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[Monografia] Orson Welles


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#21 Tom

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Inviato 17 aprile 2009 - 12:28

- L'isola del tesoro (la sottovalutata versione del 1972, film da lui voluto e sceneggiato)


Qui l'avevo cannata davvero alla grande: mi ero confuso con la bella versione Disney del romanzo degli anni '50 con Robert Newton, in effetti la versione con Welles degli anni '70 è davvero bruttina, visibilmente realizzata con un budget da western spaghetti di serie Z. Si salva, prevedibilmente, solo l'interpretazione di Welles, che da al suo Long John Silver un notevole tocco di umanità e malinconia.
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#22 Tom

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Inviato 07 dicembre 2010 - 14:15

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1941 QUARTO POTERE di Orson Welles. Con Orson Welles, Everett Sloane, Paul Stewart, Joseph Cotten, Alan Ladd, Agnes Moorehead

"Il più grande film di tutti i tempi", come lo incoronano da decenni quasi tutte le classifiche dei critici, è un film misterioso come il suo protagonista. Welles gira un film di quasi due ore su un personaggio la cui personalità alla fine risulta indefinibile e inaccessibile, come d'altra già il celebre cartello che apre il film parla chiaro: "NO TRESPASSING".

Chi era Charles Foster Kane? Un mediocre reso grande dalla sua fortuna economica, o un sognatore la cui ricchezza era un paradossale fardello? Un bambino abbandonato o un eterno bambinone  viziato? Un arido o un sentimentale? Un traditore o un tradito dagli amici? Un reazionario o un socialista? Praticamente in ogni singola sequenza del film ci troviamo davanti ad un personaggio sempre diverso, contraddittorio e sfocato.

Rivedendo il film per l'ennesima volta mi sono reso conto di quanto questa scelta sia ancora oggi disturbante, visto che Welles infrange la regola numero uno di ogni racconto (rispettata anche da quasi tutto il cinema d'autore e sperimentale): la coerenza psicologica del personaggio. Peggio, non rispetta neanche la riconoscibilità fisica del personaggio, cambiando pettinatura, modo di vestire, trucco ed espressioni ad ogni cambio di età di Kane. Muta come tutti mutano nella vita, ma come nei film non succede mai.   

Allo stesso modo anche il film è un oggetto indecifrabile, o decifrabile in decine di modi diversi. E' un film biografico, politico e colossale, ma anche intimista ed esistenzialista. Senza soluzione di continuità si alternano commedia, dramma, satira, melodramma, finto documentario, musical, noir, ambienti fantastici, atmosfere surreali. Il ventiquattrenne Welles (e a scriverlo non ci credo quasi che un film così sia stato girato e soprattutto interpretato da poco più che un ragazzo!) fa a pezzi tutte le buone maniere del cinema hollywoodiano, girando un capolavoro visionario che ancora oggi romperebbe parecchi tabù stilistici e tecnici.

Su una cosa sola si può essere certi, e la dice lo stesso Kane all'inizio del film, Charles Foster Kane e Quarto potere sono assolutamente americani. C'è dentro tutta la cultura USA nella storia di questo Re dell'era moderna, un campionario inesauribile di immagini, simboli, caratteri, ossessioni, dialoghi e tematiche assolutamente americani. Solo una cosa manca, ma è un'assenza enorme, probabile causa del sospetto e quasi rancore che in fondo l'America prova ancora oggi nei confronti di Welles: manca il Sogno Americano. Welles lo nega fin dalle fondamenta. Kane non è affatto l'uomo che si è fatto da solo, la sua ricchezza è un frutto grottesco del caso, tutto quello che farà nella vita sarà tentare di sperperala. E forse il suo più grande fallimento sarà quello di non riuscirci. Tutti i personaggi del film, nessuno escluso, sono destinati all'infelicità e alla solitudine. L'uomo per Welles è destinato sempre e comunque alla sconfitta, "l'uomo americano" non meno degli altri.

