai capelli strani).
Cosa ne pensate di questo scrittore? Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione sia per quanto riguarda il contenuto che la forma, dal momento che parecchie delle persone con cui ne ho parlato lo considerano estremamente acuto ed intelligente ma non ne sopportano lo stile particolare, che a parer loro è illegibile soprattutto per la smisurata lunghezza dei periodi e delle digressioni. Personalmente trovo il suo stile delizioso e scorrevolissimo, tanto che io questo fatto dei periodi lunghi nemmeno l'avevo notato particolarmente siccome si arriva alla fine senza intoppi e comprendendo tutto (nonostante le digressioni) senza problemi. Credo inoltre che Wallace abbia un'intelligenza straordinaria sia dal punto di vista creativo che da quello analitico, e ciò gli permette di scrivere dei romanzi e dei saggi con un equilibrio unico fra invenzione, realtà e precezione di essa.

Voi che ne pensate?
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#2 thom

thom

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Inviato 02 febbraio 2007 - 17:00

Ho appena terminato di leggere Infinite Jest, quindi codesto thread capita a pennello.
Innanzitutto l'ho trovato un romanzo appassionantissimo, capace di scatenare a tratti la stessa dipendenza di cui tratta in maniera così trasversale. Ho trovato tuttavia dei passaggi a vuoto, quali l'insistere sui racconti deformi degli AA e certe mutazioni di registro repentine atte a descrivere la routine dei tossici di strada (leggi Povero Tony). Comunque sia trattasi comunque di un romanzo di 1400 pagine (1300 nella versione Einaudi che ho letto).

Partendo dagli aspetti positivi, come dicevo suinnanzi, Wallace dispone veramente di un talento puro di dimensioni debordanti. E' stato definito non a caso uno dei pochi scrittori che può suscitare interesse scrivendo di tutto (non a caso il saggio matematico sulle teorie sull'infinito di Cantor). Wallace possiede pari eccellenti capacità sia nella letterattura descrittiva (corroborata da un lessico pantagruelico, a tratti invero fastidioso per l'inevitabile impari confronto col nostro, e da una cultura tuttologica che spazia dalla filosofia alla matematica e spesso conferisce la sensazione di omniscienza. Non a caso  indica il Tractatus di Wittgenstein come uno dei suoi libri preferiti) che in quella analitica. Da qui scaturisce la sua abilità nei "movimenti di macchina" che comprendono sia zoommate improvvise sul personaggio in questione, sia infiniti piani sequenza (uno su tutti: la descrizione del MIT), sia campi lunghi (l'ambientazione temporale incerta e la futuribile storia politica americana) inquinati da flashback corali. Wallace riesce a districarsi in grovigli (mentali e letterari) veramente insani per la maggior parte dei lettori ma pure degli scrittori contemporanei. Il suo è un massimalismo spinto al limite, come la maggior parte dei suoi personaggi (tale parallelismo formale e sostanziale è stato descritto da Wallace stesso che ha detto di aver scritto Infinite Jest con il fine di comunicare una sensazione di crollo imminente).
Riassumendo trovo veramente in Wallace eccezionali doti di intrattenitore, un Intrattenimento che, come apprendiamo dal libro, non è certo gratis.

Che cos'è che mi impedisce di considerarlo un capolavoro assoluto. Terminato il libro, nonostante gli iniziali entusiasmi, non mi sono ritrovato catapultato in libreria ad acquistare la Scopa del sistema oppure Considera l'aragosta. Ciò che alla fine mi ha lasciato una sorta di amaro in bocca è la violenza psicologica sui personaggi della scrittura di Wallace. Ovvero: tutti i personaggi, salvo rare eccezioni, sono incredibilmente intelligenti e acculturati (basti pensare ai dialoghi fra i componenti puberali dell'ETA). I dialoghi che ne scaturiscono sono incredibilmente arguti ed ironici o surreali. E' chiaro che partendo da questi presupposti (che un po' sono alla base del realismo isterico a cui Wallace è accostato) l'aspetto introspettivo perde di valore. Come dicevo prima Wallace è abilissimo nella letteratura analitica, ma la sua volontà piega ogni personaggio (salvo comparse) a sua immagine e somiglianza. E direi che è questo un po' l'aspetto che alla fine del libro (fine è una parola grossa per un romanzo postmoderno) mi lasciato perplesso.

