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Un Tennessee Williams Al Giorno


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31 replies to this topic

#1 Tom

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Inviato 18 luglio 2022 - 10:02

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Ieri sera ci siamo rivisti dopo secoli "La gatta sul tetto che scotta", e meditavo come il buon Tennessee puo' essere considerato il poeta dell'afa e del sudaticcio. E allora, via, in questa estate sudista e sudata, vien a d'uopo una rassegna dei film tratti dai suoi drammi morbosi. Per illudersi che si possa essere fighi come Paul Newman anche con le ascelle pezzate.

Vediamo se va, finche' mi va.

 

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1958 Cat on a hot tin roof (La gatta sul tetto che scotta) di Richards Brooks

Ne ho beccati parecchi di giuovanotti impertinenti che, sentendosi tanto woke, se la ridacchiano su questo film per via dell'autocensura che lo permea, ma non abbastanza svegli per realizzare che per essere un film del 1958, non solo americano, era incredibilmente trasparente nelle sue allusioni su un'attrazione omosessuale tra Newman e il suo amico morto (il non detto del film e' un non detto interno alla storia, implicito anche tra i personaggi) e su come parlava senza quasi piu' nessuna remora di rapporti sessuali e impotenza, forzando oltre il limite l'ancora vigente codice Hays; la scena finale col cuscino buttato sul letto lo rispetta e allo stesso tempo lo prende per il culo. Il tutto in un film per l'epoca commerciale e per grandi platee, che 65 anni fa il cinema commerciale erano i film tratti da Tennessee Williams, invece oggi sono i cinecomic... ma loro erano gli spettatori ingenui, mentre siamo noi quelli scafati che hanno capito tutto.

 

Film che trasuda calore. Tanto quello climatico, anche se gli uomini sono tutti in giacca e cravatta (ma come cazzo facevano?), che quello interno ai corpi. La "gatta in calore" Taylor e' una caldaia del sesso, Newman un forno di ambiguita', schifo e whisky, Burt Ives giganteggia wellesianamente ribollendo di morte, gli altri personaggi sono un sudaticcio e patetico carosello di mediocrita' e infelicita'. Quasi impensabile oggi la ferocia verso il personaggio della mogliettina sforna figli e verso i bambini stessi, fastidiosi elementi d'ambiente portatori solo di disturbo a cui il film non concede MAI una sola inquadratura intenerita. La messa in scena di Brooks, l'uso degli spazi e la fotografia sono di dimenticata e commovente eleganza "jazz". Alla fine ti lascia un appagante senso di amarezza e decadenza che ti brucia nello stomaco, come dei bicchierini di troppo che non ti fanno scattare "il clic" (tormentone del film), anche se e' uno dei pochi drammi di Williams con un finale relativamente positivo.


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#2 Kerzhakov91

    Born too late

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Inviato 18 luglio 2022 - 10:52

Grande idea per questo topic fratello del Gotico Sudista, e solo applausi per la riflessione sul pubblico woke, che ovviamente condivido appieno. Sono convinto che temi come l'omosessualità più o meno latente e l'impotenza venissero spesso e volentieri trattati nella Hollywood degli anni 50 con un'intelligenza e un tatto che la maggior parte dei film di oggi si sognano. I primi esempi che mi vengono in mente, in tal senso, sono i due protagonisti dell'hitchockiano "Nodo alla gola", Sal Mineo in "Gioventù bruciata", Mercedes McCambridge in "Johnny Guitar", Anthony Quinn in "Ultima notte a Warlock" (solo per citare uno dei tanti western palesemente gay), per non parlare poi dello stesso "Improvvisamente la notte scorsa", per rimanere in ambito Tennessee Williams.


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OR

 

 


#3 Tom

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Inviato 18 luglio 2022 - 11:23

Io tipo questo non me lo ricordavo tanto esplicito. Piu' limipido di cosi' che Newman fosse innamorato dell'amico non so come potessero metterla giu', anzi rischiano di essere persino troppo didascalici. Il girare intorno alla questione nei dialoghi senza dirlo esplicitamente (ma quasi ci arrivano a farlo in due occasioni, rivelazione interrotta ogni volta dalla sintomatica furia del personaggio di Newman) e' coerente all'ipocrisia della societa' dell'epoca. Oltre che, certo, funzionale ad accontentare la censura, che comunque bollo' il film come "X".   

 

L'unico autocensura invecchiata male riguarda [SPOILER] la rivelazione di lei: anche senza aver letto il testo originale, chiaro che lei con l'amico c'e' andata a letto e anche di sua iniziativa, provocando la rottura del rapporto col marito e il conseguente suicidio. Nel film e' lui che ci prova e lei si tira indietro, anche se dopo aver inizialmente ceduto, che credo fosse il massimo che la morale dell'epoca potesse accettare. 