Il finale nell'immenso e sinistro magazzino con tutte le assurdità accumulate da Kane nella sua esistenza è un monumento alla mancanza di senso dell'esistenza. L'ultima inquadratura sul pennacchio di fumo del forno, che sta letteralmente bruciando i simboli ormai privi di senso dei ricordi della vita un uomo, è una delle chiusure più nere e inquietanti della storia del cinema.
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#23 Tom

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Inviato 07 dicembre 2010 - 14:21

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1955 RAPPORTO CONFIDENZIALE (Mr. Arkadin) di Orson Welles, con Orson Welles, Robert Arden, Paola Mori, Michael Redgrave, Akim Tamiroff, Mischa Auer, Patricia Medina, Katina Paxinou

Potrebbe anche essere letto come una specie di versione criminale e grottesca di "Alice nel paese delle meraviglie", con al posto di Alice un fesso di americano, che si ritrova sballottato e frastornato in un mondo popolato da un'umanità per lui surreale e incomprensibile. E il paese delle meraviglie è l'Europa, un Vecchio Continente affascinate quanto ipocrita e pericoloso, ricolmo di Storia e di storie. Nelle prime scene del film il protagonista osserva per un istante un quadro di Hitler capovolto in una soffitta berlinese: è tutta l'Europa che come Arkadin si finge smemorata. Un ricco assassino che finge di non ricordarsi del suo turpe passato sta alla cultura europea almeno quanto dei ricchissimi e viziati bamboccioni, quali il Kane di "Quarto potere" e il George de "L'orgoglio degli Amberson", stanno a quella americana. Arkadin è una specie di simbolo vivente del vecchio continente: si finge turco, forse è di origine russa, ha fatto fortuna come criminale in Polonia, tratta i suoi affari in Germania, ha trovato casa - anzi castello - in Spagna, è riverito (e libero di uccidere) in Francia e Italia, è il futuro suocero di un inglese ed estende i suoi tentacoli fino alle coste africane e il Messico. Anche per questo è il più gigantesco dei personaggi Welles, anche fisicamente: è ritratto come una specie Orco e Dio Greco, sovrasta con la sua imponenza tutti gli altri personaggi e riempie ogni inquadratura in cui appare. Assolutamente geniale il finale, dove un personaggio di tale presenza fisica scompare letteralmente dalla scena nel più inquietante e irreale dei suicidi, come se non fosse mai esistito.

Leggendari i "brindisi georgiani" di Arkadin, dove prima di brindare una persona deve raccontare una storiella. Delle due che Welles racconta nel film è celeberrima (e poi citata fino alla nausea in decine di film, telefilm, romanzi e fumetti - persino in una canzone degli 883) quella della rana e dello scorpione:

E ora vi racconterò la storia dello scorpione. Uno scorpione voleva attraversare un fiume, e chiese a una rana di portarlo. "No", disse la rana. "No grazie: se ti lasciassi salire sulla schiena potresti pungermi, e la puntura dello scorpione è la morte." "Ma insomma, ascolta", disse lo scorpione, "dov'è la logica in questo?" Perché gli scorpioni cercano sempre di essere logici. "Se ti pungessi, tu moriresti, e io affogherei." La rana si convinse, e si lasciò salire lo scorpione sulla schiena. Ma proprio nel bel mezzo del fiume sentì un dolore terribile e capì subito che lo scorpione l'aveva punta. "E la logica?", gridò la rana morente mentre affondava, trascinando con sé lo scorpione. "Non c'è logica in questo." "Lo so", disse lo scorpione, "ma non posso farci nulla: è il mio carattere." Beviamo al carattere!

L'altra storiella invece non se la ricorda nessuno, ma è bellissima:

Ho fatto un sogno. Mi trovavo in un cimitero dove le tombe erano segnate in maniera curiosa: 1922-1927, 1823-1830, sempre una piccola differenza fra la nascita e la morte. Nel cimitero c'era un uomo molto vecchio, e gli domandai come mai avesse vissuto tanto, mentre tutti gli altri erano morti così giovani. "Non è così", mi disse. "Non è che moriamo presto, è che nelle nostre tombe noi non scriviamo gli anni di vita di un uomo, bensì il numero di anni che ha conservato un amico". Beviamo all'amicizia!

