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Franz Kafka


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63 replies to this topic

#1 dada

dada

    pivello

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Inviato 07 novembre 2006 - 16:47

Sto leggendo adesso "Il processo" e mi sta affascinando veramente molto.Ho letto le Metamorfosi molti anni fa e forse ero troppo acerbo per apprezzarlo anche se il malessere di fondo che si respirava nel libro mi colpì anche allora.

Ho trovato in giro su Internet un articolo molto interessante su Kafka e l'assurdità delle situazioni raccontate...che ne pensate?

Kafka e la logica dell'assurdo
La lettura di Kafka è sempre un'esperienza particolare, che richiede una precisa volontà da parte del lettore: confrontarsi con una sensazione generalizzata di malessere. Eppure, Kafka è un autore il cui valore letterario non è misurabile e, credo, nessuno si priverebbe mai del "piacere" di leggerlo e rileggerlo.
Nei suoi racconti, dai più lunghi e famosi (La Metamorfosi, Il Processo, Il Castello, ecc.) ai più brevi (addirittura poche righe) ed ermetici, si delinea e si condensa un universo dell'umano che sembra stare in un'altra dimensione, ma che nonostante tutto ci coinvolge. Ognuno di noi infatti può riconoscervi delle coordinate che fanno parte del proprio mondo, il mondo conosciuto, sulle quali però si innesta un elemento che disturba, da cui la sensazione di malessere, di incomprensione: un elemento disturbante o "straniante" ("perturbante", diremmo con Freud) che ci porta di fronte ad una delle più complesse e complete rappresentazioni letterarie dell'assurdo.
Assurdo è, per definizione, "contrario all'evidenza logica, intrinsecamente contraddittorio, privo di ogni fondamento nella ragione e nel senso comune", oppure "incredibile per stranezza o eccezionalità", "ciò che non è ammissibile o pensabile perché contrario alla ragione". Ma il confine tra stranezza e ordinarietà, tra razionale e irrazionale è molto più labile di quanto sembri, anche quando non investe problemi dell'ordine del punto di vista (caro all'analisi testuale) e si limita al mondo del significato.
Già anticamente si dibatteva su questioni simili. Il filosofo Zenone è celebre per aver elaborato una logica, che portata alle sue estreme conseguenze razionali prefigurava una dimensione reale dell'impossibile. Uno dei suoi "paradossi" meno noti è quello del "mucchietto": prendete una certa quantità di miglio e con la metà di essa fate un mucchietto, poi prendete metà del rimanente e aggiungetelo al mucchietto, poi metà del rimanente e così via. In un universo finito il mucchietto potrà essere completato, in un universo infinito mai, perché più ci si avvicina al totale, più il mucchietto cresce lentamente.
In quest'esempio, è la coordinata temporale a essere messa in gioco. Ma altrettanto coinvolta è la coordinata spaziale, per esempio nel paradosso, più noto, di Achille e la tartaruga, dove Achille, pur andando ad una velocità maggiore della tartaruga, non potrà mai raggiungerla.

Le logiche "altre", che si basano su fondamenti diversi da quella che regge la logica a cui siamo abituati, non sono appannaggio soltanto della filosofia. Le si ritrovano altrettanto bene nel campo che, per eccellenza, è il dominio della logica, la matematica, così come in architettura, tanto per fare degli esempi. Nel primo caso, infatti, come non rammentare le cosiddette "geometrie non-euclidee", diverse da quella più diffusa, euclidea? E nel secondo, potremmo considerare i quadri di Escher, che rappresentano spazi architettonici impossibili ma pur sempre rappresentabili all'occhio umano.

Ignazio Matte Blanco ha fatto uno studio molto approfondito di queste logiche "altre", e in particolare di quello che ha chiamato la "bi-logica". Si tratta, in parole povere, della logica "notturna" del nostro inconscio, che si contrappone, o meglio spesso si sovrappone, alla logica "diurna" della nostra coscienza, e si regge su un sistema di valori diverso. Per esempio, contrariamente a quanto si tende a fare razionalmente, per essa vale la regola della generalizzazione anziché della particolarizzazione (tende a "fare di tutto un'erba un fascio"); detto con le parole di Ignacio Matte Blanco:

"By making the individual identical to the class, the principle of symmetry as seen from an asymmetrical point of view, leads to infinite sets. [?] What I wish to stress here is the fact that, as the classes dealt with by the unconscious contain an infinite number of elements, and any of these elements is, if seen symmetrically, identical to any other element of the class and to the class itself, the result is that many things become possible in symmetrical thinking which would not be possible in asymmetrical thinking".

