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Le Molte Vite Del Folk Tradizionale


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#1 wago

wago

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Inviato 17 gennaio 2016 - 09:04

*
POPOLARE

E' tanto tipo che vorrei aprire un thread tipo questo. Non sapevo ben come, non avevo idea se potesse interessare (non la ho nemmeno ora, a dire il vero), non mi era chiaro se il luogo adatto fosse rock & dintorni o jazz, classica e avanguardie (alla fine ho optato per qua: di là c'è gente brutta).
Ma insomma eccoci qua.

Il tema sono le sorti del folk tradizionale - folk tradizionale europeo, prevalentemente - a partire dagli anni Settanta.
Perché gli anni Settanta? Perché sono gli anni in cui più visibilmente formazioni di musicisti tradizionali salgono alla ribalta un po' ovunque dividendo pubblico e palchi con le scene pop-rock: Fairport Convention, Pentangle, Steeleye Span (giusto per fare tre nomi grossi) in Gran Bretagna, Planxty e Horslips in Irlanda, Alan Stivell e molti altri in Francia (a proposito, ho in cantiere uno speciale sulla scena francese, in arrivo nei prossimi mesi), Nuova Compagnia di Canto Popolare/Musicanova e altri progetti simili in Italia... Conosco meno le altre scene - uno degli scopi del thread è anche che qualcuno possa illuminarmi a loro riguardo - ma il progetto "Les Mystère des Voix Bulgares" è del 1975 e riscuote un interesse significativo, in Scandinavia prendono piede formazioni come Folque e Kebnekaise, e in diverse altre aree europee (dai Paesi Baschi all'Andalusia, all'Ungheria, alla Romania - e cito solo le cose di coi conosco qualcosina) c'è interesse per il "ripescaggio" di elementi musicali tradizionali - talvolta in funzione cosmetica, talvolta per spirito identitario, spesso in chiave pop o progressiva.

Generalmente indicato come epoca del "folk revival" o del "folk elettrico", questo decennio segna il rinnovamento delle musiche tradizionali, che da un lato abbracciano una strumentazione elettrificata e adottano pressoché stabilmente la batteria, dall'altro sono rapite da slanci "filologici" che le spingono a riscoprire (o inventare ex novo) le proprie radici barocche o medievali. E' un periodo di cui si trova tanto, su cui si può leggere tanto e piuttosto approfondito, che - almeno per le scene principali aka quelle anglosassoni, è stato sostanzialmente storicizzato in modo chiaro e potenzialmente accessibile a tutti. 

A me, però, interesse di più cercare di capire che cosa sia successo dopo.
Dagli anni Ottanta in poi (ma a dirla tutta, forse, già dalla fine degli anni Settanta), seguire le sorti e le evoluzioni del folk tradizionale diventa difficilissimo. O almeno lo è oggi, a posteriori. Quello che posso dire - ma è una mia sensazione - è che il folk si "reinsabbia": smette di interessare gli appassionati di novità musicali in campo rock, smette di essere seguito dalle grosse riviste musicali (paradossalmente, almeno da noi, la sensazione è che se ne curino maggiormente le testate generaliste) e torna a essere sostanzialmente appannaggio di una nicchia.
Le cose si fanno piuttosto complicate, e non nego che il senso principale di questa discussione vorrebbe essere quello di disintricarle un po'. Da una parte ci sono i musicisti tradizionali, con le loro evoluzioni, le loro moltissime uscite discografiche, i loro palchi, i loro continui cambi di formazione: si tratta (parlo dell'area britannica, quella che penso sia più nota, e cito in rigoroso ordine sparso) di nomi come Altan, Blowzabella, Dervish, Lunasa, Eliza Carthy, Kate Rusby, Seth Lakeman, Bellowhead - molto noti probabilmente tra gli appassionati e i frequentatori di festival folk, ma assai meno celebri fuori dal giro. Dall'altra, troviamo invece artisti e formazioni di estrazione diversa, non strettamente imparentati con la "continuità" di scene e musicisti propria del genere... Che però, affascinati dall'aura antica e dai suoni "prendono a prestito" elementi tradizionali all'interno della loro personale musica pop: si va dal sound etereo e medievaleggiante dei Dead Can Dance all'impervesante folk-metal di tante formazioni anche nostrane, dall'arpa della canadese Loreena McKennit ai tanti inserti folk cacciati dentro a caso dalle formazioni patchanka-o-giù di lì che tanto piacciono al popolo della sinistra non solo di casa nostra (non cito gente come Enya e Pogues perché forse - forse - andrebbero situati a cavallo fra le due categorie: un discorso che magari si potrà espandere in seguito).