Welles sosteneva che il film era frutto di un compromesso da lui mal digerito con i produttori. Nelle sue intenzione il montaggio doveva essere molto più folle, con la sequenza cronologica delle scene talmente sconnessa da rasentare l'incomprensibilità della trama. Ad esempio, invece che iniziare con l'aereo vuoto di Arkadin, la prima scena del film doveva essere quella del corpo nudo dell'amichetta del protagonista sulla spiaggia, inquadratura che si vede a metà film. Per una volta però i produttori non hanno forse troppe colpe. Probabile che, lasciato libero di fare, il tormentato Welles di quel periodo avrebbe montato e rimontato all'infinito il film senza mai esserne soddisfatto, proprio come sarebbe accaduto con l'immediatamente successivo "Don Chisciotte", uno dei grandi incompiuti di Welles, nonostante i 30 di tempo che il regista si prese per montarlo.
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#24 Tom

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Inviato 08 dicembre 2010 - 09:49

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1962 IL PROCESSO (Le procès) di Orson Welles. Con Anthony Perkins, Elsa Martinelli, Jeanne Moreau, Orson Welles,

Misterioso, visionario, onirico, criptico, ammaliante. Un film dalle atmosfere arcane e antiche, che pure si porta dietro inquietudini da film di fantascienza. Le sue architetture opprimenti, le sue vastissime e spettrali piazze, i suoi immensi stanzoni e i suoi corridoi infiniti e claustrofobici, le comparse immobili e sinistre influenzeranno tutto il cinema degli anni anni 60, nonostante il film non fu per nulla un successo commerciale. Come tutti i film di Welles d'altra parte. E' l'unico dei film girati dal regista dopo la sua cacciata da Hollywood a poter contare su un budget normale, l'unico interamente girato senza compromessi. Viene il magone al pensiero di cosa altro avrebbe potuto girare se avesse avuto ogni volta a disposizione budget almeno dignitosi.   
"Il processo" di Welles sta a "Il processo" di Kafka, quanto "Shining" di Kubrick sta a "Shining" di King: la storia è più o meno quella, le atmosfere e gli ambienti dei film sembrano usciti direttamente dalle pagine dei libri, ma i personaggi e il tono sono completamente diversi. Lo Joseph K. interpretato da Anthony Perkins non ha nulla di kafkiano, si agita, si ribella, controbatte. E' fondamentalmente uno sciocco, ma è un giovane insoddisfatto e pieno di dubbi appartenente agli anni 60, non il grigio e "colpevole" impiegato piccolo borghese di Kafka. Inoltre il film è percorso da una vena satirica e ironica molto più marcata che nel romanzo, tanto che provocatoriamente Welles sosteneva di aver girato una commedia.

Tra le tante cose memorabili: il prologo animato e la bellezza inquieta e inquietante di Romy Schneider.
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#25 Tom

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Inviato 08 dicembre 2010 - 10:14

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1958 L'INFERNALE QUINLAN (Touch of Evil) di Orson Welles. Con Janet Leigh, Charlton Heston, Marlene Dietrich, Orson Welles, Joseph Calleia. continua» Titolo originale .

Capolavoro assoluto del cinema noir di tutti i tempi. Un'ora e quaranta di pura tensione, atmosfere di frontiera ossessive e inquietanti, personaggi indefinibili dalle tante, troppe facce. Welles bestemmia in chiesa ribaltando umo dei più consolidati stereotipi culturali americani mostrando la classica cittadina di frontiera divisa tra Messico e Stati Uniti dove però il marciume e la corruzione si equivalgono da tutte e due le parti, senza distinzioni, e come se non bastasse dove è un poliziotto messicano a far luce sulla corruzione dei colleghi americani. Inoltre mette in scena tutto quello che nella Hollywood del tempo era proibito: continui riferimenti alla droga, lunghe sequenze morbose (una sensualissima Janet Leight assediata e forse violentata da un branco di drogati in un motel) e un omicidio che in quanto a violenza e sadismo anticipa e quasi supera la celebre scena della doccia di Psyco (Quinlan che strangola un viscido mafioso). Il che spiega perché è l'ultimo dei film che Welles poté girare in America.

"Era un ottimo investigatore..."
"Ma un pessimo poliziotto"
Tutta l'ambiguità del film è riassunta nelle ultime battute del film. Il gigantesco, inquietante Quinlan interpretato da Welles, non ha nulla di "infernale" come vorrebbe il cretinissimo e fuorviante titolo italiano. E' a suo modo uno sbirro efficiente, ma marcio fino al midollo da quando ha trovato sua moglie uccisa ed è stato toccato da un Male che lo ha contaminato ("Touch Of Evil"). Welles rende titanico un personaggio che pure esprime un'ideologia fascista da lui detestata, mentre mette in bocca il suo punto di vista morale e politico all'onesto, ma in fondo ottuso, poliziotto messicano interpretato da Heston: "Il nostro lavoro deve essere duro. La polizia ha vita facile solo negli stati di polizia!" dice a Quinlan.