In realtà ho un sacco di idee ed argomentazioni sul libro, magari quando ho più tempo ci ritorno.
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#3 Nekokuma

Nekokuma

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Inviato 02 febbraio 2007 - 20:27

Ciao thom, mi trovo d'accordo con te su tutto quello che dici, ma io credo che sia proprio Infinite Jest ad avere quela caratteristica che tu consideri "limite", più di tutte le altre cose sue che ho letto. Infinite Jest è come se racchiudesse tutti i temi cari all'autore che si ritrovano, singolarmente, nelle altre opere e gioco forza dei personaggi che si trovano ad agire in contesti dei quali quei temi sono lo sfondo devono presentare (quasi) tutti uno spessore intellettuale adeguato, e comunque mi sembra che quelli di Infinite Jest siano acculturati "a ragione", nel senso che sono personaggi costruiti per essere acculturati, non sono insomma dei parcheggiatori geniali o macellai ultraintellettuali. Ti consiglio di leggere anche qualche altra cosa, magari proprio Considera l'aragosta che, essendo una raccolta di saggi, non presenta il problema da te esposto siccome è Wallace stesso a parlare, e il saggio che c'è sull'11 settembre credimi vale tutto il prezzo del libro (che per la cronaca contiene saggi su cose che vanno dagli Oscar del porno americano all'11 settembre, dalla critica letteraria su Kafka a quella sulle autobiografie dei campioni sportivi, reportage sulle primarie repubblicane per l'elezione del presidente, analisi filosofica dei dizionari di lingua inglese e molto altro).
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#4 Jules

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    Pietra MIliare

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Inviato 02 febbraio 2007 - 21:08

Ho appena terminato di leggere Considera l'aragosta di D.F.Wallace e mi è piaciuto moltissimo, così come gli altri suoi libri che ho letto (Infinite jest, Oblio, Brevi interviste con uomini schifosi, La ragazza dai capelli strani).
Cosa ne pensate di questo scrittore? Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione sia per quanto riguarda il contenuto che la forma, dal momento che parecchie delle persone con cui ne ho parlato lo considerano estremamente acuto ed intelligente ma non ne sopportano lo stile particolare, che a parer loro è illegibile soprattutto per la smisurata lunghezza dei periodi e delle digressioni. Personalmente trovo il suo stile delizioso e scorrevolissimo, tanto che io questo fatto dei periodi lunghi nemmeno l'avevo notato particolarmente siccome si arriva alla fine senza intoppi e comprendendo tutto (nonostante le digressioni) senza problemi. Credo inoltre che Wallace abbia un'intelligenza straordinaria sia dal punto di vista creativo che da quello analitico, e ciò gli permette di scrivere dei romanzi e dei saggi con un equilibrio unico fra invenzione, realtà e precezione di essa.

Voi che ne pensate?


Sinceramente la penso come le persone con cui hai già parlato...tranne per Considera l'aragosta, che ho digerito in modo più naturale..
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#5 thom

thom

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Inviato 02 febbraio 2007 - 21:33

L'irrealità nel livello intellettuale dei protagonisti però in Infinite Jest è piuttosto diffusa. In primis gli studenti dell'ETA che massimo hanno diciasette anni e discettano di matematica e statistica avanzate, chimica anulare, medicina, filosofia (questo escludendo Hal e le sue capacità mnemoniche e lessicali). Ma mi viene in mente anche il dialogo fra i due bidelli dell'Eta (reclutati in metropolitana) che citano acqueforti tantriche e interfaccie animalistiche. Ma è giusto un esempio. Penso che l'unico personaggio nel libro ad esserne immune sia il co-protagonista Gately.

Quello che può sembrare un dettaglio (questa presunta "sovracerebralità") in realtà nel risultato finale va a minare la credibilità dei personaggi stessi, in particolare la loro tridimensionalità. Questo avviene proprio perchè siamo all'interno di un romanzo postmodernista, in cui, perlappunto, lo spazio per i sentimenti espressi è marginale, se non inesistente. Wallace stesso si dichiara preoccupato per la perdità di "umanità" della letteratura moderna (non so se ti ricordi nel romanzo la frecciata all'ellisismo,da B.E. Ellis, presunta degenerazione della letteratura futura), però a mio avviso non fa nulla per evitarla. In particolare ti posto questa sua dichiarazione:

Una letteratura morale?
Se la condizione della nostra civiltà contemporanea fa disperatamente schifo, è insulsa, materialistica, emotivamente ritardata, sadomasochistica e stupida, allora qualunque scrittore può sfangarla creando alla bell??e meglio storie piene di personaggi stupidi, superficiali, emotivamente ritardati, e non ci vuole molto, perché quel genere di personaggi non richiede nessuno sviluppo. O descrizioni che siano semplici liste di prodotti di marca. Romanzi in cui gente stupida si dice cose insignificanti. Se quello che ha sempre contraddistinto la cattiva scrittura - la piattezza dei personaggi; un mondo narrativo fatto di cliché e non riconoscibile come umano ?? è anche ciò che contraddistingue il mondo di oggi, allora un brutto romanzo diventa una geniale mimesi di un brutto mondo. Se i lettori credono semplicemente che il mondo sia stupido, superficiale e cattivo, allora uno come Bret Easton Ellis può scrivere un romanzo cattivo; stupido e superficiale che diventa un ironico e tagliente ritratto della bruttura del mondo che ci circonda. Siamo d??accordo un po?? tutti che questi sono tempi duri, e stupidi, ma abbiamo davvero bisogno di opere letterarie che non facciano altro che drammatizzare quanto sia tutto buio e stupido? Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d??arte mi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancora sopravvivono ed emettono luce nonostante l??oscurità dei tempi. La buona letteratura può avere una visione del mondo cupa quanto vogliamo, ma troverà sempre un modo sia per raffigurare il mondo sia per mettere in luce le possibilità di abitarlo in maniera viva e umana.
Non parlo di soluzioni nel campo della politica convenzionale o l??attivismo sociale. Il campo della letteratura non si occupa di questo. La letteratura si occupa di cosa voglia dire essere un cazzo di essere umano. Se uno parte, come partiamo quasi tutti, dalla premessa che negli Stati Uniti di oggi ci siano cose che ci rendono decisamente difficile essere veri esseri umani, allora forse metà del compito della letteratura è spiegare da dove nasce questa difficoltà. Ma l??altra metà è drammatizzare il fatto che nonostante tutto siamo ancora esseri umani. O possiamo esserlo. Questo non significa che il compito della letteratura sia edificare o insegnare, fare di noi tanti piccoli bravi cristiani o repubblicani. Non sto cercando di seguire le orme di Tolstoj o di John Gardner. Penso solo che la letteratura che non esplori quello che significa essere umani oggi, non è arte. Abbiamo tanta narrativa "di qualità" che ripete semplicemente all??infinito il fatto che stiamo perdendo sempre più la nostra umanità, che presenta personaggi senz??anima e senza amore, personaggi la cui descrizione si può esaurire nell??elenco delle marche di abbigliamento che indossano, e noi leggiamo questi libri e diciamo "Wow, che ritratto tagliente ed efficace del materialismo contemporaneo!" Ma che la cultura americana sia materialistica lo sappiamo già.? una diagnosi che si può fare in due righe. Non è stimolante. Quello che è stimolante e ha una vera consistenza artistica è, dando per assodata l??idea che il presente sia grottescamente materialistico, vedere come mai noi esseri umani abbiamo ancora la capacità di provare gioia, carità, sentimenti di autentico legame, per cose che non hanno un prezzo? E queste capacità si possono far crescere? Se sì, come, e se no, perché?


E ancora:
L??ironia postmoderna
Se ho un vero nemico, un patriarca contro cui effettuare il mio parricidio, sono probabilmente Barth e Coover e Burroughs, e perfino Nabokov e Pynchon. Perché, anche se la loro consapevole letterarietà, la loro ironia e la loro anarchia erano al servizio di scopi validissimi ed erano indispensabili per quell??epoca, il loro assorbimento estetico da parte della cultura consumistica americana ha avuto conseguenze terrificanti per gli scrittori e per chiunque. Il mio saggio "E unibus pluram" parla proprio di quanto sia diventata velenosa l??ironia postmoderna.
L??ironia e il cinismo erano esattamente la reazione che ci voleva all??ipocrisia americana degli anni Cinquanta e Sessanta. ? questo che rende i primi scrittori postmoderni dei grandissimi artisti. Il grosso merito dell??ironia è che spacca le cose a metà e va a guardarle dall??alto in basso, così da rivelarne i difetti, le ipocrisie e i doppioni. Il sarcasmo e l??ironia sono ottimi modi per strappare le maschere e mostrare la realtà sgradevole che c??è sotto. Il problema è che, una volta che le regole dell??arte sono state smantellate, e una volta che le sgradevoli realtà diagnosticate dall??ironia sono state rivelate in pieno, "a quel punto" che facciamo? [?] A quanto pare, vogliamo solo continuare a mettere in ridicolo la realtà. L??ironia e il cinismo postmoderni diventano un fine a se stessi, una misura della sofisticatezza e della spregiudicatezza letteraria degli scrittori. Pochi artisti osano parlare dei modi in cui si possa tentare di aggiustare quello che non va, perché sembreranno sentimentali e ingenui agli smaliziati ironisti. L??ironia si è trasformata da un mezzo di liberazione in un mezzo di schiavitù.


Sembra quasi Wallace cerchi un post-post-modernismo. Questo ritorno all'umanità nel romanzo credo lo si ritrovi soprattutto nell'insistere con i gruppi di recupero, l'analisi impietosa dei partecipanti e la loro salvezza. In realtà l'ho trovata la parte meno riuscita di Infinite Jest.

Credo, come ho già detto, che Wallace sia perfettamente inseribile nel realismo isterico, anzi ne sia uno dei migliori rappresentanti, la cui maestria nella forma ha portato veramente tale modo di fare letteratura al massimo delle su potenzialità. Questo però esclude che egli ne abbia conseguito un convincente superamento (che è un po' quello che mi sembra di capire da queste dichiarazioni, non so te cosa pensi).