Citare Matte Blanco e la sua bi-logica parlando di Kafka può sembrare forzato. Ma è vero però che il senso letterario che si può ricavare da questo avvicinamento è molto profondo: lo stesso Fromm, nel libro "Il linguaggio dimenticato", dedica un intero capitolo a Kafka e al "linguaggio dimenticato" che affiora nei suoi racconti, e in particolare in Il Processo. Sotto questa luce, Fromm avvicina la scrittura creativa di Kafka al mito, al sogno, ecc., e quindi ci spiega perché non sia sbagliato considerare la sua opera un vero capolavoro letterario, per la ricchezza e la profondità, su più strati, dei significati che veicola. Ovviamente, con le dovute differenze, perché il testo kafkiano rimane pur sempre un testo LETTERARIO, ed è quindi diverso dal sogno o dalla tradizione mitico-religiosa.

Kafka ha delle affinità con moltissimi altri scrittori in questa sua "rappresentazione dell'assurdo". Un primo autore che mi viene in mente è Jean-Paul Sartre. In "La Nausée", il protagonista, Roquentin, si trova di fronte alla sensazione, più cutanea che intellettuale, dell'assurdità dell'esistenza. Per lui, è la GRATUITA' della vita che diventa insostenibile. Riprendendo un tema caro a Kundera, potremmo parlare di una "insostenibile gratuità dell'essere". Tale da nauseare.
Ma se in Sartre la nausea, prima di arrivare al lettore, passa da Roquentin, per finire alla fine spezzettata e razionalizzata nella più pura tradizione cartesiana, nella scrittura di Kafka il malessere va direttamente dal libro al lettore, senza alcuna mediazione. I protagonisti dei suoi racconti non sono nemmeno tali da facilitare un processo di immedesimazione da parte del lettore: si trovano già "troppo oltre", "troppo dentro" l'assurdo. Non razionalizzano niente. Vivono l'assurdo, e basta. O se razionalizzano, è troppo evidente che i valori su cui si fonda la loro razionalità sono troppo diversi da quelli che reggono l'ambiente in cui si muovono.
Questo mi fa pensare a un'altro autore, Beckett. In "En attendant Godot" i due protagonisti vivono anch'essi l'assurdo, anzi vivono proprio una RAPPRESENTAZIONE dell'assurdo, su un palco, in un teatro, davanti a degli spettatori. L'opera, assolutamente incentrata su un problema di tipo temporale (il tempo dell'attesa che si protrae all'infinito) è una rappresentazione che dura solo due atti: tre sarebbero stati troppi. Bastano, infatti, due atti a dare la sensazione di un tempo ciclico che si ripete dilatandosi all'infinito; tre atti sarebbero stati troppi per gli spettatori, per i lettori, per noi che vediamo "dal di qua" una rappresentazione dell'assurdo che si trova "di là", sul palco. Del resto, lo affermò Beckett stesso che "un atto solo sarebbe stato troppo poco, tre atti sarebbero stati veramente troppi":

"La scelta dei due atti quindi in cui non succede quasi nulla, serve a dare allo spettatore l'impressione quasi fisico-temporale del vuoto, dell'assurdo" (D. Ventimiglia).

Non è un caso se, sempre Ventimiglia, riprende nell'analizzare Beckett l'idea dei paradossi di Zenone. Eccoci tornati al punto di partenza. Ma il sentimento di nausea e di malessere che si può avvertire in Beckett o in Sartre diventa tangibile quando si legge Kafka. Perché lui non ha pensato che fosse "troppo" ed è andato fino in fondo nella sua rappresentazione dell'assurdo. E soprattutto, non ha tentato nessuna mediazione.