E' l'unico dei film di Welles mutilati dai produttori (quasi tutti) di cui grazie al cielo circola una versione restaurata vicina al volere del regista. Un' opera ancora una volta impressionante per modernità e potenza visionaria. Anticipa l'amarezza e la complessità dei noir degli anni 70 e come stile lascia ancor oggi a bocca aperta. Dei tanti virtuosismi che costellano il film, è rimasto celebre il lunghissimo piano sequenza iniziale senza stacchi che segue una macchina che sta per esplodere, ma il film è da capogiro dall'inizio ala fine, con sequenze che appaiono ancor oggi vertiginose.
Fotografia in un bianconero da urlo e grandiosa colonna sonora jazz di Henry Mancini
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#26 Tom

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Inviato 08 dicembre 2010 - 11:13

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1967 STORIA IMMORTALE di Orson Welles. Con Orson Welles, Jeanne Moreau, Roger Coggio, Norman Eshley

A Macao il vecchio mercante Clay decide di dar corpo a una antica leggenda cara ai marinai, quella di un marinaio affittato da un ricco signore per venti ghinee per passare una notte con la sua giovane moglie e dargli un erede.

Quattro attori recitanti (ma 4 contati, eh), cinque o sei comparse, fatiscenti casolari spagnoli spacciati per un'esotica Macao, formato e tempi televisivi (un'ora di durata): il cinema di Orson Welles praticamente finisce in queste condizioni. Nei vent'anni di vita e carriera che gli resteranno, nonostante gli sbattimenti e le marchette spesso umilianti, non riuscirà più a portare a compimento un film di finzione. Una sconfitta per il cinema, prima ancora che per l'autore. Eppure, ancora e per l'ennesima volta, Welles fa di necessità virtù e porta a casa un capolavoro. Un piccolo immenso film, che "ha l'incanto di una favola romantica raccontata a bassa voce in una sera d'inverno" (Morandini), dalle atmosfere rarefatte e sospese. Il suo primo film a colori, usati in maniera espressionista e geniale quanto i suoi memorabili bianconero.

"Storia immortale" mette in scena ancora una volta un Re ricchissimo e potente (il mercante Clay, molto simile allo Scrooge di Dickens), ma irrimediabilmente solo e incapace di capire la vita, ultima incarnazione del Charles Foster Kane di "Quarto potere". Più che nelle altre occasioni, nonostante la sua aridità umana, arroganza e persino malvagità, la figura di Clay suscita però solo umana pietà. E' lui il più perdente di tutti i perdenti della storia. Non ha la dignità della figlia del suo ex-socio e del giovane marinaio, ridotti l'una a fare la prostituta l'altro a fare l'accattone. Pur se meschino e vendicativo anche il suo maggiordomo vive meglio di lui, perché almeno conscio della miserabilità della sua condizione. Quando alla fine Clay si accorge di aver sprecato la sua vita, di non aver mai realmente vissuto, muore silenziosamente e fuori campo, come spesso i personaggi di Welles. Invece che la boccia di neve di Kane gli sfugge di mano un'enigmatica conchiglia.

Tratto da un racconto di Karen Blixen, uno degli autori più adorati da Welles. Tanto che un giorno volle andare a farle visita nella fattoria in cui viveva, ma giunto a poche centinaia di metri della casa della scrittrice, vinse la timidezza e tornò indietro. Alla faccia del luogo comune di Welles uomo e artista "arrogante".
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#27 Tom

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Inviato 08 dicembre 2010 - 16:53

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1948 MACBETH di Orson Welles, con Orson Welles, Dan O'Herlihy, Roddy McDowall, Jeanette Nolan, Alan Napier