Grazie per il consiglio. Sicuramente è un autore su cui ritornerò, anche se non subito.

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#6 slothrop

slothrop

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Inviato 03 febbraio 2007 - 00:15

Ne ho parlato diverse volte in passato, è il mio scrittore preferito (per il poco che leggo) tra gli attuali.

Al momento mi limito a consigliare anche l'esordio (molto pynchoniano) La scopa del sistema, forse a tutt'oggi il suo libro più godibile anche se un pò sfocato e chiaramente giovanile. Molto bello anche il lungo racconto "Verso occidente l'impero dirige il suo corso".
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#7 incandenz_a

incandenz_a

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Inviato 03 febbraio 2007 - 16:07

Vinco il riserbo che ho nello scrivere su di un forum.
Non sono bravo a parlare e scrivere tenterò di essere comprensibile.
Ripongo in David Foster Wallace una grande fiducia.
Il paragrafo riportato da Thom sull'ironia è rivelatorio, rileggerlo oggi, dopo averlo fatto mio da tempo, continua a stupefarmi. Il superamento del postmoderno che che dfW attua in favore di una partecipazione empatica alla vita tutta è, secondo me, qualcosa con cui qualsiasi persona dovrebbe confrontarsi. (non sto dicendoche dfw sia necessario o fondamentale, ma che questo passaggio sia fondamentale.) (scusate l'orribile lessico)
Esemplifico: quando dice:"il loro assorbimento estetico da parte della cultura consumistica americana ha avuto conseguenze terrificanti per gli scrittori e per chiunque", io penso alla Gialappas Band ed alla loro cazzo di ironia e cinismo da spettatori della vita ed alle conseguenze che ha sui ragazzi e miei coetanei questa bassa forma di derisione spacciata per sarcasmo. Ecco dove Pynchon e co sono inattuali e dannosi, ecco perchè accetto ogni forma di ossessione come positiva, perchè l'ossessione è entusiasmo. L'ironia smorza qualsiasi entusiasmo.
E' utile saper essere ironici se entusiasmo=fanatismo, ma non bisogna uccidere entrambi.
E DFW supera tutti: riempe i suoi libri di ossessioni ed ossessionati e di disperazioni rendendone sempre la loro disperata vitalità (penso sia una citazione da Pasolini). Chi lo accusa di intellettualismo non vede tutta la forza che emana (o che almeno a me lascia). Così ecco gli uomini schifosi e le loro scoperte (soprattutto quello che parla dei lati positivi di subire una violenza).
In una qualche maniera vedo in DFW un superamento del Nanni Moretti di Ecce Bombo, una via risolutoria ai dilemmi che quel film pone. E per me è stato così.

Mi rendo conto che ho scritto in maniera forse esagerata, con un entusiasmo da fan che forse farà sorridere qualcono (vedasi le discussioni su dfw che ci son su nazione indiana, un sito di scrittori italiani) ma sono cose che penso e sono contento di pensare. Ne avrei molte altre da dire e mi dispiace non saper scrivere ed argomentare bene. Non vorrei poi essere sembrato troppo ottimista o essere uno che liquida tutti i postmoderni come cinici bastardi, amo Pynchon come Delillo(anche se lui è già oltre) e Barthelme e co.

Ps. A me "Verso occidente l'impero dirige il suo corso" ha fatto talmente cacare che non l'ho finito a questo punto, se lo consiglia Slothrop caldamente proverò a rileggerlo(come inrealtà mi ero già riproposto. Abbastanza noioso pure "Una cosa divertente che non farò mai più". Nekokuma recupera subito "Tennis trigonometria etc" che ha pure un saggio su Lynch da orgasmo, oltre ad un primo racconto che è commovente.
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#8 il_pado

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Inviato 04 febbraio 2007 - 15:26

L'irrealità nel livello intellettuale dei protagonisti però in Infinite Jest è piuttosto diffusa. In primis gli studenti dell'ETA che massimo hanno diciasette anni e discettano di matematica e statistica avanzate, chimica anulare, medicina, filosofia (questo escludendo Hal e le sue capacità mnemoniche e lessicali). Ma mi viene in mente anche il dialogo fra i due bidelli dell'Eta (reclutati in metropolitana) che citano acqueforti tantriche e interfaccie animalistiche. Ma è giusto un esempio. Penso che l'unico personaggio nel libro ad esserne immune sia il co-protagonista Gately.