Ciò che io trovo strano non è tanto che le rivisitazioni della seconda categoria, talvolta "turistiche", spesso condotte da musicisti senza un background tradizionale, siano a oggi assai più celebri - sia presso il pubblico generalista che presso quella classe di appassionati a cui noi apparteniamo - delle controparti di pedigree. Ci sono mille ragioni possibili per spiegare questo fenomeno, e non so se vale la pena provare a tirarle fuori.
Quello di cui invece davvero non mi capacito è che il resto sia praticamente invisibile e non mappabile. Capire che diamine sia successo negli ultimi quarant'anni nei circuiti tradizionali è un fottuto casino: non solo si fa una gran fatica a trovare i dischi, ma soprattutto è micidialmente complicato farsi un'idea di quali dischi cercare. Quali sono i nomi importanti, quali sono quelli secondari? Quali sono i fenomeni che hanno scompaginato le carte? Sembra assurdo per noi che abbiamo ormai una visione piuttosto storicistica dei fenomeni della musica leggera, ma in campo folk queste cose tendono a non restare in modo chiaro, a sbiadirsi nel tempo ammesso che vengano mai scritte.

 

Di mezzo c'è senz'altro il fattore mezzi di comunicazione. Il circuito folk ha (o avrà - è un azzardo, in realtà non ne ho la più pallida idea) le sue testate e i suoi bollettini, di cui l'ascoltatore di musica altra è largamente ignaro; l'era internettiana ha cambiato questa situazione relativamente poco, perché non ha portato a un mescolamento delle fonti informative e ha anzi conservato la separazione dei canali. La mia sensazione da esterno, poi, è che sostanzialmente non esista un canale "centralizzato" per queste musiche, nemmeno su scala macroregionale: il folk è musica locale, e la sua circolazione si basa forse su testate locali, probababilmente nemmeno strettamente musicali. Qualche blog qua e là c'è, ma si tratta di progetti portati avanti da persone singole, spesso di vita breve, e mai (per quello che ho potuto vie) provvisti di una vocazione storicistica: l'idea di quegli mp3 blog a tema che negli anni ho saccheggiato mi è sempre parsa più un "ah, e c'è anche questo" applicato a ogni singola proposta che un tentativo di far conoscere la storia, i capisaldi e l'evoluzione di un genere che negli ultimi decenni è rimasto invisibile ma non è affatto morto.

 

Sta di fatto che a oggi, anche a voler rimediare alla propria ignoranza, farsi un'idea un po' chiara sulla storia post-Seventies del folk tradizionale europeo (io ho citato prevalentemente quello britannico, ma in Francia e in Italia la situazione è pure più incasinata; altrove non so) è un'impresa improba: senz'altro affascinante e ricca di possibilità di esplorazione, ma per altri versi assai frustrante. Non saprei come altro definire una situazione in cui può essere che dopo aver cercato per mesi il tal disco che per una volta pareva mettere d'accordo tutti i (pochi) commentatori in fatto di rilevanza, scopri che il disco in questione è una merda senza appello, e altrettanto facilmente può capitare che un disco scovato totalmente per caso si riveli una roba pazzescamente originale e stupendissima riuscita. Mancano, insomma, i punti di riferimento. E' anni che mi diletto nell'esplorazione di questi territori, e ancora sento di non avere il minimo senso dell'orientamento.

E quindi, insomma, di che vorrei discutere:
- di esperienze, percorsi, esplorazioni personali che avete avuto in questi territori
- di storia, sia della musica e delle sue band, che delle dinamiche del successo e della comunicazione mediatica che riguarda le formazioni di musica tradizionale
- di pubblico, ascoltatori e appeal, perché quest'ultimo sembra non mancare e suggestionare un vasto numero di persone, che poi però non sentono il bisogno di andare oltre a quella singola formazione che hanno incontrato per caso o per effetto del tal film o del tal concerto beccato in giro

- di fonti, virtuali o cartacee, contemporanee o passate

- di dischi, scene, artisti che conoscete e apprezzate - o che schifate in maniera radicale, perché quel che fa schifo a voi potrebbe piacere ad altri (tipo a me)

 

Il thread è un calderone tremendo, senz'altro parte poco ordinato e mi auguro lo resti anche in futuro: un po' ambiziosamente, vorrebbe essere più che una discussione usa-e-getta che si perde in qualche giorno un "punto di ritrovo" per quegli utenti (ora non saprei nemmeno dire se si arriva ai tre-quattro) che hanno un qualche interesse per il settore e vogliono scambiarsi consigli. Non mi faccio chissà quali illusioni sul successo dell'iniziativa, ma perché non provarci.