Il più cupo e sinistro dei film di Welles. Girato come un horror e strutturato come un noir, con il destino dei personaggi già raccontato nell'impressionante prologo (con tanto di immagini psichedeliche nel 1948!). A teatro, negli anni 30, un Welles ventenne aveva già realizzato una leggendaria versione di Macbeth, scandalosamente interpretata solo da attori neri e intrisa di simbologia voodoo. Di quella esperienza nel film restano l'ossessione superstiziosa, l'atmosfera iettatoria il clima di terrore in cui sembrano immersi i personaggi fin dalle prime immagini. Non poteva essere diversamente, ci sono tutto il fatalismo e il pessimismo del teatro di Shakespeare e del cinema di Welles in dialoghi come:

"La vita non è altro che un'ombra che cammina; un mediocre attore che si pavoneggia e si dimena sul palcoscenico per il tempo della sua parte e poi non si ode più nulla. Una favola narrata da un idiota, piena di strepito e furia e senza significato alcuno."

Il budget "non è neanche quello di un piccolo western" (Truffaut), ma la potenza visionaria di Welles rende maestose tre scenografie di cartapesta e imponenti eserciti formati da poche decine di comparse. Gli interminabili e straordinari piani sequenza che costellano il film non sono mai vuoti esercizi di stile, ma si addentrano, dilatano e approfondiscono il senso delle singole scene del dramma. Meraviglioso, ad esempio, quello di Lady MacBeth che vaneggia scendendo una scala, con gli attori inizialmente ripresi da lontano che man mano si avvicinano alla cinepresa fino ad ingombrare l'inquadratura, come la follia e la paura ingombrano sempre di più la mente della donna.
Il cinema di Welles non è mai teatro filmato, ma è un caleidoscopico visivo e culturale. Un cinema che si nutre anche del teatro, come di tutti mezzi d'espressione umana.
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#28 Tom

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Inviato 08 dicembre 2010 - 17:02

othello_16.jpg

1952 OTELLO (The Tragedy of Othello: The Moor of Venice)  di Orson Welles. Con Fay Compton, Orson Welles, Suzanne Cloutier, Michael McLiammoir, Robert Cook.

Grazie al cielo Welles non ripropone il luogo comune della "tragedia della gelosia", come autore ha ben altro da dire che soffermarsi su un sentimento tanto mediocre. Il suo Otello è semmai la tragedia del bene e della felicità contaminati da un Male oscuro e incomprensibile. Il protagonista non è Otello, ma lo Jago inquietante e imperscrutabile interpretato dal luciferino Micheál MacLiammóir. All'inizio, in un primo piano da brividi, Jago aveva rivelato al suo complice "Non sono quello che sembro." e alla fine quando Otello morente gli chiede il motivo delle sue azioni si limita a dire sorridendo "Non chiedermi nulla. Sai quel che sai." Il film inizia con il funerale di Otello e Desdemona. Rinchiuso in una gabbia appesa alle mura uno Jago condannato al supplizio osserva impassibile il risultato del suo operato. L'amore e il bene sono qualcosa di mortale, il male rappresentato da Jago qualcosa di permanente e inestinguibile.       

Il film è un caleidoscopio, un arabesco, un allucinato racconto esotico. Il lunghi piani sequenza del Macbeth lasciano posto ad uno dei montaggi più forsennati della storia del cinema, di una modernità ancor oggi spaventosa. Scene come l'attentato a Cassio nei bagni turchi fanno impallidire gli schizzati telefilm moderni. Lo spettatore è stordito dal ritmo delle sequenze e dal continuo movimento delle immagini, come Otello è stordito dalle trame di Jago. Welles faceva di necessità virtù, la travagliatissima lavorazione del film è leggendaria, ma è paradossalmente uno dei suoi film più compatti.

Ovviamente nella versione italiana dell'epoca furono tagliuzzati tutti i riferimenti al fatto che una nobile e bianchissima italiana andasse a letto con un dotatissimo negrone. Censure da Alabama del Ku Kux Klan... ma l'Italia "non è mai stato un paese razzista".
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#29 Tom

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Inviato 08 dicembre 2010 - 17:09

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1966 FALSTAFF (CAMPANADAS DE MEDIANOCHE) di Orson Welles. Con Jeanne Moreau, John Gielgud, Marina Vlady, Margaret Rutherford, Walter Chiari

Capolavoro assoluto (l'ennesimo). Uno dei film più vitali e struggenti che abbia mai visto. Il più sentito e autobiografico delle opere di Orson Welles. Che al suo solito parla di come il tempo, lo scorrere della vita e infine la morte annientano le ambizioni, i sogni e i desideri di chiunque.