Alla luce di tutto, come concludere questa analisi? Direi nell'unica maniera possibile, con la constatazione di quanto Kafka abbia "aggiunto" alla nostra percezione del reale e della letteratura. L'altra sera pensavo a un articolo che ho letto, firmato da Jorge Luis Borges. Borges cita molto brevemente una lista di autori che sono in qualche maniera avvicinabili a Kafka, e che attraverso lui si arricchiscono di una nuova chiave di lettura, più completa. Anche lui cita Zenone e suoi paradossi, poi cita un prosatore cinese del secolo IX, Han Yu; poi ancora Kierkegaard, Léon Bloy, Lord Dunsany. E osserva per ognuno un'affinità col mondo oscuro di Kafka, con l'acuto rapporto che si instaura nella sua opera tra razionalità e sentimento dell'irrazionale, tra il tentativo umano di arrivare a qualcosa e l'impossibilità di farlo. E poi conclude con una meravigliosa osservazione, che spiega come mai perché, e fino a che punto, l'opera di Kafka è secondo me un vero capolavoro:

"Se non erro, gli eterogenei testi che ho enumerato somigliano a Kafka; se non erro, non tutti si somigliano tra loro. Quest'ultimo fatto e' il piu' significativo. In ciascuno di quei testi c'e' la idiosincrasia di Kafka, in grado maggiore o minore, ma se Kafka non avesse scritto, non la avvertiremmo; vale a dire che non esisterebbe".

A mio avviso qui Borges riesce a sintetizzare in poche righe un sentimento credo diffuso tra i lettori di Kafka: che dopo di lui, niente si può più leggere allo stesso modo. Come nessuna architettura può essere più guardata allo stesso modo dopo aver osservato i giochi sulle geometrie assurde nei quadri di Esher, e come, probabilmente, nessun matematico può guardare allo stesso modo la geometria classica dopo essere approdato alle geometrie non-euclidee.
Sì, Kafka mi piace davvero.


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#2 Merlo

Merlo

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Inviato 07 novembre 2006 - 17:55

Lo adoro. Forse il mio racconto preferito è 'Descrizione di una battaglia': un vero e proprio delirio giovanile.  :D
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Ricette Veg

#3 Guest_recensore_*

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Inviato 07 novembre 2006 - 19:54

concordo. kafka si potrebbe leggere una vita intera e non esserne mai stanchi. il brano che preferisco è forse negletto. quasi lo trascura buona parte della critica. è nel castello, quando k., cercando in ogni modo di incrociare klamm, alla fine entra nella sua carrozza e beve con il cocchiere. qualcuno si accorge di ciò, klamm non arriva, vengono staccati i cavalli, spente le luci (un inciso: per quale motivo dovevano rimanere accese?) e k. viene lasciato completamente solo. è questa la libertà? secondo kafka si, k. era libero, ma quanto era insensata, ambigua e opprimente questa libertà. è una meravigliosa metafora della condizione umana, un aspettando godot prima che beckett lo scrivesse, l'assurdo di camus prima che questi lo concepisse, la passione inutile di sartre prima che questi nascesse.

#4 100000

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Inviato 08 novembre 2006 - 11:54

dovrò essere sincero è non ho letto tutto il primo post (un pò lunghino per i miei gusti!)  ::)
...ma volevo postare la mia approvazione per questo autore geniale! Letto il castello, il processo, la metamorfosi e qualcosa da qualche antologia in qua e in là. geniale ed opprimente, disarmante, terribile. come terribili sono tutte le conclusioni dei suoi racconti.
la sua opera è il dramma umano. non conosco autori a lui paragonabili, immenso.
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#5 kingink

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Inviato 08 novembre 2006 - 13:03

...ma volevo postare la mia approvazione per questo autore geniale! Letto il castello, il processo, la metamorfosi e qualcosa da qualche antologia in qua e in là. geniale ed opprimente, disarmante, terribile. come terribili sono tutte le conclusioni dei suoi racconti.
la sua opera è il dramma umano. non conosco autori a lui paragonabili, immenso.


quoto, uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi. Su questo non ci piove.
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#6 dada

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Inviato 08 novembre 2006 - 17:21