Personalmente, mi sento di poter dire che tutto l'universo di Wallace si base su questa alterazione intellettuale della realtà, nei suoi iperbolici eccessi in entrambi i sensi, umani e disumani che siano. D'altronde è lo stesso metodo che usano altri scrittori molto molto vicini a Wallace: pensate a Eggers, nel cui esordio il fratellino Toph recita la parte della coscienza saggia; o anche a Safran Foer, che stilisticamente è qualcosa di totalmente diverso ma usa gli stessi mezzi per giungere allo stesso fine. Che è proprio ciò che dice Wallace nei paragrafi riportati.

 
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#9 slothrop

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Inviato 05 febbraio 2007 - 21:01

In un passaggio di Infinite Jest che cerco disperatamente da tempo (e non lo trovo più) mi pare che Wallace affronti il tema dell'ironia in maniera diretta (o forse mi confondo proprio con Verso occidente? In Infinite Jest c'è sicuramente una pagina strepitosa sul tema del "talento").

Quando ero un accanito lettore di Wallace, 3-4 anni fa, anch'io colsi questo aspetto della necessità di superare l'ironia che a lungo andare ti logora e ti annulla. Certo lui lo diceva in maniera molto meno banale e comunque m'avete messo una voglia pazza di rileggermelo!
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#10 incandenz_a

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Inviato 06 febbraio 2007 - 10:38

mi son andato a rileggere "E unibus pluram" contenuto in "Trigonometria, tennis, tornado" ed in questo saggio sul rapporto tra gli scrittori americani e la televisione tratta in maniera esplicita (ed esaustiva) il tema dell'ironia. Di "Infinite Jest" non ricordo se c'erano passi particolari sul tema.
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#11 thom

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Inviato 06 febbraio 2007 - 14:12

Personalmente, mi sento di poter dire che tutto l'universo di Wallace si base su questa alterazione intellettuale della realtà, nei suoi iperbolici eccessi in entrambi i sensi, umani e disumani che siano. D'altronde è lo stesso metodo che usano altri scrittori molto molto vicini a Wallace: pensate a Eggers, nel cui esordio il fratellino Toph recita la parte della coscienza saggia; o anche a Safran Foer, che stilisticamente è qualcosa di totalmente diverso ma usa gli stessi mezzi per giungere allo stesso fine. Che è proprio ciò che dice Wallace nei paragrafi riportati.


Ok, però io desideravo sapere se siete d'accordo sul fatto che tale alterazione intellettuale inficia la possibilità di un'autentica analisi dei personaggi e di conseguenza il compimento di quella renaissance umanistica che sembra trasparire dalle dichiarazioni sucitate dell'autore.

(Eggers lo trovo a tratti insopportabile nella sua logorrea e talvolta spocchiosità da primo della classe. Pur non apprezzandone i romanzi, trovo i suoi contributi online veramente apprezzabili. Anche se probabilmente la conoscerete già, qui c'è un'intervista di Eggers in cui Wallace giganteggia per humour e arguzia http://www.railibro....iste.asp?id=137).
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#12 il_pado

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Inviato 06 febbraio 2007 - 19:19


Ok, però io desideravo sapere se siete d'accordo sul fatto che tale alterazione intellettuale inficia la possibilità di un'autentica analisi dei personaggi e di conseguenza il compimento di quella renaissance umanistica che sembra trasparire dalle dichiarazioni sucitate dell'autore.


In un certo senso sì, ma è inevitabile. Voglio dire, questa renaissance umanistica, come la chiami tu, è puramente artificiale e costruita all'interno di un romanzo proprio perchè, secondo Wallace e soci, vacilla nella realtà contemporanea. Insomma, lo scopo non è analizzare il personaggio in sè ma sfruttarlo per raggiungere uno scopo, quello della riscopertà della sua umanità. Poi magari mi sbaglio eh


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#13 wago

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Inviato 06 settembre 2009 - 23:59

Ho appena finito di leggere "Infinite Jest". Ci ho messo un anno e otto mesi.
Ovvero l'ho iniziato, lasciato in sospeso, ripreso in piu' momenti, finche' finalmente a fine agosto mi sono deciso a ricominciarlo da capo, che non mi ricordavo piu' niente. E ora eccomi qua.

Non sprechero' parole su quanto sia o non sia capolavoro. Voglio proprio, pero', Condividere alcune osservazioni sullo stile di questo romanzo stravolgente.