Tutti i personaggi di Welles sono dei perdenti, e anche Falstaff lo è, ma in modo completamente diverso da tutti gli altri. Se i tipici personaggi wellesiani falliscono nel vano tentativo di plasmare la realtà a loro misura, Falstaff è l'unico che non desidera altro di essere quello che è. Un ubriacone, un vigliacco, un ladro, un buffone, un mentitore, un sporcaccione impotente, però felice di essere vivo, di poter ubriacarsi ogni sera con il suo adorato vino di Spagna e di dormire tra le braccia di qualche amorevole puttana. L'unico suo desiderio sarebbe che la vita non avesse mai fine. Ma quando alla fine, davanti al giovane amico che diventato Re lo sta ripudiando, capisce che anche per lui è arrivato il momento di morire, riesce comunque a sorridere e ad andarsene solo e deriso, ma con una dignità e una serenità sconosciuta a tutti i Re e a tutti gli altri assassini che hanno fatto la Storia. E' anche il film più politico di Welles, quello più profondamente anarchico e pessimista, incredibilmente prodotto e girato nella Spagna franchista.

Enorme lezione di regia. Con i soldi del cestino della colazione di un Peter Jackson, Welles mette in scena una battaglia medievale da far impallidire gli interminabili e rintronanti combattimenti del cinema "epico" degli ultimi vent'anni. Un impressionante massacro di dieci minuti degno di stare vicino a quelle de Il mucchio selvaggio di Peckinpah in quanto a virtuosismo di montaggio. Ma tutto il film è magistrale dalla prima all'ultima scena, con attori come sempre in stato di grazia quando diretti da Welles. Nota speciale per Walter Chiari, nella particina esilarante di Silence, un assurdo banditore balbuziente: che grandissimo attore era, peccato sia stato usato poco e male dal nostro cinema. Non esiste nessuna opera di Shakespeare intitolata Falstaff (o "Le campane di mezzanotte", che sono quelle che sentono i perditempo nottambuli), ma è un personaggio trasversale che compare in ben tre sue opere.
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#30 Tom

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Inviato 09 dicembre 2010 - 09:34

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1949 IL TERZO UOMO (The Third Man) di Carol Reed. Con Orson Welles, Joseph Cotten, Alida Valli, Trevor Howard, Bernard Lee

Tra i tanti paradossi della carriera di Welles, Il terzo uomo è il paradosso più grande, il film che lo rese famosissimo in Europa e per cui fu identificato per anni. Anche se lo sembrava non era un film suo. Anche se come attore vi compariva neanche per dieci minuti era la star del film. Anche se Welles diceva di detestare lo spregevole "terzo uomo" Harry Lime (troppo malefico e senza scrupoli, per lui che preferiva personaggi più sfaccettati), fu l'unico personaggio delle decine e decine da lui interpretati per cui recitò con la sua vera faccia, senza modificarsi i lineamenti come usava sempre fare. In seguito poi interpretò il personaggio in una fortunata serie radiofonica, "Le avventure di Harry Lime". Non solo, il celebre motivetto per cetra di Anton Karas del film gli resterà attaccato e lo identificherà almeno quanto "La marcia funebre delle marionette" segnerà l'immagine di Hitchcock.

Questo fulgido thriller, scritto da Graham Green e diretto Carol Reed, funziona da dio dall'inizio alla fine, ma è indiscutibile che senza le tre scene in cui compare Welles sarebbe stato tutto un altro film, più normale e ordinario. Nella prima Welles appare muto per pochi secondi, ed è la più celebre e folgorante delle sue apparizioni "ritardate" (dopo quasi un'ora e venti di film) e spiccica due parole nella terza, la fenomenale sequenza finale della fuga nelle fogne. Parla praticamente solo nella seconda scena, interamente scritta da lui, in cui recita la famosissima battuta su italiani e svizzeri:

"In Italia, sotto i Borgia, per trent&'anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos'hanno prodotto? Gli orologi a cucù." (Tra l'altro l'orologio a cucù è un'invenzione tedesca.)