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#4 Gozer

    Grande eletto non anglofonista Kadosch

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Inviato 18 luglio 2022 - 18:40

Sono convinto che temi come l'omosessualità più o meno latente e l'impotenza venissero spesso e volentieri trattati nella Hollywood degli anni 50 con un'intelligenza e un tatto che la maggior parte dei film di oggi si sognano.

 

Questa è una scemenza, suvvia. Fra quelli che citi ci sono grandi film, ma il tema è sempre e solo tenuto sotto traccia e scusaci tanto se riteniamo di dover essere rappresentati anche in maniera esplicita. 

Il che non significa che ogni film debba avere le quote come dice ora la Academy, quelle sono fesserie, ma da qui a dire che era meglio quando l'omosessualità era innominabile e quindi la si doveva sottintendere anche no grazie.

 

(Bello anche aver accoppiato omosessualità e impotenza nella tua frase. Lo so che non intendevi, ma non è uscita benissimo diciamo ashd ).


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#5 Dottor Brewster

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Inviato 18 luglio 2022 - 19:34

Non lo rivedo da anni ma il film di Brooks sinceramente non me lo ricordo così esplicito, anzi mi sembra ci siano un paio di momenti in cui ti viene da dire "e parlate chiaro cazzo" e altri in cui le omissioni depotenziano parecchio il climax drammatico, fermo restando il valore generale dell'opera molto elevato.
Tennese Williams lo odió proprio per lo scarso coraggio nel trattare il tema dell'omosessualitá e per il relativo lieto fine, ma anche Paul Newman (autore di una performance comunque di grande spessore) rimase molto deluso dei rimaneggiamenti del testo che trovava ridicoli e bigotti oltre che molto limitanti per la sua interpretazione.
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#6 Tom

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Inviato 18 luglio 2022 - 20:36

No beh, a parole chiaramente fanno i salti mortali per far rientrare la crisi del protagonista in ambiti "accettabili", scadendo volentieri nel ridicolo. Ma e' un ridicolo a suo modo credibile: nel senso che trovo realistico che all'epoca anche di fronte all'evidenza si tergiversasse e si negasse fino al grottesco. L'ipocrisia (piu' o meno volontaria) del film rispecchia l'ipocrisia dei tempi.

 

Questo pero' per quanto riguarda i dialoghi, le immagini invece parlano da sole: Newman disperato, furente e in lacrime appena chiunque osa anche solo nominare il nome del defunto. Cioe', l'imbeccata al pubblico c'e' tutta e anche plateale, chi voleva capire capiva, per i meno svegli c'erano le arzigogolate argomentazioni dei dialoghi.

 

Poi ovvio che era meglio fossero stati piu' fedeli alle intenzioni di Williams, ma era gia' un bel passo avanti rispetto alle trasposizioni precedenti (mi sembra, verifichero') e un passo decisivo verso "Improvvisamente l'estate scorsa".


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#7 Dottor Brewster

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Inviato 18 luglio 2022 - 21:08

Dovrei rivederlo, magari all'epoca non ho fatto molto caso ai vari sottotesti del film, sicuramente ricordo che il coté omosessuale emergeva molto più dell'interpretazione di Newman (e della Taylor) che dalle righe di dialogo.
Però un film come Ultima Notte a Warlock mi è sempre sembrato molto più esplicito e rischioso, sarà per il genere o anche perché far interpretare personaggi gay a icone classiche e virili come Fonda ad Anthony Quinn è molto più spiazzante rispetto al farli interpretare ai giovani ribelli anni 50 che con l'ambiguità hanno flirtato fin dall'inizio (anche se a ben guardare l'unico di loro che si è arrischiato a interpretare un personaggio esplicitamente omosessuale è stato Brando nel capolavoro hustoniano Riflessi in un occhio d'oro, l'oggetto del contendere oltre a un giovane soldato è ovviamente sempre la Taylor, vera reginetta del genere).
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#8 Gozer

    Grande eletto non anglofonista Kadosch

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Inviato 18 luglio 2022 - 21:39

 verso "Improvvisamente l'estate scorsa".

 

Ma anche in quello la cosa non viene detta esplicitamente. Il primo film americano davvero esplicito al riguardo, e tragicissimo, mi sembra sia "Quelle due" di Wyler, del 1961. 