  • 12

#2 signora di una certa

signora di una certa

    old signorona

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Inviato 17 gennaio 2016 - 09:22

Dovresti intervistare Giancarlo Nostrini il conduttore de "la sacca del diavolo" a radio popolare. Saranno trent'anni che porta avanti la trasmissione. L'hai mai sentito?
  • 2

In realtà secondo me John Lurie non aveva tante cose da dire... ma molto belle


#3 Suxxx

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    Pietra Molare

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Inviato 17 gennaio 2016 - 09:47

molto del folk revival dei 60 e 70 è figlio della cultura hippie alternativa

diciamolo perchè è importante

il ritorno alle origini, alla natura e alla vita semplice e comunitaria in contrapposizione alle cacofonie della modernità

ma anche la psichedelia e l'uso delle droghe ha avuto parte importante in questa ricerca musicale:

la droga avvicina l'uomo moderno alle forze magiche in cui il mondo del passato era intriso

sicuramente il folk ha aiutato ad ampliare la propria gamma espressiva ed aumentare il proprio potere fascinatorio:

cosa sarebbero gruppi come i Jethro Tull e i Traffic senza quegli inserti di musica folkeggiante, e si potrebbero fare molti altri esempi fino ai giorni nostri

 

tolto da questa componente mistico-psichedelica il folk revival lo trovo un esericizio di stile abbastanza asettico:

sentito muscialmente ma non così filosoficamente contemporaneo

 

il passaggio dalla psichedelia al progressive non ha cambiato il peso del folk revival nella musica di quel tempo, anzi il folk ha spesso giocato come protagonista nel dipingere le atmosfere più liriche del prog stesso

ma anche in questo caso il folk era parte di un movimento artistico, quindi inserito in un processo vivo e attivo non come oggi chiuso in una bolla di sapone

 

passo la palla a Lassigue asd


  • 4
Caro signor Bernardus...

#4 wago

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Inviato 17 gennaio 2016 - 10:11

Non conosco la trasmissione che citi Signora, grazie per l'indicazione (mia madre passa le ore a sentire Radio Popolare, ma questa me l'ero persa).Cercherò di seguire qualche puntata... Purtroppo i podcast sono irreperibili. 

Secondo me invece Falstaff esageri il ruolo della componente freak/psichedelica in quella cultura. Il folk britannico, per dire, ha sempre avuto l'alcool come stupefacente di elezione, e questo da ben prima che esplodesse la psichedelia. Delle band cardine del folk revival settantiano - Fairport Convention, Pentangle, Steeleye Span - gli unici in qualche modo accostabile alla woodstock nation sono i Fairport, gli altri hanno avuto vicessitudini loro, senz'altro legate in termini di suoni anche a quello che la psichedelia stava facendo circolare, ma non in termini di sostanze chimiche direi.
Le cose cambiano se si vanno a prendere cose come Incredible String Band, Dr Strangely Strange, COB, Catherine Ribeiro, Vashti Bunyan o altri progetti un po' freak analoghi, che però non sono strettamente parlando "musica tradizionale", un po' perché presentano in genere composizioni originali, un po' perché l'estrazione dei musicisti non è tradizionale.
Forse è vero che anche la "seconda generazione" del folk elettrico, quella emersa sulla scia dei grossi nomi e costituita da gente come Trees, Mellow Candle, ecc, ha incorporato per via più diretta una discreta dose di fascinazioni psichedeliche anche per via della provenienza più "pop" di alcuni loro componenti, ma il "corso principale" del filone tradizionale non mi sembra averne risentito più di tanto. Non mi vedo i Planxty a farsi i trip di LSD pensando agli gnomi alle fate e al ritorno alla natura, insomma :D

ps. Non voglio cancellare la validità di quel che hai detto eh, la componente che citi ha avuto senz'altro un ruolo importante e può ben essere che fosse davvero uno dei "ponti" fondamentali che consentivano al revival settantiano di restare connesso al resto della musica pop. Quel che dico è che lo specifico aspetto "droga e fate" secondo me non ha riguardato più di tanto la cricca principale di musicisti coinvolti, e sicuramente non è stato per loro un motore creativo rilevante.


