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Kenosi Della Kenosi: Quodlibet (Casa Editrice)


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#1 simon

simon

    Scaruffiano

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Inviato 03 dicembre 2021 - 00:44

QUODLIBET è una delle case editrici più importanti in Italia, oltre ad essere la dimora spirituale di Agamben, riesce a proporci dei capolavori assoluti come la "Linea e il Circolo" di Melandri e ovviamente il corpus (KENOSI DELLA KENOSI terminologia mia, che s'affianca a quella del pensiero debole dei filosofi post moderni italiani degli ottanta) teoretico di HOMO SACER.

 

La grandezza di questa casa editrice a volte sembrerebbe quella di rendere AUT-AUT (rivista) per pragmatisti, ricercatori post universitari o per coloro che amano, alla Hume, filosofeggiare per proprio gusto.

 

Troviamo tra l'altro una squisita edizione anastatica delle opere postume di Spinoza e

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Una casa editrice assolutamente aperta a tutte le manifestazioni artistiche: per quanto riguarda la "fotografia antropologica" è imprescindibile questo:

 

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Secondo la mappatura realizzata nel 2010 dall’Unesco per l’Atlas of the World’s Languages in Danger, sono duecentocinquanta le lingue scomparse negli ultimi cinquant’anni e tremila quelle attualmente in pericolo. Scompaiono lingue a una velocità che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Quando una lingua muore, porta con sé la conoscenza dell’ambiente che ha nominato per secoli: piante, animali, malattie, religione.
Yonaguni è un piccolo pezzo di terra emerso dal mare, lontano da tutto e battuto dalle correnti più forti dell’Oceano Pacifico. Sull’isola, la più occidentale del Giappone, vivono non più di mille persone, poche delle quali ormai parlano ancora il dunan, una Severely Endangered Language, la cui sorte sembra ormai segnata.
Insieme alla lingua è il mondo stesso di Yonaguni a dissolversi, poiché non c’è lavoro, non ci sono scuole superiori, non c’è futuro; le famiglie l’abbandonano, i vecchi muoiono, l’isola si spopola.
Il volume documenta gli esiti della ricerca condotta da Anush Hamzehian e Vittorio Mortarotti tra il 2018 e il 2020 a Yonaguni, restituendo le immagini, le storie e gli ultimi bagliori di una comunità che scompare.

 

 

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https://www.doppioze...testi-e-visioni

 

 

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L’ultima fatica compiuta da Erwin Panofsky in Germania prima di migrare negli Stati Uniti nel ’33 è quella di un “Ercole al bivio”. L’ultimo libro pubblicato in madrepatria (nel 1930, per l’editore Teubner di Lipsia e Berlino) e scritto nella madrelingua tedesca è intitolato all’eroe posto al crocevia, al varco di una soglia, di fronte a una decisione radicale. Il vizio o la virtù? La prudentia o la voluptas? L’etica o l’estetica? Il piacere e l’ignavia o la sfida e il pericolo? A indicare – incarnare anzi – le due possibili vie da prendere, accanto all’eroe si pongono due donne. “Grandi”, nota Panofsky, “vale a dire ultraterrene”. L’una, sana, nobile, biancovestita, fa della pulizia dello stile il suo unico ornamento. L’altra, morbida, impudica, esuberante, calca i toni delle vesti e del belletto e non esita a esibire le sue grazie. Così raffigurarono quella doppia seduzione, la duplice promessa di felicità che ingenerò nel semidio la più grave (in)decisione, i maestri del Rinascimento: Gerolamo di Giovanni di Benvenuto e Sebastian Brandt, Prospero Fontana e Cristofano Robetta, Peter Vischer il Giovane e Lucas Cranach il Vecchio. In un grande tour de force esegetico, il filosofo dell’arte insegue il motivo riprodotto per variazioni nelle loro tele fino al Barocco e al Settecento.
Nel mezzo del cammino di sua vita, il trentottenne Panofsky sceglie insomma la strada dell’ardua prova e della fatica. Sosta però a lungo sul punto di non ritorno: a rilevare il passo irreversibile che sta per muovere. Quello che lo stava per condurre dalla giovinezza alla maturità e che avrebbe ordinatamente ricomposto il mistero della trinità del tempo: unione di memoria, intelligenza e previdenza, custodia del passato, riconoscimento del presente e previsione del futuro. Quello che, nella storia dell’arte e nella successione dei secoli aveva portato dall’arcano dei simboli alla chiarezza della prospettiva, dal medioevo germanico alla modernità italiana. E che, nel percorso scientifico e biografico dello studioso, segnava il passaggio dalle densità teutoniche alla luminosità americana. Dalle forme simboliche di Cassirer all’empirismo di Edgar Wind. Dalla seduzione dei miti e degli eroi all’interpretazione analitica che, indugiando a sondarli, rifiutava fino in fondo di sfatarli.