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#9 pasquale

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Inviato 19 luglio 2022 - 01:34

Avevo 11 anni, credo, quando lo vidi per la prima volta, e capii subito che la relazione fra Brick e Skipper fosse omosessuale, anzi, trovai che i dialoghi fossero, se non espliciti, quantomeno chiari su questo tema.

Sinceramente, più che sulla censura, io mi concentrerei sulla recitazione, perché questo qui è nella top 5, forse, dei film meglio recitati di sempre. Paul Newman e Burl Ives, quando duettano, sono scandalosi. Nel senso che è uno scandalo che due esseri viventi abbiano raggiunto simili vette. Se fossi attore, mi sentirei smontato. Menzione d'onore da consegnare a Rinaldi e Pavese che poi li hanno doppiati. Anche qui servirebbero i superlativi, ma mi taccio per rispetto della loro prova, non voglio banalizzarla con gli issimi.
  • 1
Concerto di Bruce Springsteen a Roma, Ippodromo Capannelle - 11.07.2013, in audio e video, il link alla playlist apposita è questo

http://www.youtube.c...feature=mh_lolz

#10 Dottor Brewster

    se ci dice bene finiamo nella merda

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Inviato 19 luglio 2022 - 08:20

Per altro Burt Ives nel film non aveva manco 50 anni, solo 15 in più del figlio ribelle Paul Newman.
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#11 tiresia

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Inviato 19 luglio 2022 - 13:07

Io lo ricordo invece molto esplicito sul tema dell’omosessualità, certo ciò che colpisce è l’arte di aggrovigliare i dialoghi sul tema e fermarsi a due passi dal precipizio “ecco lo abbiamo detto”, ed è una parte del fascino dell’opera. Gran film che riluce della bellezza strabordante dei due protagonisti.

Ricordo anche molto presente il tema del rapporto padre/figli che impernia tutta la storia: il padre è un patriarca monumentale che ha schiacciato i figli dall’alto della sua imposta virilità filtrata anche dai soldi, dall’idea di famiglia e di eredità del sangue, una virilità intesa come potere/potenza che non nasconde mai e che manifesta ancora di più con Maggie.

I figli di fatto, ambedue, non sono che riflessi pallidi del suo desiderio: l’uno ha centrato una delle mire del padre ed è stato prolifico, ma con una impronta da uomo senza qualità, la cui mediocrità nel film è manifestata dall’insopportabilità e velata bruttezza di moglie e figli; l’altro, che ha sfiorato i fasti sportivi (emblema, lo sport, di virilità e potenza), ed è, quindi, preferito dal padre è fallito in ogni aspettativa, sportivo nullo, è omosessuale e non si riproduce. Insomma il patriarcato colpito e affondato nella nevrosi dell’ipocrisia della Famiglia.
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#12 Dottor Brewster

    se ci dice bene finiamo nella merda

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Inviato 19 luglio 2022 - 13:47

Il melodramma americano degli anni 50/60 oltre che un cinema di figli (ribelli, complicati, repressi) è anche e forse soprattutto un cinema di padri: da La Valle dell'Eden a Il Gigante, da La Lunga Estate Calda a Hud il Selvaggio sino  Splendore nell'Erba e al più tardo La Caccia c'è una carrellata incredibile di genitori ingombranti, autoritari, indaguati, sempre in qualche modo falliti anche quando possiedono degli imperi, tutti interpretati da grandissimi attori (Burt Ives, Orson Welles, Melvyn Douglas, Pat Hingle, E.G. Marshall...)

 

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#13 Tom

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Inviato 20 luglio 2022 - 01:10

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1956 Baby Doll di Elia Kazan

Afa e sudore stavolta senza estate, il film e' ambientato nel comunque torrido novembre sudista. Baby Doll e' un sogno erotico di potenza ancora oggi destabilizzante: Carroll Baker che si succhia il pollice nella culla e marchia l'immaginario collettivo battezzando col nome del suo personaggio l'indumento intimo che indossa. Sogno tra il perverso e l'innocente che e' assediato dal totale anti-erotismo di un mondo maschile zombificato (l'incredibile parata "blues" di facce devastate e senza vita di veri abitanti del Sud usati come comparse) o grottescamente animalesco (il "Brutto" Wallach e' la faina nel pollaio, "Nasone" Malden il cane custode bastonato e impotente). Tragedia senza tragedia, perche' il tragico sta gia' nel patetico gioco al massacro che chiamiamo rapporti umani. I carnefici sono troppo mediocri anche per accanirisi sul serio sulle loro vittime e le vittime in fondo indifferenti a quale carnefice applichera' la condanna all'infelicita'. Nemmeno la storia ha un vero inizio o una fine, e' la descrizione di una giornata un (bel) po' sordida dove accade tutto e niente.