  • 0

#5 bara dei folagri

bara dei folagri

    young signorino di una certa età

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Inviato 17 gennaio 2016 - 11:39

D'accordo con Wago, credo sia proprio l'opposto: più che figlio della cultura psichedelica, il folk revival ne è fratello, se non addirittura padre. Alla base di entrambi i movimenti c'è proprio quel ritorno alle origini di cui parla Falstaff. Ma il folk revival nasce in autonomia, (anzi per certi versi non nasce proprio, visto che il folk si innova di natura, è tutto revival per certi versi). I Fairport (ma lo stesso si può dire anche l'Incredible String Band, che è come dite un gruppo più ""psichedelico"") come musicisti nascono molto prima della psichedelia: credo che alla base ci sia l'amore per la cultura popolare e l'alta considerazione (in parte ancora adesso) che hanno per la loro musica tradizionale. quindi si tratta di qualcosa di autonomo dal resto, anche dal rock e dal pop di quegli anni (anche se l'influenza di Dylan, soprattutto per quanto riguarda i Fairport Convention, è evidente).

Falstaff non sbaglia comunque quando dice che il folk è stato catalizzatore di alcune scene, di come si è integrato con altri generi di quegli anni e di quanto è stato un genere vivo (rispetto ad oggi).

 

ps
Nostrini lo puoi ascoltare stasera, dalle 21.


  • 0

When the seagulls follow the trawler, it is because they think that sardines will be thrown into the sea


#6 bara dei folagri

bara dei folagri

    young signorino di una certa età

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Inviato 17 gennaio 2016 - 12:30

un po' di nomi, sperando siano in tema "folk-revival".

Germania (qui l'influenza psych, e anche kraut, era più evidente): Broselmachine, Emma Myldenberger, Holderlin, Emtidi, Ougenweide.

 

Francia: Sourdeline, Veronique Chalot (che ha inciso anche un disco in Italia, al Folkstudio), Maneige Tangerine, Malicorne, Ys.

 

Irlanda: Flibbertigibbet (formati da ex Mellow Candle), Caedmon e Tir na Nog.

Inghilterra: Oberon, Tudor Lodge, Spirogyra, Midwinter. Aggiungo anche gli Heron, perché meritano anche se sono più "cantautorali" (hanno inciso un disco di sole cover di Dylan...) han scritto canzoni pazzesche, tipo questa https://www.youtube....?v=3phT3SDK9YU (ascoltate il disco omonimo del 70)

tra i contemporanei, consiglio invece i Fern Knight.


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When the seagulls follow the trawler, it is because they think that sardines will be thrown into the sea


#7 Guest_Michele Murolo_*

Guest_Michele Murolo_*
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Inviato 17 gennaio 2016 - 14:29

Speravo fosse il topic giusto per parlare dei Tenores di Bitti :-(



#8 wago

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Inviato 17 gennaio 2016 - 14:32

... Cosa ti fa ritenere che non lo sia?
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#9 Johann Gambolputty of Ulm

Johann Gambolputty of Ulm

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Inviato 17 gennaio 2016 - 15:30

Beh, la Sardegna ha dato parecchi esempi di musica "tipica" contaminata con rock e pop (Piero Marras, Bertas, Tazenda, Kenze Neke, Cordas e Cannas, solo per fare alcuni nomi), mentre i Tenores di Bitti è puro folk tradizionale. In bilico Maria Carta, esponente del periodo analizzato da Wago all'inizio del suo post (anni Sessanta, Settanta), più folk (con influenze cantautoriali in certi suoi lavori) che altro.


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Arcinemico della parola CRINGE

#10 maladiez

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Inviato 17 gennaio 2016 - 18:02

Interessante questo topic, a pensarci bene mi rendo conto che quando si parla di folk si vanno ad aprire come tantissimi files, è un argomento vastissimo e ci sarebbe davvero tanto di cui parlare. Non voglio imbattermi in discorsi filologici, né cercare di dare chissà quali analisi, posso solo descrivere quella che è la mia esperienza ed il mio rapporto con questa musica. Qui in Sicilia la tradizione folk è ancora abbastanza viva benche’ nascosta e non ai livelli qualitativi di qualche anno fa. Ovviamente cito Rosa Balistreri forse la massima espressione della canzone tradizionale siciliana che ha lasciato al momento una eredita’ non raccolta benche’ ci siano stati e ci sono personaggi e musicisti degni di nota. Mi vengono in  mente i Taberna Mylaensis da Milazzo ( Me ) oppure Alfio Antico da Lentini ( Sr ) formidabile percussionista esperto nell’uso della tamorra, al momento forse il personaggio musicalmente piu’ importante per quanto riguarda il folk locale, mentre per quanto riguarda la “contaminazione” c’è quel capolavoro che risponde al nome di Tuareg dei grandissimi Agricantus, pero’ già qui andiamo parecchio oltre il concetto di folk-revival.