 

 

oDCCMa.jpg

 

https://www.quodlibe...recensione/2021

 

 

L'assolutamente imprescindibile..

 

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e tantissimi altri titoli, dalla ristampa di classici assoluti del pensiero anarchico ad approfondimenti post accademici sull'attualità di Kant.

 

 


  • 5

„Non si può che confermarsi 'stranieri nella propria lingua'. Il plurilinguismo (crogiuolo di idioletti, arcaismi, neologismi di che trabocca il poema) è il contrario d'una accademia di scuola interpreti. È 'Nomadismo': divagazione, digressione, chiosa, plurivalenza, ecc. Il testo intentato è (deve essere) smentito, travolto dall'atto, cioè de-pensato.“

CARMELO BENE
 

 

 


#2 simon

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    Scaruffiano

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Inviato 04 dicembre 2021 - 21:00

QUODLIBET, tra i suoi innumerevoli meriti, ha ristampato due classici di GILLES DELEUZE, mi soffermo su quello più famoso, che oltre che "essere" uno dei libri eclettici per eccellenza, riesce a introdurre un nuovo modo di fare ermeneutica artistica.

 

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da "ALIAS de IL MANIFESTO" (25 Ottobre 2003)dd

 

Dunque colpisce molto di più il motivo per cui rifiuta l’arte astratta, Bacon. Elogiando Buñuel, afferma che «qualsiasi cosa in arte somber crudele, perché la realtà è crudele […] nell’astrazione non si può essere crudeli». L’arte astratta ha un’eleganza a volte mirabile (egli stesso ammira Michaux) ma a chi la guarda dà «qualcosa con cui non deve combattere». È l’Agone che l’arte deve scatenare: fra artista e soggetto, fra opera e fruitore. Un diagramma di forze, un cozzo di energie. Ha ragione Deleuze: la Figura di Bacon non è «figurativa» perché non illustra «forme», bensì capta «forze» (Deleuze le definisce appunto diagrammi): prima e al di là (o, meglio, al di qua) della figurazione. Lo dice, Bacon, commentando «due figure [...] intente a copulare o a sodomizzarsi [...] se lei guarda le forme noterà che in un certo senso esse sono estremamente non figurative».

 

è bene sottolineare questo passaggio tratto da "Stanza Rossa"  di Dario Evola nel lontano 1995 dd

 

Bacon e Cezanne sono accomunati rei tentativo di dipingere la sensazione, di "registrare il fatto" secondo il suggerimento di Valéry che definiva la sensazione come ciò che si trasmette direttamente "evitando il tedio di una storia da narrare". E qui è d'obbligo il riferimento ad Artaud. Che altro e la pittura di Bacon se non un teatro della crudeltà. un teatro dei nervi scoperti, un teatro della "atletica affettiva" della peste auspicata da Artaud? Quella particolare isteria trasmessa dalle torsioni baconiane è per Deleuze espressione dei 'corpo senza organi", di una liberazio­ne delle presenze che "stanno sotto la rappresentazione, al ai là cella raepresentazione. Ecco dunque la logica della sensazione si traduce in un dipingere "il grido anziché 'orrore'" (pag. 122). Aurradianamente la pittura di Bacon esprime la violenza non dei rappresentato, ma dei rappresentare.