Mi ha molto colpito, anche prima di arrivare al finale, la narrazione assolutamente indiretta utilizzata in tutto il romanzo. Tutte le scene fondamentali, i turning-point di trama non sono raccontati direttamente: viene lasciato il "buco", lasciando riemergere informazioni frammentarie nei dialoghi successivi tra i personaggi. In questo modo, le poche scene forti che sono effettivamente raccontate "in diretta" acquistano una nitidezza estrema: dall'iniziale e indecifrabile colloquio di ammissione di Hal alla straordinaria partita ad Eschaton (per inciso, l'apice del libro a mio avviso) alla rissa coi canadesi fuori dalla Ennet House.
Alcuni personaggi centrali, poi, esistono di fatto solo nella narrazione per interposta persona: questo avviene ovviamente per il defunto James Incandenza, ma a conti fatti anche per Avril e - forse in modo meno evidente - per il di lei compagno/fratellastro C.T. Si aggiunga che il fratello maggiore di Hal, Orin, appare solo in conversazioni telfoniche, ricordi o scene nelle quali non interagisce con Hal, mentre i dialoghi col fratello ritardato, Mario, sono spesso "come parlare col muro". La famiglia di Hal, numericamente sovrabbondante e nella vita quotidiana assolutamente totalizzante, e' qualcosa di estremamente evanescente sul piano personale e su quello stilistico: la solitudine di Hal a livello familiare viene esasperata.

Non c'e' una persona "normale", "a posto" in tutto il libro. Si tratta solo di individui che chiameremmo "straordinari" o "problematici". Un'altra cosa che non c'e' sono le persone felici: l'unica ad esserlo, forse, e' Mario, nella sua deforme innocenza e incapacita' di capire.
Oltre alla famiglia di Hal, sono le famiglie di tutti a monopolizzare la vita e la scena del romanzo. La situazione di ogni singolo personaggio deriva dalla sua situazione familiare, dalla sua infanzia. Tutte le infanzie sono state caratterizzate da abusi e dipendenze dei genitori.

Piu' il romanzo procede, piu' si fa evidente la simultaneita' della narrazione. Passato e presente avvengono contemporaneamente: i fatti ricordati si svolgono nella stessa cornice di quelli che stanno avvenendo in quel momento, la grande matassa del romanzo si dipana tanto negli uni quanto negli altri, senza una reale distinzione.
E piu' le pagine scorrono, piu' i personaggi vengono divorati dalla memoria. E' commovente la scena in cui Hal, sdraiato sulla moquette della sala video, cerca di ricordare la casa della sua infanzia ma non riesce a distinguere i ricordi genuini da quelli riportatigli da suo fratello Mario.
Gia' dopo pochi capitoli - con la partenza sparata mesi avanti allo svolgimento di tutto il resto - inizia a farsi avanti una sensazione pesantissima di ineluttabilita', e la narrazione fortemente incentrata sul passato rende il tempo sempre piu' cristallizzato, deciso una volta per tutte ma svelato lentamente, lentissimamente, in una marea di dettagli che non possono cambiare le cose.

Tutti questi elementi, oltre che l'uso distaccato e onnipresente dell'ironia ("Infinite Jest" e' uno dei romanzi piu' esilaranti che abbia mai letto), mi fanno pensare che uno degli aspetti centrali di tutta la baracca sia l'indiretto. Le barriere tra persone, le distanze che separano ogni attimo ogni concetto ogni cosa. Tutta l'opera del folle Incandenza si incentra sulla non-realta', sull'impossibilita' del dialogo tra autore e pubblico. Quando gira con la telecamera a intervistare i ragazzi dell'ETA, Mario non e' in grado di capire che le domande fatte dai suoi interlocutori sono domande vere, e non semplicemente frasi dette perche' hanno davanti una telecamera. La partita di Eschaton e' un'enorme metafora sulla differenza tra mappa e territorio. I continui gap narrativi e il loro essere riportati tramite mille filtri e dialoghi sono la ciliegina sulla torta: "Infinite Jest" e' per me soprattutto questo, un enorme affresco sull'indiretto.
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#14 wago

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Inviato 07 settembre 2009 - 07:24

Altro elemento: quello della "doppia verita'". Di molti degli eventi cruciali vengono date o suggerite due o piu' spiegazioni contraddittorie, senza di fatto indicarne una come prioritaria su un altra. Il romanzo e' "quantistico", procede con le due spiegazioni "entrambe vere" senza mai farlo collassare su una sola delle due. Esempi: il colloquio tra il "conversazionalista professionista" e Hal, che potrebbe essere sia un film di Incandenza che un effettivo colloquio tra Hal e suo padre (e in questo caso, doppia verita' in doppia verita', le cose dette da Incandenza Sr. potrebbero essere delirii, verita' fondamentali per la trama, o un mix delle due). Oppure il velo di Joelle, che potrebbe coprire tanto una deformita' quanto la sua estrema bellezza.
Un sottomeccanismo, in questo ambito, e' costituito dall'enorme rete di rimandi non risolti, solo accennati a volte molto molto fra le righe. Il DMV che potrebbe e potrebbe non legarsi alla muffa ingerita da Hal da bambino. Il "fantasma" di Incandenza visto da Gately che potrebbe essere frutto di racconti di Joelle al suo capezzale, o ricordo di precedenti contatti con Incandenza. Il socio defunto di Gately che potrebbe essere stato eliminato con il samizdat (da due personaggi che, forzando, potrebbero o meno essere Avril e C.T.). La stessa Avril, che potrebbe essere legata ai terroristi, potrebbe aver avuto rapporti incestuosi con Orin, potrebbe aver avuto parte attiva nella morte di Incandenza Sr. E l'incredibilmente potente DMZ, che ultra-indirettamente e' suggerito esser stato portato ai fratelli Antinori da quel Bob Sixties di cui ricorda Gately (due oggetti piuttosto inconsueti, una lava lamp e uno specchio convesso, sono citati sia come merce di scambio per il DMZ che come stranezze reperibili a casa di sto Bob Sixties).