Bellissimo però anche tutto il dialogo con Joseph Cotten sulla ruota panoramica, con Welles/Lime che con impagabile cinismo discute dell'umanità come puntini da schiacciare e  passa come niente fosse da intenti omicidi a discorsi tra vecchi amici.

L'influenza di Welles regista nel film equivale a quella del suo personaggio nella storia: la sua presenza aleggia in ogni scena nonostante compaia pochissimo. Buon regista classico, l'inglese Reed  non aveva certo da farsi insegnare il mestiere da Welles, ma l'influenza e la lezione dello stile del collega americano è assolutamente palese. In un certo senso Welles integrerà la pellicola nella sua filmografia girando qualche anno più tardi Rapporto confidenziale, sorta di incrocio tra Il terzo uomo e Quarto potere.
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#31 Reynard

Reynard

    We're not in Kansas anymore

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Inviato 09 dicembre 2010 - 09:43

C'e' una scena del Terzo Uomo che mi ha sempre inquietato a bestia: quando il protagonista viene braccato per le vie di Vienna da una folla con in testa un bambino che lo accusa di non-mi-ricordo-che. Uno dei bambini piu' inquietanti mai visti sullo schermo. Roba da incubo.
Mi e' sempre sembrata "un po' troppo" per un regista come Reed, ma fatico anche a immaginarmela come idea di Welles (sbaglio o non ci sono quasi mai bambini nei suoi film? Comunque, il lato oscuro dell'infanzia non mi pare uno dei suoi temi). Mi ha ricordato parecchio "Freaks".

Nei brainstorming in fase di ideazione di questo film devono essere uscite di quelle follie da manicomio asd
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La firma perfetta dev'essere interessante, divertente, caustica, profonda, personale, di un personaggio famoso, di un personaggio che significa qualcosa per noi, riconoscibile, non scontata, condivisibile, politicamente corretta, controcorrente, ironica, mostrare fragilità, mostrare durezza, di Woody Allen, di chiunque tranne Woody Allen, corposa, agile, ambiziosa, esperienzata, fluente in inglese tedesco e spagnolo, dotata di attitudini imprenditoriali, orientata alla crescita professionale, militassolta, automunita, astenersi perditempo.

#32 selva

selva

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Inviato 09 dicembre 2010 - 10:25

sbaglio o non ci sono quasi mai bambini nei suoi film?


quarto potere, Charles F. Kane bambino con rosebud sullo sfondo. Mi servì quella scena per capire la profondità di campo. 
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#33 piersa

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    Megalo-Man

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  • Location14-16 Fabrizi Nicola e Aldo

Inviato 09 dicembre 2010 - 11:01


sbaglio o non ci sono quasi mai bambini nei suoi film?


quarto potere, Charles F. Kane bambino con rosebud sullo sfondo. Mi servì quella scena per capire la profondità di campo. 

e in mezzo una bottiglietta di medicinale; il centro come sempre non è mai allegro
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#34 Auguste

Auguste

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Inviato 12 dicembre 2010 - 10:36

Non ho visto l'intera filmografia di Welles(tra le gravi mancanze cito "L'orgoglio degli Amberson" e "Falstaff"), ma quel che ho visto basta a farmi dire che non solo è tra i più grandi registi di sempre, ma anche che rientra a pieni voti tra i miei registi preferiti, anche se si tratta di una scelta tutto sommato anche abbastanza scontata.
"Citizen Kane" è indubbiamente il suo capolavoro e visto che sono state spese migliaia di pagine sull'analisi di questo film(forse ingiustamente definito il più grande film della storia del cinema)sarebbe inutile aggiungere qualcosa.
Il suo "Othello" è indubbiamente un capolavoro, una delle migliori trasposizioni di Shakespeare mai viste in un lungometraggio(a mio avviso seconda soltanto a "Ran" di Kurosawa), di una forza incredibile.
"Il Processo" è un altro ottimo film di Welles.
"L'infernale Quinlan" è forse, dopo CK, il capolavoro di Welles, ma a livello puramente personale ho preferito(forse perfino su CK, che resta cmq di gran lunga superiore)"Storia Immortale", a mio avviso un vero capolavoro, ingiustamente sottovalutato. Una favola bellissima che si pone come sintesi perfetta dei motivi e delle tematiche del grande regista.
Un po' meno mi hanno convinto "Rapporto confidenziale" e - il comunque ottimo - "La signora di Shangai". Da riscoprire, invece, "F for Fake", forse un po' troppo ingarbugliato, ma ottima conclusione dell'itinerario artistico di Welles. Non perché sia l'ultimo suo film, ma perché porta alle estreme conseguenze la sua riflessione sull'arte e sul rapporto tra verso e falso(per cui si sarebbe guadagnato presso Deleuze la fama d'essere il più nietzscheano dei registi).
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#35 satyajit