"Non riesco mai a capire come a quasi tutti coloro che sanno scrivere sia possibile, nel loro dolore, oggettivare il dolore, di modo che io, per esempio, nella sventura e forse anche con la testa che mi brucia, posso sedermi e per iscritto comunicare ad altri che sono infelice. Anzi posso andare oltre e con diversi svolazzi, secondo il talento che pare non abbia niente a che vedere con l'infelicità, fantasticarne semplicemente o per antitesi o con diverse orchestre di associazioni di pensiero. E non è affatto menzogna né assopisce il dolore, ma è semplicemente la grazia di energie esuberanti nel momento in cui il dolore ha palesemente consumato tutte le mie forze fino al fondo del mio essere che esso sconvolge. Che specie di esuberanza sarebbe dunque?".

(tratto da: Franz Kafka, Diari, in: Confessioni e diari)

...Semplicemente geniale!
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#7 Guest_BlueValentine_*

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Inviato 09 novembre 2006 - 20:32

Siamo tutti col fiato sospeso nell'attesa del suo prossimo romanzo.

#8 kastle

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Inviato 20 novembre 2006 - 17:24

anni fa ho avuto la sventura di leggere Il Castello...
le ore peggio spese della mia vita...se qualcuno ha capito qualcosa me lo spieghi cortesemente!

cordialmente
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#9 musicista contabile

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Inviato 20 novembre 2006 - 18:57

Ho letto "La metamorfosi"; sul fatto che la lettura sia molto intensa e coinvolgente, nel senso che ti fa proprio del male leggere quelle righe, non ci piove. A parte questo però non mi ha entusiasmato particolarmente, non ho voluto ( per ora ) approfondire con altri racconti o romanzi.
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#10 100000

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Inviato 21 novembre 2006 - 16:03

Ho letto "La metamorfosi"; sul fatto che la lettura sia molto intensa e coinvolgente, nel senso che ti fa proprio del male leggere quelle righe, non ci piove. A parte questo però non mi ha entusiasmato particolarmente, non ho voluto ( per ora ) approfondire con altri racconti o romanzi.


per tutti i racconti che ho letto io, posso ripetere le tue parole: Kafka a me non è che "entusiasma"...ma mi basta il fatto che uno scritto sia a quei livelli di intensità e drammaticità, per coinvolgermi e spingermi a scrivere lodi dell'autore...
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#11 musicista contabile

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Inviato 21 novembre 2006 - 23:38


Ho letto "La metamorfosi"; sul fatto che la lettura sia molto intensa e coinvolgente, nel senso che ti fa proprio del male leggere quelle righe, non ci piove. A parte questo però non mi ha entusiasmato particolarmente, non ho voluto ( per ora ) approfondire con altri racconti o romanzi.


per tutti i racconti che ho letto io, posso ripetere le tue parole: Kafka a me non è che "entusiasma"...ma mi basta il fatto che uno scritto sia a quei livelli di intensità e drammaticità, per coinvolgermi e spingermi a scrivere lodi dell'autore...


Guarda, sulle doti e la bravura di questo scrittore non ho nulla da obiettare, anche perchè non ne ho assolutamente le facoltà. Non posso andare oltre quello che mi ha lasciato il libro a livello emotivo. Ecco, posso dire che è un libro da leggere, ma non posso dire che sia uno dei libri più belli che ho letto. Probabilmente se lo rilegessi un'altra volta non mi toccherebbe più come la prima, anzi sono sicuro che non riuscirei ad andare avanti più di qualche pagina.
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#12 100000

100000

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Inviato 22 novembre 2006 - 09:10

capisco il tuo punto di vista, musicista contabile, e non lo confuto neanche più di tanto....
però, visto che puoi dire che "la metamorfosi" sia un libro da leggere, ecco, io credo che tutti i racconti che ho letto di kafka siano da leggere!  ;D
(poi, certo...una volta basta...a meno che uno non ci si voglia deprimere/scervellare un pò sopra...)
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#13 musicista contabile

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Inviato 22 novembre 2006 - 18:45

Da quel poco che ricordo da qualche striminzita pagina su un libro scolastico,  sarei propenso a provare a leggere "Il Processo".