 

 

La premessa di base di questo saggio va ritrovata espressamente dalla fase "finale" della fenomenologia francese e della fine del modernismo ovvero:

 

Nel tentativo di delineare un'on­tologia del visibile, Merleau­Ponty sosteneva che la visione sensibile, incarnata, del pittore trasforma il mondo in pittura, offrendo allo sguardo ‑ prima che allo spirito ‑ la struttura immaginaria del reale. Quando la visione si fa gesto ‑ af­ferma Cézanne ‑ «il pittore pensa in pittura» e il suo fine ‑ dirà Klee ‑non è quello di riprodurre ciò che è visibile, ma di rendere visibile la genesi delle cose: Sichtbar ma­chen. Per Lyotard si trattava di ra­dicalizzare la fenomenologia della percezione esplorata da Merleau­Ponty assumendo il «partito preso» del figurale: l'evento non è ricon­ducibile ad un'economia discorsi­va, i cui dispositivi tendono a rias­sorbire l'Altro nello spazio del Me­desimo, ma si manifesta visibil­mente nella Figura, capace di acco­gliere le istanze incoercibili del desiderio.   

 

 

Rimanendo sempre in una zona di confine, ma comunque decisamente e profondamente estetica, QUODLIBET ha avuto il merito anche di pubblicare quest'opera che in qualche modo si affianca alle intuizioni di CASSIRER, WARBURG, PANOFSKY.. fino ad arrivare al (mio) adorato WIND..  

 

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Nel presente lavoro, tradotto qui in entrambe le sue versioni peraltro mai pubblicate in vita dall’autore (1897-1899), si affronta il senso del processo artistico sulla scorta del confronto dell’uomo con la natura, dove però non si tratta di imitare la natura (anzi, per Riegl, quanto più è perfetta l’imitazione, tanto più l’opera fallisce), ma di competere con essa e migliorarla. In questo quadro – che varia nel tempo e in base al quale vengono rilette in una vertiginosa rassegna tutte le epoche della storia dell’arte dall’antichità alla modernità – egli identifica una serie di «elementi» costanti per cui storicamente l’opera d’arte si costituisce come tale (fine, materia prima, tecnica, motivo, relazione forma-superficie) e che, come nella struttura delle lingue storiche, si declinano in maniera diversissima a seconda delle necessità espressive che il tempo e il luogo richiedono.

 

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PERSONALMENTE sono stato introdotto a questo libro leggendo anzi studiando l'immagine-tempo di DELEUZE.. in quel tomo imprescindibile il genio francese parlava anche se in termini ambigui e azzarderei dire post fenomenologici del suddetto manifesto dell'impegno del disimpegno poetico fino ad approdare a una sorta di ermeneutica liberata dal soggetto (lacaniano)

 

I film sono per ciascuno di noi – per ciascun «uomo comune» – l’insieme dei ricordi frammentari di poche immagini che tratteniamo, di immagini perdute o in perdita, supportate da una storia, quando c’è, che solo vagamente ricordiamo (i film non sono romanzi). Così, la prima parte del libro è costituita da una serie di singoli fotogrammi, come fossero prelievi o resti di queste immagini-ricordo, immagini relative a film andati, per lo più di genere horror o burlesque o fantastico, oppure immagini di film sublimi, abitati cioè da corpi letteralmente sorretti dalla luce. Di queste immagini, il commento è la scrittura cogente; a volte sconcertante, fino al trasalimento.
La seconda parte del libro, più distesa, è invece un ragionare (e rimemorare) sinuoso, quasi serpentino (così divagante come stringente) intorno all’esperienza della sala buia, alla consistenza «flocculata» dell’immagine schermica, al cono di luce pulviscolare del proiettore: l’immagine dei film diventa così l’oggetto di sguardo e lo sguardo stesso di giganti seduti dietro di noi, comuni spettatori. Donde il terrore e la fascinazione. Ma da dove vengono i film? e, poi, dove vanno? Comunque sono andati, quanto dire: sono film di un altro tempo (l’infanzia), ma anche spersi, consumati, ormai corrotti. Quel che resta è polvere. L’effetto del tempo. Il cinema ha introdotto il tempo nell’immagine. L’origine del crimine.

 

 

QUODLIBET non ha di certo di sfidare l'avversario mitologico chiamato Adelphi anche su CARL SCHMITT che come ben sappiamo ha pubblicato e pubblica ancora le opere di questo straordinario filosofo del diritto che è attuale, anzi più che attuale per i nostri giorni avventurati.

 

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GENNARO MALGIERI  fa un paragone assolutamente "meraviglioso"  

 

Tra gli intellettuali tedeschi della prima metà del Novecento Ernst Junger e Carl Schmitt occupano le posizioni centrali riconosciute anche nel tempo nostro che sembra asseverare le loro diagnosi politiche e metapolitiche. Entrambi, infatti, hanno espresso il disagio della modernità di fronte allavanzare del nichilismo (il primo) ed alle convulsioni del potere (il secondo).