Personalmente sono sempre stato  molto attratto dalla musica celtica, i Planxty citati da Wago sono tra i miei preferiti ed ultimamente sono incuriosito anche dalle sonorita’ arabe e mediterranee, a tal proposito mi sono appassionato alla figura di Elias Nardi ( ringrazio Valerio D’Onofrio per avermelo fatto conoscere ), esperto di musica antica ed abile suonatore di Oud, una sorta di flauto corto, che è uscito l’anno scorso con un lavoro solista ed uno assieme agli Sharg Uldusu 4tet, vera rivelazione per me, in entrambi i casi si cerca di riportare il folk ad una dimensione piu’ moderna, non necessariamente contaminandolo ma suonandolo in modo moderno. Infine segnalo anche i Kapela ze wsi Warszawa, formidable ensemble polacco scoperto nella battle non anglofona di qualche anno fa, dove viene recuperata la tradizione musicale polacca, una delle cose che piu’ mi son piaciute negli  ultimi anni. Per quanto riguarda invece la frase citata da Wago

  • di pubblico, ascoltatori e appeal, perché quest'ultimo sembra non mancare e suggestionare un vasto numero di persone, che poi però non sentono il bisogno di andare oltre a quella singola formazione che hanno incontrato per caso o per effetto del tal film o del tal concerto beccato in giro.

 

Io il folk lo vedo in un certo senso come un genere da “rifugio”, come quando si va qualche giorno in montagna o in campagna per ricaricarsi un po’ prima di ributtarsi nuovamente nel tran tran quotidiano, un genere che forse piu’ di altri necessita poi della dimensione live, io lo vedo come un qualcosa che va vissuto prima ancora che ascoltato, poi è chiaro che ci sara’ chi ascolta solo folk, pero’ ecco io lo inquadro in una dimensione diversa dal resto degli altri generi nonstante l’ influenza che puo’ esercitare sugli stessi. Ho scritto di getto ed in maniera forse sconnessa, mi scuserete, non appena avrò un attimo provero’ a postare anche qualche brano.


  • 3

"Chi vuol brillare, si metta in ombra"

 

 

Alice: "Quanto tempo è per sempre?"

Bianconiglio: " A volte solo un secondo"


#11 wago

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Inviato 18 gennaio 2016 - 00:33

(Rimando a domani una risposta approfondita, e magari anche qualche nome contemporaneo ma

 

Ocio che l'oud che io sappia è quel coso qui:

 

oud_front.jpg)

)


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#12 maladiez

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Inviato 18 gennaio 2016 - 09:00

(Rimando a domani una risposta approfondita, e magari anche qualche nome contemporaneo ma

 

Ocio che l'oud che io sappia è quel coso qui:

 

Si, ho scritto male, si tratta di un liuto a manico corto, non di un flauto!


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"Chi vuol brillare, si metta in ombra"

 

 

Alice: "Quanto tempo è per sempre?"

Bianconiglio: " A volte solo un secondo"


#13 wago

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Inviato 18 gennaio 2016 - 10:11

Innanzitutto ringrazio Folagra e Maladiez per i loro interventi ricchi di nomi e indicazioni specifiche: gli artisti in esame li conosco quasi tutti (mi mancano solo alcuni dei krukki di Folagra - che pensavo facessero psych-folk più che musica tradizionale - e Nardi + il polacco di Maladiez) ma credo che entrambi si siano mosse in direzioni interessanti, l'uno più geografica e legato a un periodo specifico, l'altro più personale e trasversale ma ugualmente a fuoco.

 

Anche nel mio caso è vero che il periodo su cui mi sento più ferrato sono i Seventies: intanto è la scena con cui mi sono appassionato al settore - anche grazie alle connessioni col progressive; oltre a questo però va riconosciuto che si tratta di un momento estremamente florido per il genere e che quasi tutte le ricostruzioni storiche o le liste di "imperdibili" si concentrano su quel periodo lì.

Negli ultimi tempi sto però sforzandomi di guardare anche oltre, convinto che la ragione principale per cui gli anni successivi siano meno noti sia non una "crisi della scena" o un "calo di qualità" in senso stretto, ma soprattutto la rottura del "ponte mediatico" che permetteva al pubblico pop/rock di accedere in modo parasistematico alla musica folk tradizionale.