Mi chiedo, ma questa e' ovviamente una domanda oziosa anche per la comprensione del libro, se l'autore avesse in mente uno "svolgimento" effettivo, da mascherare nascondere negare ecc, o piuttosto una rete di eventi scollegati-ma-collegabili: insomma, "un senso", almeno in fase di lavoro, ce l'aveva in mente o no? Io me lo immagino al lavoro con dei fogliazzi enormi pieni di linee e connessioni, senz'altro con una cronologia di qualche forma per non perdere di vista i dettagli del suo ipermondo: nonostante la sua indecifrabilita', "Infinite Jest" e' un libro di una coerenza impressionante, quasi Tolkieniana.
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#15 Hal Incandenza

Hal Incandenza

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Inviato 11 settembre 2009 - 15:05

siete tutti mostruosamente, anzi wallacianamente competenti, c'è poco da aggiungere. però Thom, non pensi di essere troppo preso dalla catalogazione delle opere in un genere definito? è letteratura, grande letteratura scritta dopo l'esplosione del postmoderno, saranno altri, più vecchi di noi, ad etichettarla.
e incandenz_a, "una cosa divertente che non farò mai più" è la cosa più divertente che abbia mai letto, come fai a dire che è noioso, è il libro che consiglio per avvicinare i neofiti!

per chi non lo sapesse: http://www.einaudi.i...uesta-e-l-acqua
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#16 rimbaud_oh_yeah

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Inviato 11 settembre 2009 - 15:52

Piu' il romanzo procede, piu' si fa evidente la simultaneita' della narrazione. Passato e presente avvengono contemporaneamente: i fatti ricordati si svolgono nella stessa cornice di quelli che stanno avvenendo in quel momento, la grande matassa del romanzo si dipana tanto negli uni quanto negli altri, senza una reale distinzione.


Non ho letto Infinite Jest, sono mesi che mi propongo di farlo ma necessita di un certo impegno, volevo solo sottolineare che questa considerazione che fai è quella che mi ha colpito di più nella scrittura del nostro.
Questo non dimenticare nulla, mai, portarsi dietro tutto, in circolo, come un sole che succhia energia e diventa sempre più grande, enormemente grande e pesante (magari qualche psicanalista potrebbe leggere in questo un certo modo di intendere la vita).
In particolare, credo, la cosa si noti nei racconti, che essendo per l'appunto più corti è più facile analizzarne le direttive, tipo in "Brevi interviste con uomini schifosi" è lampante.
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#17 thom

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Inviato 12 settembre 2009 - 14:56

però Thom, non pensi di essere troppo preso dalla catalogazione delle opere in un genere definito? è letteratura, grande letteratura scritta dopo l'esplosione del postmoderno, saranno altri, più vecchi di noi, ad etichettarla.


ma va, se non lo capiamo noi contemporanei DFW, che cazzo vuoi che capiscano fra cent'anni

a distanza di anni dalla lettura del suo capolavoro ho ancora la sensazione che parte della grandezza di wallace scaturisca dall'enorme frizione tra i suoi intenti politici declamati in piu' interviste e quel filtro intellettuale quasi impermeabile (alla luce) che mediava in fase di scrittura

d'altra parte da Eschilo in avanti il linguaggio si e' sviluppato per far fronte al dolore
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#18 Hal Incandenza

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Inviato 16 settembre 2009 - 14:04



ma va, se non lo capiamo noi contemporanei DFW, che cazzo vuoi che capiscano fra cent'anni

a distanza di anni dalla lettura del suo capolavoro ho ancora la sensazione che parte della grandezza di wallace scaturisca dall'enorme frizione tra i suoi intenti politici declamati in piu' interviste e quel filtro intellettuale quasi impermeabile (alla luce) che mediava in fase di scrittura

d'altra parte da Eschilo in avanti il linguaggio si e' sviluppato per far fronte al dolore