Che l'una e l'altra posizione si integrino esemplarmente per comprendere le contraddizioni drammatiche del Novecento che ci siano portati nel nuovo secolo, è fuori di dubbio. Tanto Junger che Schmitt, legati peraltro da profonda stima che tuttavia non è mai sfociata in un legame ideologico-politico come sarebbe stato lecito attendersi, hanno tentato un cammino ribellistico nei confronti della cultura e della visione del mondo che stava prendendo il sopravvento. Sia riguardo alle involuzioni della democrazia che rispetto agli esiti della crisi spirituale europea.

L'abbagliante totalitarismo materialistico, determinista e relativista li ha visti all'opposizione per quanto il loro coinvolgimento nelle vicende che segnarono la prima metà del secolo scorso li abbia fatti passare, stupidamente e superficialmente, come apologeti di ciò che tentavano di arginare: lavorando dal di dentro (Schmitt) fino a quanto fu possibile; immaginando una via aristocratica ed impersonale, esplicitamente individualista (Junger) per dare un senso alla pratica aristocratica del superamento dei "valori borghesi" che minavano la stabilità europea ed il suo ordine.

 

 

Concludo il post con la "leggerezza" che sarebbe risultata inafferrabile a SCHMITT ma non a DELEUZE di questo libro

 

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„Non si può che confermarsi 'stranieri nella propria lingua'. Il plurilinguismo (crogiuolo di idioletti, arcaismi, neologismi di che trabocca il poema) è il contrario d'una accademia di scuola interpreti. È 'Nomadismo': divagazione, digressione, chiosa, plurivalenza, ecc. Il testo intentato è (deve essere) smentito, travolto dall'atto, cioè de-pensato.“

CARMELO BENE
 

 

 


#3 paloz

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Inviato 05 dicembre 2021 - 16:18

Non dimentichiamo altri contributi nell'ambito della fotografia e della musica:

 

Luigi Ghirri

Lezioni di fotografia

Niente di antico sotto il sole. Scritti e interviste

 

Jeff Wall

Gestus. Scritti sulla fotografia e sull’arte

 

 

Stefano Scodanibbio

Non abbastanza per me. Scritti e taccuini

 

Mauricio Kagel

Parole sulla musica


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I have spoken softly, gone my ways softly, all my days, as behoves one who has nothing to say, nowhere to go, and so nothing to gain by being seen or heard.

 

(Samuel Beckett, Malone Dies)


#4 simon

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Inviato 06 dicembre 2021 - 01:40

In questo forum ho espresso chiaramente che Montale non è esattamente il mio poeta preferito, ma questo libro è fondamentale per chi conosce ed ama SERGIO SOLMI.

 

Se Montale non ha bisogno di presentazioni, il secondo va quantomeno introdotto.. non nelle parole di QUODLIBET ma in quelle apparse in ADELPHI che ha pubblicato tutta l'opera di questo straordinario critico letterario, forse il più grande del Novecento.

 

Il Saggio su Rimbaud, sorta di testamento spirituale di Solmi, e senza dubbio una delle prose più nitide del secondo Novecento italiano, offre un esempio indimenticabile di lettura empatica, a distanze siderali da tanta letteratura accademica: «... mi pare di aver capito Rimbaud dalla contemplazione del suo paesaggio più che da tutti i volumi scartabellati nella Biblioteca di Charleville». 

 

E la stessa acutezza analitica si rivela anche nei saggi più brevi di questa preziosa raccolta – come quelli su Gide, su Valéry, su Cocteau e su Sade, anatomizzato nei suoi «insistiti, interminabili ragionamenti a spirale» –, discesa eterodossa nelle regioni più remote della modernità filosofico-letteraria, sostenuta da una prosa insieme esattissima e insinuante, capace di armonizzare le parole e le cose in un rapporto di mutua dipendenza, così che mai lo stile soffochi il pensiero, e mai il pensiero si depositi nella mente del lettore se non in virtù della magia geometrica dello stile.