Siccome qualche anno fa mi dilettavo a gestire un blog di musica italiana, poi, avevo cercato di documentarmi un po' sulla scena di casa nostra, e qualche nome davvero valido l'avevo trovato. Qui provo a buttar lì qualche nome italico, in ordine cronologico e concentrandomi soprattutto sulle forme più "progressive":

 

Nuova Compagnia di Canto Popolare - suppongo tutto (dal 1971), ma conosco di fatto solo i lavori attorno a "La gatta Cenerentola"
Canzoniere del Lazio - tutto (dal 1973) più i tantissimi progetti derivati (es. Malvasia, lavori solisti di Silotto e Cinque)

La lionetta - tutto (dal 1978), roba piemontese, ottima

Musicanova - tutto (dal 1976) più i tantissimi progetti derivati (es. lavori di Eugenio Bennato, Teresa De Sio, Enzo Avitabile)

Zeit - Un giorno in una piazza mediterranea (1979), un po' patchwork in stile Aktuala ma più esplicitamente ricco di motivi tradizionali
Astrolabio - Spirit folet (1980) , anche questo area piemontese, capolavoro
Tanit - progetto etno-jazz sardo di Paolo Fresu, purtroppo ho solo il disco omonimo del 1990, capolavorissimo

 

Tra i nomi più recenti, ho trovato molto valido ciò che ho ascoltato di Càlic (Alghero - tradizione catalana), ovviamente Agricantus anche se sono decisamente più trasversali del puro genere folk, ed esulano un po' dalla tradizione italiana, Calicanto (area veneta, davvero eccellenti almeno dagli anni Novanta), Indaco (romani, ma anche loro piuttosto trasversali come influssi), Nidi d'Arac (anche loro di Roma, ma il loro campo è la commistione pizzica/electrodub) e i per me davvero fenomenali Gai Saber (area occitana, con influenze drum'n'bass acustiche discretissime ma magnificamente spese).

Tutto questo lascia fuori quello che probabilmente è in realtà il vero "cuore" della musica folk italiana, i grandi strumentisti di strumenti tradizionali e i grandi interpreti della canzone popolare. Ammetto però di non aver alcuna cultura in questo campo, di conoscere qualcuno (Riccardo Tesi?) ma soltanto di nome... Chiedo dunque decisamente aiuto a chi ne sa di più per avere un orientamento migliore.


  • 3

#14 bluetrain

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Inviato 18 gennaio 2016 - 10:44

Non bisogna incappare in un errore di fondo, e cioè analizzare il revival folk europeo degli anni 70 come un compartimento stagno, facendo i conti senza il movimento folk americano che ne è stato il motore a livello concettuale.
Il recupero della musica folk è nato infatti nel contesto della controcultura statunitense sul finire degli anni 50 (ma i germi si possono rintracciare anche prima, e parlo non tanto del livello musicale quanto della riscoperta e dello studio in chiave filologici, leggasi Alan Lomax), per poi esplodere negli anni 60, da un lato con il fenomeno Dylan, che porta avanti il discorso "on the road" di Woody Guthrie* - Dylan che, non a caso, infila a chiusura del suo primo disco "See That My Grave Is Kept Clean" (o "One kind favor" che dir si voglia) di Blind Lemon Jefferson - e dall'altra con il lavoro più "scientifico" di gente come Alan Wilson dei Canned Heat, affascinata dal recupero e dalla riproposizione del lato blues del folk americano in chiave elettrica.
Quindi, certamente il fenomeno folk revival si è orgiasticamente mescolato alla controcultura giovanile di quegli anni con tutto cosa ne consegue, ma è bene ricordare che è un fenomeno più anziano (o che, quanto meno, è coevo) del rock 'n roll e che in Europa (mutatis mutandis) è poi sbarcato proprio sulla scia del movimento americano.
Erano gli anni dei festival folk, tipo quello di Newport, in cui venivano letteralmente riesumati vecchissimi bluesman caduti nel totale oblio dopo gli anni 30, ma in cui allo stesso tempo si esibivano formazioni di musica celtica o bluegrass. 
Poi ovviamente non si può generalizzare troppo, ma il concetto è che i Fairport Convention e la NCCP, forse inconsapevolmente (e ovviamente non a livello musicale), sono figli più degli USA che dell'Europa. Un po' come la storia della "Tammuriata nera". E che poi, forse, è il motivo per cui in Europa il revival folk è stato passeggero e, come dice Wago, dagli anni 80 sembra essersi sbriciolato e confinato a livello strettamente locale mentre, dall'atra parte, con tutte le degenerazioni del caso, il festival di Newport continuano comunque a farlo.
 
 
*Che in fin dei conti era già un esponente ante litteram del folk revival.