Non so il linguaggio ma sicuramente la narrazione è una delle risposte umane al dolore. Il bisogno (perchè è un vero e proprio bisogno collettivo) di raccontare storie è inevitabilmente (e banalmente) collegato alla morte.
E nonostante quel filtro intellettuale, forse figlio della sua erudizione pantagruelica (quella sensazione  di essere un povero ignorante decerebrato quando rileggi una parte della pagina strizzando gli occhi) e della sua storia familiare ( mi risulta che il padre fosse un allievo di Wittgenstein, insomma una famiglia di genietti), i personaggi di DFW, e soprattutto quelli di Infinite Jest, nonostante l'altissimo livello intellettuale e culturale anche a 17 anni (tra l'altro oltre al già citato Toph dell'Opera Struggente di Dave Eggers, mi sembra di ricordare che anche il giovane Holden fosse un tantinello troppo intelligente/profondo per i suoi 16 anni, no?), soffrono tutti quanti come qualsiasi normalissimo cittadino medio comune del mondo occidentale, e come ognuno di noi cercano di reagire al loro dolore. Anzi la maggioranza dei personaggi sono portati a scegliere le proprie strade come reazione al dolore. La loro intelligenza fuori dal comune però non permette loro di trovare soluzioni più efficaci. Fossero anche supereroi intellettuali (Mario che dovrebbe essere lo scemo del villaggio è sicuramente più intelligente di me), di fronte al dolore sono più che umani. Quello che voglio dire è che sotto gli effetti speciali di DFW (che comunque ci piacciono tantissimo e ci fanno ridere e strabiliare etc etc) c'è il racconto di un'umanità sofferente che è profondamente reale e condivisibile. Non soffrono mai (forse quasi mai...) per qualche questione alta riguardante i massimi sistemi o il destino dell'universo o che so io, i loro problemi sono banali come i nostri, le risposte (sbagliate o efficaci) per quanto dotati essi siano, non sono meglio delle nostre.
Ecco perchè Hal secondo me è un personaggio archetipico (un mago, uno stregone, uno che cambia la realtà a suo piacimento) e il suo è un percorso epico verso l'abisso.
E soprattutto ecco perchè il legame del lettore (almeno il mio) con i suoi personaggi è così forte, e perchè ogni volta che penso che DFW si è suicidato provo vera tristezza, perchè lui era vero, nonostante l'ironia e tutto quello che voi sapete spiegare più di me.

E thom, anche io penso che noi contemporanei siamo quelli che possono e devono capirlo (infatti quando sul corriere della sera ho letto il coccodrillo della pur grandissima Fernanda Pivano mi sono stizzito, faceva paragoni con Pavese e Hemingway, ma insomma dai! Almeno Repubblica l'ha fatto fare a Monda), quello che intendevo era che non mi piace l'eccessiva categorizzazione in modelli tipo post-post moderno, avant-pop etc., insoma sai le cose tipo alt.pop-folktronica nelle recensioni musicali?

E poi una domanda. Ho letto IJ quando è uscito quindi non ricordo: ma l'inizio non coincide con la fine? Non è nel primo capitolo che si legge che Hal ha trovato la testa di suo padre insieme a Gatley? E se è così non si potrebbe ipotizzare che Hal abbia preso da Pemulis il DMZ e che questo lo abbia ridotto all'incomunicabilità con cui comincia il libro?

Scusate la lunghezza.
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Inviato 05 ottobre 2009 - 13:11

Ho visto che di Infinite Jest esistono due edizioni: Fandango (la prima) ed Einaudi. Qualcuno saprebbe dirmi quali sono le differenze (traduzione, note, eventuali prefazioni)?

Grazie.
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Inviato 05 ottobre 2009 - 13:17

Ho visto che di Infinite Jest esistono due edizioni: Fandango (la prima) ed Einaudi. Qualcuno saprebbe dirmi quali sono le differenze (traduzione, note, eventuali prefazioni)?

Grazie.


Io ho la prima edizione (Fandango). So comunque che sono identiche.
Infatti: http://it.wikipedia....e_Jest#Edizioni
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“La poesia del lirico non può dire nulla che nella sua più immensa universalità e validità assoluta non sia stato già nella musica che costringe il lirico a parlare per immagini. Appunto perciò il simbolismo cosmico della musica non può essere in nessun modo esaurientemente realizzato dal linguaggio, perché si riferisce simbolicamente alla contraddizione e al dolore originari nel cuore dell’uomo primordiale, e pertanto simboleggia una sfera che è al di sopra di ogni apparenza e anteriore a ogni apparenza. Rispetto a tale sfera ogni apparenza è piuttosto soltanto un simbolo: quindi il linguaggio, come organo e simbolo delle apparenze, non potrà mai e in nessun luogo tradurre all’esterno la più profonda interiorità della musica, ma rimarrà sempre, non appena si accinga ad imitare la musica, solo in un contatto esteriore con la musica, mentre neanche con tutta l’eloquenza lirica potremo avvicinarci di un solo passo al senso più profondo di essa.”
F.Nietzsche, La nascita della tragedia




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