 

Solmi scriveva a caldo, perlopiù al momento stesso dell’uscita dei libri di cui parlava (e si trattava spesso di oscuri esordienti), ma fin dall’inizio rivelando una sorta di magistero della precisione, della misura, della esatta definizione. Ciò fa sì che, a distanza di decenni, i suoi giudizi su libri che nel frattempo sono diventati i nostri classici del Novecento rimangano fra i più equi e illuminati (esemplare fra tutti il caso di Montale, che sarà sempre consigliabile cominciare a leggere attraverso Solmi).

 

.. appunto.

 

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„Non si può che confermarsi 'stranieri nella propria lingua'. Il plurilinguismo (crogiuolo di idioletti, arcaismi, neologismi di che trabocca il poema) è il contrario d'una accademia di scuola interpreti. È 'Nomadismo': divagazione, digressione, chiosa, plurivalenza, ecc. Il testo intentato è (deve essere) smentito, travolto dall'atto, cioè de-pensato.“

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#5 ravel

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    mon cœur est rouge

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Inviato 06 dicembre 2021 - 13:42

D'accordo su Solmi (magari meno su Montale che a me, comunque, piace - al di là dei fastidiosi incensamenti retorici dei quali peraltro non è responsabile lui).

 

Non dimenticherei, però, nemmeno le sue proprie, di poesie.

 

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(io le ho in questa edizione, ma ne esistono anche altre).

 

 

Alassio, marzo (dedicata alla madre scomparsa)

 

Uscivi nei giorni di vento
infagottata nel rude cappotto, abbassato
il fazzoletto sul viso,
come le vecchie alassine. Alle svolte,
dopo tanti anni, ancora
l’occhio s’ostina a ingannarsi, a sorprendere
in altre la nota figura, onde il cuore
al duolo antico trasalga. La raffica
del tramontano violenta
lo sterile mare, sconvolge
la primavera malcerta. Un sì lieve,
un sì trascurabile errore di spazio
e di tempo, e saresti ancora qui.


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"Ciò che l'uomo può essere per l'uomo non si esaurisce in forme comprensibili".
(k. jaspers)

 

Moriremotuttista


#6 paloz

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Inviato 06 dicembre 2021 - 17:02

E poi la coraggiosissima edizione dell'opera completa del Superstudio, un librone che in pochi (almeno in Italia) oserebbero pubblicare.

 

 

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A corredo altri volumi sciolti su protagonisti e opere di questi visionari dell'architettura contemporanea:

 

Superstudio, Gabriele Mastrigli
 

 

AA.VV.

Archizoom, Remo Buti, 9999, Gianni Pettena, Superstudio, UFO, Zziggurat

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#7 simon

simon

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Inviato 06 dicembre 2021 - 17:13

 

E poi la coraggiosissima edizione dell'opera completa del Superstudio, un librone che in pochi (almeno in Italia) oserebbero pubblicare.

 

 

cover__id1107_w302_t1466673324__1x.jpg

 

A corredo altri volumi sciolti su protagonisti e opere di questi visionari dell'architettura contemporanea:

 

Superstudio, Gabriele Mastrigli
 

AA.VV.

Archizoom, Remo Buti, 9999, Gianni Pettena, Superstudio, UFO, Zziggurat

 

 

 

Vi ringrazio entrambi. Questo volume, assieme ad altri di cui vi parlerò è nella mia lista dei libri da comprare per il mese di dicembre, assieme ad altri, di cui parlerò a breve.

 

Ah si.. dimenticavo di dirvi chi è il fondatore di questa miracolosa casa editrice.

 


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#8 Greed

Greed

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Inviato 06 dicembre 2021 - 17:19

Poi ottime traduzioni e/o libri riproposti come

 

Perec, Un uomo che dorme

Celine, Colloqui con il professor y

Erofeev, Mosca-Petuski

Flaubert, Bouvard e Pecouchet

Federigo Tozzi, Giovani

ho visto pure una Germania di Tacito.

 

Insieme ai grandi mattoidi melanconici emiliano-romagnoli come Fellini (Il viaggio di Mastorna), Celati, Cavazzoni.

 

Come minimo è uno dei pochi siti di case editrici da guardarsi una volta alla settimana come una rivista. Come massimo è un sito da cui fare un ordine da almeno 85 euro per questo Natale.


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#9 paloz

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Inviato 13 dicembre 2021 - 11:58

Aggiunto qualche mese fa alla libreria questo saggetto su Kounellis di Sergio Risaliti, parte della collana Biblioteca Passaré. Studi di arte contemporanea e arti primarie.