 

 

La lionetta - tutto (dal 1978), roba piemontese, ottima

 

 

Bravissimi loro, ho un paio di vinili, non pensavo che qualche squilibrato ne avrebbe mai parlato sul forum. asd


  • 1

#15 signora di una certa

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Inviato 18 gennaio 2016 - 11:01

blue, dovresti fare un bell'excursus sulla musica occitana :)


  • 0

In realtà secondo me John Lurie non aveva tante cose da dire... ma molto belle


#16 bluetrain

bluetrain

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Inviato 18 gennaio 2016 - 11:02

Comunque, Wago mi sgriderà, ma uno dei miei dischi folk preferiti di sempre è:

 

MI0003591293.jpg?partner=allrovi.com


  • 3

#17 bluetrain

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Inviato 18 gennaio 2016 - 11:18

blue, dovresti fare un bell'excursus sulla musica occitana :)

 
"Se chanto" uno degli inni occitani è una canzone bellissima, per il resto quello degli occitani è un movimento particolare, perché sostanzialmente canta una tradizione, una cultura, un popolo e una nazione che non sono mai esistiti se no nella fantasia di pochi. Oltre al fatto che quei pochi che ci credono ci credono davvero (o per lo meno fanno finta molto bene), per cui c'è anche sempre un discorso politico molto presente, velatamene indipendentista (di cosa da cosa, però, è tutto da capire: la nazione occitana partirebbe dal Piemonte occidentale per arrivare sino ai Paesi Baschi o quasi).
Musicalmente, La Lionetta di cui ha parlato wago rientrano nel filone musicale occitano, poi ci sono robe tipo i Troubaires de Coumboscuro (con cui aveva collaborato anche De André) e va beh i più noti Lou Dalfin e Lou Seriol, che mischiano la musica occitana con il rock.
Lo strumento principe, è la ghironda:

 

hurdy_gurdy_by_kukara4-d5nyngn.png
 


  • 0

#18 Guest_Michele Murolo_*

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Inviato 18 gennaio 2016 - 11:19

(Rimando a domani una risposta approfondita, e magari anche qualche nome contemporaneo ma

 

Ocio che l'oud che io sappia è quel coso qui:

 

oud_front.jpg)

)

 

Di cui Naseer Shamma è attualmente uno dei massimi virtuosi

Ho trovato ottimi i suoi cd, consigliato.



#19 maladiez

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Inviato 18 gennaio 2016 - 12:33

Vado a postare qualche brano:

Questo pezzo dei Taberna mylaensis risente dell’influsso di certo folk nordeuropeo , tra l’altro ho avuto modo di constatare che certe cose si trovano anche nella nostra musica popolare, basti pensare all’uso dello “scacciapensieri” ( marranzàno in dialetto ).

 

https://www.youtube....h?v=_vBqYApF2Fs

 

 

E poi ancora

 

https://www.youtube....h?v=k_omN9w8PAg

 

https://www.youtube....h?v=hulzNW_2iwc

 

 

 

Per Wago, alcuni titoli che hai citato venivano prodotti o distribuiti dall’etichetta CNI ( Compagnia nuove Indie ) che non so se esiste ancora e producevano parecchia roba interessante, cosi come Il Manifesto che fece uscire  l’album degli Indaco, un progetto messo su da Mario Pio Mancini e Rodolfo Maltese, il loro primo album “Vento del deserto” è bellissimo e vede la collaborazione di Tony Esposito, Gragnaniello, Francesco Di Giacomo, Mauro Pagani.

 

https://www.youtube....h?v=DOrp6mAT02Q

 

C’è anche una versione etno di Set the controls for the heart of the sun!

 

https://www.youtube....h?v=kTtE20slmEc

 

 

Altro disco che mi piace è quello pubblicato da Di Giacomo, Finardi e Marco Poeta dal titolo Fado, in cui viene ripresa la celebre musica popolare portoghese reinterpretata.

 

https://www.youtube....h?v=0k5avtI8j94

 

 

Sentite questa versione fado di Piazza grande.

 

 

https://www.youtube....h?v=aZjsPDhxp1g

 

That’s all so far!


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"Chi vuol brillare, si metta in ombra"

 

 

Alice: "Quanto tempo è per sempre?"

Bianconiglio: " A volte solo un secondo"


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Inviato 18 gennaio 2016 - 14:57

 

Non bisogna incappare in un errore di fondo, e cioè analizzare il revival folk europeo degli anni 70 come un compartimento stagno, facendo i conti senza il movimento folk americano che ne è stato il motore a livello concettuale.

 

Ecco, grazie davvero per questo intervento perché invece questo è un errore che io faccio spesso, e peraltro volentieri.
Il punto è che il mio sciovinsimo europeo, misto peraltro a sostanziale antiamericanismo e avversione al blues, mi spinge: a. a disinteressarmi in sede di scelte di ascolto al versante americano della faccenda; b. a sostenere implicitamente con me stesso che il farlo non alteri di molto la compresione generale del quadro.