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#14 Notker

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Inviato 23 novembre 2006 - 08:15

innanzitutto, devo ammettere che Kafka è uno di quegli scrittori che (insieme a Dostoevskij, Pirandello, Zola) ha segnato la mia pubertà; segnato in maniera molto profonda, tale che ancora oggi ne (sop)porto alcune conseguenze, a livello psicologico, s'intende.
in particolare, ricordo l'angoscia, quasi fisica (lo stomaco chiuso, i brividi) che ho provato nel leggere Il Processo; sebbene avessi già letto alcuni racconti (La metamorfosi, Nella cololnia penale, ecc.) e le celebri Lettere al padre, la lettura di quel romanzo mi fece scoprire non tanto l'arte narratoria di Kafka ma il baratro senza fine che ogni parola celava e che, di tanto in tanto, lasciava intravvedere.
dopo averlo finito, dopo l'ultima "legnata" (l'esecuzione), mi ricordo che per un mese non ho voluto vedere nessuno, andare a scuola era un peso enorme e mi rintanavo nella mia camera, concedendomi solo un po' di musica.
insomma, rimasi sconvolto.

invece, dal mio personale e insignificante punto di vista, devo dire che non mi trovo molto d'accordo con l'articolo postato da Dada.
soprattutto per quanto riguarda con certi richiami alla "logica dell'assurso" o a un parallellismo con Sartre.
infatti, sono convinto che il mondo di Kafka, sebbene trasfigurato in qualcosa di orribile e intangibile, non sia molto diverso dal (suo) mondo reale.
in particolare, mi riferisco all'interazione che intercorre tra l'essere umano e le organizzazioni sociali di cui gli uomini si dotano per gestire la comunità (la giustizia, per es., nel caso de Il processo).
questa lontananza tra l'istituzione e il cittadino, vissuta in modo così lacerante e opprimente, quasi parossistico (come bene evidenzierà Orson Welles nel "suo" Processo), è tipica dell'epoca in cui è vissuto lo scrittore e nello stesso tempo incredibilmente profetica.
l'angoscia che si avverte fortissima leggendo Kafka è un'angoscia "stratificata", generata dall'accumularsi di situazioni diverse che hanno un comune termine denominatore; in questo, almeno io, vedo Kafka più vicino a un Joyce o addirittura a un Beckett che non a Sartre.
spero di non aver scritto una cazzata...
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« La schiena si piega solo quando l'anima è già piegata »
(Arturo Toscanini)

molti si chiedono se il pop/rock possa essere una forma d'arte musicale o meno; ebbene, lo è sicuramente... ma solo quando risponde al requisito esposto da Don Van Vliet:
« Non voglio vendere la mia musica. Vorrei regalarla, perché da dove l'ho presa non bisogna pagare per averla »

#15 100000

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Inviato 23 novembre 2006 - 10:28

Da quel poco che ricordo da qualche striminzita pagina su un libro scolastico,  sarei propenso a provare a leggere "Il Processo".


ehm...io non sono colto come Notker, quindi non mi lancerò in discussioni simili...  :-X

semplicemente ti consiglio di leggerlo in quanto mi è parso uno dei suoi migliori esempi di quanto possa essere opprimente e devastante psicologicamente la vita umana... l'ineluttabilità delle cose, l'incapacità di reagire.
io soprattutto ho notato le descrizioni angoscianti dei luoghi, claustrofobici ed opprimenti e, dopo aver visto la casa in cui viveva, capisco anche da dove prendeva le sue idee Kafka...  :P
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#16 MissWisteria

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Inviato 23 novembre 2006 - 19:25

anni fa ho avuto la sventura di leggere Il Castello...
le ore peggio spese della mia vita...se qualcuno ha capito qualcosa me lo spieghi cortesemente!

cordialmente


E perchè le ore peggio spese? Solo perchè non ti è apparso lampante qualcosa?
Magari è un effetto voluto per offrirti lo spunto, a fronte di ore "spese malissimo", di spenderne delle altre a porti delle domande  :)
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People I see just remind me of mooing like a cow on the grass,and that’s not to say that there’s anything wrong with being a cow anyway, but people are people with the added advantage of the spoken word. We’re getting on fine but I feel more of a man when I get with the herd.