 

 

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Un parziale, non esaustivo ma appassionato affondo nelle ragioni dell'arte di Kounellis, attraverso l'analisi di alcune tra le sue prime opere e il legame con le sue origini geografiche e culturali - la Grecia come patria / lingua da disconoscere per vivere autenticamente da straniero (della vita, dell'arte) in Italia.


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#10 simon

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Inviato 13 dicembre 2021 - 13:06

Aggiunto qualche mese fa alla libreria questo saggetto su Kounellis di Sergio Risaliti, parte della collana Biblioteca Passaré. Studi di arte contemporanea e arti primarie.

 

 

cover__id6454_w302_t1589892965__1x.jpg

 

 

Un parziale, non esaustivo ma appassionato affondo nelle ragioni dell'arte di Kounellis, attraverso l'analisi di alcune tra le sue prime opere e il legame con le sue origini geografiche e culturali - la Grecia come patria / lingua da disconoscere per vivere autenticamente da straniero (della vita, dell'arte) in Italia.

 

 

Mi è arrivato il pacco oggi: sono studi kantiani e altri saggi filosofici di una notevole importanza. A proposito: nella tua lista dei libri dell'anno hai menzionato VLADIMIR JANKELEVITCH. No.. purtroppo non abbiamo in questa splendida casa editrice studi del Maestro.

 

Ma è fondamentale leggersi con una certa calma, questa tesi di laurea. 

 

https://tesionline.u...ta_Maniezzi.pdf

 

Questa tesi (se ce ne fosse ancora bisogno) ci fa capire una cosa molto importante: sono tre le Nazioni che hanno dominato il Novecento filosofico (per oggi mi fermo alla filosofia moderna, post moderna non analitica): per originalità e sensualità sicuramente la Francia che ha saputo filosofare anche in coloro che non si sono mai professati filosofi di professione.. l'assoluto titanismo del pensiero germanico e di mezzo, senza una teoresi rivoluzionaria ma con una genialità nei collegamenti sicuramente quella italiana. Siamo grandi cattedratici, riusciamo a interpretare originalmente il pensiero degli altri anche genialmente, ma non riusciamo a produrre una nuova teoresi, tranne nel "pensiero debole" del professor VATTIMO. 


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CARMELO BENE
 

 

 


#11 simon

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Inviato 28 dicembre 2021 - 14:25

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Purtroppo non vi conosco.. diciamo che mi interesso di filosofie..    

 

Finalmente è arrivato il terzo ed ultimo capitolo dell'Estetica del Professor D'Angelo.    

 

PRIMO VOLUME:

 

Così Dal Settecento al Romanticismo comincia – dopo una necessaria premessa metodologica sulla storia dell’estetica che è anche un piccolo periplo attraverso le altre storie della disciplina – con la ricostruzione genealogica di tre temi centrali dell’estetica illuministica: il tema del gusto (inseguito a ritroso fino alle sue origini), quello del Je ne sais quoi (riscattato da facili irrisioni e liquidazioni) e quello del caratteristico (nella sua dialettica con la bellezza ideale). Tale approccio consente di recuperare autori appartati ma tutt’altro che secondari, come Spalletti o Arteaga – dietro i quali, comunque, si intravede un gigante come Winckelmann – e permette di collocare nella giusta luce figure talora fraintese, come Moritz, troppo spesso appiattito sui suoi ingombranti contemporanei, Kant e Goethe. La seconda parte del volume è dedicata ad alcuni problemi fondamentali dell’estetica romantica, quali il primato della pittura rispetto alla scultura, l’esaltazione dell’immaginazione, la teoria del romanzo e l’enigmatico statuto dell’ironia.

 

 

SECONDO VOLUME:

 

In questo volume i protagonisti sono i grandi filosofi tedeschi operanti tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento. Si inizia con Kant, con una lettura genetica della Critica del Giudizio che è anche una guida all’interpretazione di quest’opera fondamentale, e si prosegue con un’analisi puntuale dei paragrafi dell’Analitica del Sublime (sempre dalla terza Critica). Dopo un rapido richiamo a Schiller, molte pagine sono dedicate all’Estetica di Hegel, ricostruita grazie alle testimonianze dirette relative ai corsi tenuti dal filosofo tra il 1821 e il 1829, e resesi disponibili soltanto negli ultimi anni. Il tema hegeliano della «morte dell’arte» è ripreso nel capitolo dedicato a Carl Gustav Jochmann, un autore ancora poco conosciuto in Italia, mentre il punto di arrivo è rappresentato da un filosofo la cui estetica, pur altamente originale, ha raramente ottenuto l’attenzione che avrebbe meritato: Friedrich Schleiermacher.