 

Sul fatto che - guardando le cose da un lato razionale - la faccenda stia sostanzialmente come dici tu, non ho dubbi. Però mi dico anche che se c'è un momento in cui è possibile tracciare una cesura, identificare una vera "europeizzazione" del fenomeno, quel momento sta proprio dove inizia il fenomeno del folk revival dai contorni elettrici. In quegli anni ci sono formazioni che risentono fortemente dell'influsso americano (fai bene a citare i Fariport, in cui la cosa è evidentissima), ma dopo poco arrivano anche formazioni le cui principali influenze sono le stesse band di folk elettrico/progressivo. Il gioco inizia ad autoalimentarsi non solo dal punto di vista dei temi musicali (il grosso dei traditional non "torna" dall'America, ma proviene dalle raccolte locali) ma anche da quello dello stile e della - se mi si passa il termine - "ideologia".
A me quel periodo piace tanto proprio perché dopo una prima ventata di band (peraltro immense, eh, sia chiaro) con forti debiti verso Dylan e/o il country/blues, quegli influssi si vaporizzano lasciando campo libero ad altri modelli, sia musicali che ideali (v. mitologia del "ritorno alle origini" di cui sopra, che prende connotazioni fiabesco-localistico-medioevali impensabili al di là dell'Oceano).
Forse è la mia mancanza di riferimenti riguardo alla musica americana a farmi ritenere che sì, a sostenere sbrigativamente che i legami con gli USA diventino presto deboli non si commetta un grande errore. Dunque chiedo pubblicamente: quali sono i principali modelli di formazioni come Caedmon, Trees, Mellow Candle, Hedgehog Pie... O andando sui "big" acustici, Planxty, Bothy Band, Chieftains? Artisti americani, o la scuola inglese stessa? Si può dire che gli studiosi, gli archivisti, i musicisti americani abbiano avuto un ruolo nella genesi delle loro formule al di là di quello (pur importante, sia chiaro) di eventuali "motivatori"?

Interessante anche il discorso che fai sul festival di Newport. Sempre per questioni di ignoranza personale la mia conoscenza dell'importanza del ritrovo comincia e finisce colla famosa faccenda della "svolta elettrica" di Dylan. So che il festival esiste ancora oggi, ma sono totalmente all'oscuro della sua rilevanza. Dunque non posso fare raffronti.
Posso però evidenziare che almeno un festival europeo di una certa risonanza (sempre interna al circuito, si intende) esiste, il Festival Interceltique di Lorient, in Bretagna. Leggo ora che nasce nel 1971, dura una decina di giorni coinvolgendo  dozzine se non centinaia di artisti e attira ogni anno centinaia di migliaia di spettatori (750'000 l'anno scorso). Per certo so che l'evento è un punto di riferimento importante per gli "addetti ai lavori" del continente (ne parlavo anni fa con un organizzatore di concerti di qua: mi spiegava che lui va lì ogni anno per "addocchiare" le band da chiamare e che ogni anno si incontra lì con altri di mezza Europa che fanno esattamente la stessa cosa sua).
In effetti, credo che il trans-localismo panceltico propugnato a partire dagli anni Settanta da Alan Stivell e poi rinfocolato in chiave meno combattiva a metà Novanta dal suo (ex) chitarrista Dan Ar Braz tramite il progetto l'Héritage des Celtes sia stato un collante ideologico molto importante per conferire alle tradizioni britanniche, bretoni, galiziane, québécois ecc. un'identità e una visibilità del tutto indipendenti dai fenomeni degli States e senz'altro più solide rispetto a quelle delle altre tradizioni europee.
Come mai questa presenza di un'identità forte e una "continuità" musicale che è anche una discreta potenza economica non si sia tradotta in una maggior consapevolezza pubblica delle sue dinamiche e delle sue evoluzioni non mi è chiaro: sospetto che di mezzo ci sia anche il carattere inevitabilmente "turistico" e forse davvero ideologico di manifestazioni come questa, che penso attirino oltre a un certo numero di appassionati di quelle musiche anche tanti visitatori semplici affascinati dai costumi e dall'idea delle tradizioni, e una parte di autonomisti il cui interesse per la faccenda si spiega più tramite il senso di appartenenza che per la passione musicale.
Ovviamente però parlo molto a caso, tutto l'ultimo paragrafo è un'estrapolazione mia e ben venga se qualcuno ha dati per confermare, puntualizzare, smentire.


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