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Inviato 12 dicembre 2010 - 13:13


Il suo "Othello" è indubbiamente un capolavoro, una delle migliori trasposizioni di Shakespeare mai viste in un lungometraggio(a mio avviso seconda soltanto a "Ran" di Kurosawa), di una forza incredibile.


Be', per le strasposizioni da Shakespeare Welles e Kurosawa anche per me sono di un altro livello rispetto a tutti gli altri. Perfettamente d'accordo sulle prime due posizioni dell'ipotetica classifica (Ran e Otello), anche se Il trono di sangue regge il confronto, pur essendo meno celebre degli altri due.
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#36 strangelove

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Inviato 12 dicembre 2010 - 13:28

Beh, io ci metterei assolutamente allo stesso livello anche l' "Amleto" di Grigorij Kozincev, con una incredibile interpretazione di Innokentij Smoktunovskij  :-*
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#37 satyajit

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Inviato 12 dicembre 2010 - 14:16

E allora io ci aggiungo l'Amleto di Olivier, ovvìa.

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#38 Auguste

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Inviato 12 dicembre 2010 - 14:18

"La sfida del samurai" di Kurosawa mi manca, così come il "Macbeth" di Polanski.
Anche se ero riluttante a metterlo in lista(trattandosi di un cortometraggio)segnalo il magnifico "Che cosa sono le nuvole?", episodio di "Capricci all'italiana" diretto da P.P.P., capolavoro assoluto, forse il mio cortometraggio preferito.
Il corto in questione è in effetti una sorta di ribaltamento, un'interpretazione personale dell'Otello. Splendido!
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#39 satyajit

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Inviato 12 dicembre 2010 - 14:21

"La sfida del samurai" di Kurosawa mi manca, così come il "Macbeth" di Polanski.
Anche se ero riluttante a metterlo in lista(trattandosi di un cortometraggio)segnalo il magnifico "Che cosa sono le nuvole?", episodio di "Capricci all'italiana" diretto da P.P.P., capolavoro assoluto, forse il mio cortometraggio preferito.
Il corto in questione è in effetti una sorta di ribaltamento, un'interpretazione personale dell'Otello. Splendido!


Caaaacchio, è vero! Che poi mi sa che è rimasta l'unica volta in cui PPP si è cimentato col Bardo.
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#40 Auguste

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Inviato 12 dicembre 2010 - 14:41

Tra l'altro per una grave lacuna(l'ennesima...)mi manca ancora l'Amleto di L.Olivier! Insomma, ammetto che il mio è stato un giudizio frettoloso, anche se francamente "Ran" lo reputo uno dei pochissimi casi in cui il cinema ha espresso pienamente le sue potenzialità, stranamente finendo per risultare quasi "teatrale"(non nell'accezione negativa del termine), cioè riproducendo una sorta di epicità impossibile da avere al cinema, se non in rarissime occasioni. Anche l'Otello di Welles si avvicinava.
Nel caso di Pasolini non saprei, mi sembra qualcosa di molto differente. Quella è pura poesia(tra l'altro con rimandi filosofici secondo me neanche molto semplici, come la citazione iniziale di Velazquez, con l'inserimento di "Las Meninas", già oggetto della parte iniziale di un saggio di Foucault).
Credo che Pasolini si sia letteralmente appropriato della tragedia Shakespeariana per fare un discorso molto differente, per riprodurre la tragedia del quotidiano, il dramma della rappresentazione.
Tutto questo per dire che secondo me il corto di Pasolini non è proprio accostabile al 100% ad una trasposizione cinematografica di Shakespeare, benché anche lo stesso Kurosawa abbia stravolto molto il Re Lear per creare un dramma universale.
In tutti e tre i casi si parla di cinema con la C maiuscola, ma non posso nascondere la mia personale preferenza per il cortometraggio di Pasolni.
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