 

 

TERZO VOLUME 

 

Anche in questo caso, come nei precedenti, non si tratta di una storia concepita come un manuale, ma come una serie di saggi, che, se non hanno la pretesa di coprire tutti gli autori che si sono occupati di estetica dalla seconda metà dell’Ottocento a oggi (cosa del resto pressoché impossibile anche in un manuale), in compenso offrono un approfondito sguardo su molti autori e problemi centrali degli ultimi centocinquant’anni. Si inizia con due ampi saggi dedicati all’idea di genio e all’estetica di un’arte di solito abbastanza trascurata dai teorici, la scultura. Si passa poi ad autori importanti in un contesto internazionale ma spesso poco discussi nelle storie dell’estetica: il grande conoscitore d’arte Giovanni Morelli e il suo “metodo”; l’influsso di John Ruskin sull’estetica italiana; le teorie di un filosofo dimenticato ma ai suoi tempi notevole come Eduard von Hartmann o la curiosa Estetica del Diritto del giurista Heinrich Triepel. Vengono poi gli italiani: Benedetto Croce e Giovanni Gentile, e i grandi protagonisti dell’estetica post-crociana: Luigi Pareyson, Luciano Anceschi, Cesare Brandi, ma anche Jean-Paul Sartre, W.J.T. Mitchell e le discussioni sul Postmoderno. Per concludere con una serie di saggi sull’estetica analitica anglo-americana dell’ultimo cinquantennio.

 

 

"Purtroppo" o meno conosco abbastanza bene questi autori, con la venerazione kantiana ed hegeliana, crociana e gentiliana e ovviamente per il professor PAREYSON.. ma secondo il mio modesto modo di vedere le cose, questo libro è davvero per tutti: certo ci vuole impegno e soprattutto motivazioni ma.. vi portate a casa una gemma. 

 

PS: Consiglio comunque la triplice versione dell'ESTETICA crociana e se la trovate, quella hegeliana pubblicata da Bompiani alcuni anni fa nella collana il pensiero filosofico occidentale. 

 

 

Un classico..

 

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«Se tu non vuoi più credere alla verità, nessuno vorrà più credere a te». Con la citazione di queste parole che Zelman Lewental scrisse nell’agosto del 1944 ad Auschwitz prima di essere ucciso dai nazisti, si chiude I cani del Sinai, uno dei libri più intensi di Franco Fortini. Libro che sfugge ad ogni definizione, attraversa e supera ogni genere: pamphlet e autobiografia, racconto e saggio; prosa tesissima e lapidaria, scandita in brevi paragrafi, obbediente ad una metrica autonoma e rigorosa come in una poesia. Scritto «a muscoli tesi, con rabbia estrema» nell’estate del ’67 a ridosso della «guerra dei sei giorni», I cani del Sinai è un libro contro: contro «quanti amano correre in soccorso ai vincitori», contro «il diffuso e razzistico disprezzo antiarabo», contro «l’arma totale» dei media; ma è anche e soprattutto il luogo in cui Fortini volle «chiarire a se stesso la storia di un combattuto rapporto con le proprie origini». E forse proprio da questa doppia lettura di presente e passato, dalla volontà ostinata di tenere insieme l’interpretazione di sé e della storia (di sé nella storia) e di «disegnare il futuro segnando a dito, con esattezza, le fosse di quel che non c’è, le lacune del reale», nasce la forza, non intaccata dal tempo, di queste pagine, da cui Jean-Marie Straub e Danièle Huillet trassero un film a sua volta memorabile.


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„Non si può che confermarsi 'stranieri nella propria lingua'. Il plurilinguismo (crogiuolo di idioletti, arcaismi, neologismi di che trabocca il poema) è il contrario d'una accademia di scuola interpreti. È 'Nomadismo': divagazione, digressione, chiosa, plurivalenza, ecc. Il testo intentato è (deve essere) smentito, travolto dall'atto, cioè de-pensato.“

CARMELO BENE
 

 

 





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