#17 MissWisteria

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Inviato 23 novembre 2006 - 19:29


io soprattutto ho notato le descrizioni angoscianti dei luoghi, claustrofobici ed opprimenti e, dopo aver visto la casa in cui viveva, capisco anche da dove prendeva le sue idee Kafka...  :P


in effetti suggestionata dalle ambientazioni del "Processo" avevo cominciato a pensare che avesse vissuto in un solaio  ;D
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#18 Guest_recensore_*

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Inviato 23 novembre 2006 - 20:36

innanzitutto, devo ammettere che Kafka è uno di quegli scrittori che (insieme a Dostoevskij, Pirandello, Zola) ha segnato la mia pubertà; segnato in maniera molto profonda, tale che ancora oggi ne (sop)porto alcune conseguenze, a livello psicologico, s'intende.
in particolare, ricordo l'angoscia, quasi fisica (lo stomaco chiuso, i brividi) che ho provato nel leggere Il Processo; sebbene avessi già letto alcuni racconti (La metamorfosi, Nella cololnia penale, ecc.) e le celebri Lettere al padre, la lettura di quel romanzo mi fece scoprire non tanto l'arte narratoria di Kafka ma il baratro senza fine che ogni parola celava e che, di tanto in tanto, lasciava intravvedere.
dopo averlo finito, dopo l'ultima "legnata" (l'esecuzione), mi ricordo che per un mese non ho voluto vedere nessuno, andare a scuola era un peso enorme e mi rintanavo nella mia camera, concedendomi solo un po' di musica.
insomma, rimasi sconvolto.

invece, dal mio personale e insignificante punto di vista, devo dire che non mi trovo molto d'accordo con l'articolo postato da Dada.
soprattutto per quanto riguarda con certi richiami alla "logica dell'assurso" o a un parallellismo con Sartre.
infatti, sono convinto che il mondo di Kafka, sebbene trasfigurato in qualcosa di orribile e intangibile, non sia molto diverso dal (suo) mondo reale.
in particolare, mi riferisco all'interazione che intercorre tra l'essere umano e le organizzazioni sociali di cui gli uomini si dotano per gestire la comunità (la giustizia, per es., nel caso de Il processo).
questa lontananza tra l'istituzione e il cittadino, vissuta in modo così lacerante e opprimente, quasi parossistico (come bene evidenzierà Orson Welles nel "suo" Processo), è tipica dell'epoca in cui è vissuto lo scrittore e nello stesso tempo incredibilmente profetica.
l'angoscia che si avverte fortissima leggendo Kafka è un'angoscia "stratificata", generata dall'accumularsi di situazioni diverse che hanno un comune termine denominatore; in questo, almeno io, vedo Kafka più vicino a un Joyce o addirittura a un Beckett che non a Sartre.
spero di non aver scritto una cazzata...



#19 Guest_recensore_*

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Inviato 23 novembre 2006 - 20:43

premesso che kafka non credo che possa essere letto prescindendo dalla sua biografia, ivi compresi i suoi rapporti e con la civiltà e con la burocrazia praghese, credo che i paralleli che siano stati fatti con la logica dell'assurdo, con sartre e con camus, persino con joyce, non siano che una quota parte di quelli umanamente possibili. forse è anche una questione di mode. un tempo era quasi d'obbligo la sua lettura accanto a quella di freud, oggi sembra quasi obsoleta. molta critica prescinde da tutti questi fattori e si sofferma quasi esclusivamente sull'aspetto esegetico, il che è secondo me, un autentico suicidio...

#20 100000

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Inviato 23 novembre 2006 - 20:51



io soprattutto ho notato le descrizioni angoscianti dei luoghi, claustrofobici ed opprimenti e, dopo aver visto la casa in cui viveva, capisco anche da dove prendeva le sue idee Kafka...  :P


in effetti suggestionata dalle ambientazioni del "Processo" avevo cominciato a pensare che avesse vissuto in un solaio  ;D


...e praticamente è così...  :-\
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