 

Capolavoro perfetto per abbandonarsi alla decadenza e tristezza di ogni epoca.


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#14 Tom

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Inviato 21 luglio 2022 - 09:51

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1951 A Streetcar Named Desire (Un tram che si chiama Desiderio) di Elia Kazan
Una sconvolgente e spettrale Vivien Leigh e' Blanche, in un certo senso il fantasma di Rossella O'Hara che precipita nell'inferno caotico e multirazziale di una New Orleans che, pur in b/n, ha gia' le (poche) luci della Los Angeles di Blade Runner. Un Ade sensuale e marcio dominato dagli umori fumantini di uno Zeus/Brando/Kowalski, un concentrato di pura vitalita' senza morale che non puo' che annientare chi, come Blanche, cerca solo di difendersi dalla vita nascondendosi nella penombra. Il mondo scopri' traumaticamente che una canottiera lercia e sudata poteva essere iconica e affascinante, e che un attore poteva diventare un divo e un sex symbol anche impersonando un personaggio totalmente negativo. La tennesseewilliams-mania che per quasi vent'anni imperverso' nel mondo del cinema esplose con una delle sue opere piu' senza speranza, quasi un racconto gotico nella sua tetraggine (Poe e' anche evocato nei dialoghi), una sarabanda delle ossessioni dell'autore: l'orrore dell'invecchiare, la decadenza sudista, la dipendenza dal sesso, e ovviamente le atmosfere afose e soffocanti. In un film che gia' attaccava il codice Hays su ogni fronte a cannonate, unica vera concessione al nemico fu l'annullamento dell'elemento gay, tipicamente in Williams impersonato da un "fantasma", cioe' un personaggio che non appare mai in scena ma viene solo raccontato: in questo caso il marito suicida di Blanche, di cui si omette il fatto che si era tolto la vita perche' lei aveva scoperto la sua omosessualita'.

 

Un kolossal della tristezza il cui fascino magnetico ancora oggi esalta e turba.


  • 11

#15 Tom

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Inviato 22 luglio 2022 - 10:33

E ora qualcosa di completamente diverso...

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1968 Boom! (La scogliera dei desideri) di Joseph Losey

In una psichedelica Sardegna direttamente uscita dallo scrigno dei segreti dei Pink Floyd, in una bianchissima villa che dovrebbe essere il sogno della vita di ogni designer d'architettura, muore di malattia una celebre attrice decaduta. Tra travestimenti "pop", enuchi da harem, nani fascisti, segretarie gnocche in vestitini 60s, moai da Isola di Pasqua sullo sfondo, la donna "mette in scena" la sua agonia come in un teatro dell'assurdo. Nei suoi ultimi giorni arriva in visita un vagabondo, soprannominato "Il Angelo Dellamorte" (cosi', in italiano sgrammaticato), che corteggia riccone in fin di vita per impadronirsi dei loro gioielli. Sceneggiato dallo stesso Williams dal suo dramma "The milk train doesn't stop here anymore". Il passaggio da quel tipico titolo williamsiano all'onomatopeico "Boom!" (che sarebbe il rimbombo delle onde sulla scogliera) dice gia' molto. Surrealismo e cinismo hanno preso il sopravvento su tutto. Quello che fino a pochi anni prima era fosca tragedia ora e' coloratissimo nonsense, anche i soliti dialoghi ricchi di suggestioni e aforismi dell'autore cadono nel nulla, vuota decorazione come tutto il resto. Scena simbolo: l'angoscioso monologo sulla paura di morire della protagonista, trasmesso in tutta la villa con degli altoparlanti, viene accolto da tutti con indifferenza e noia.

 

La Taylor aveva almeno vent'anni in meno del suo personaggio e Burton venti in piu' del suo, ma sulla distanza la cosa gioca a favore del film levando lo scontro generazionale, anche troppo ovvio per un film del '68. Per molti versi e' un film che oggi appare molto piu' "lontano" dei fim anni 50 finora trattati, che sembra parlarci attraverso codici e simboli dimenticati. Io per roba cosi' ci esco di testa, naturalmente. 


  • 6

#16 Tom

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Inviato 25 luglio 2022 - 16:44

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1959 Suddenly, Last Summer (Improvvisamente l'estate scorsa) di Joseph L. Mankiewicz
Psico-film a cavallo di due epoche, uscito nel natale del '59 per allietare gli americani con l'autopsia per direttissima dei loro happy days, e come premonizione dell'avvento nei 60s dei registi "indagatori dell'incubo" europei. (In Italia, poi, dura non intravedere nella parabola del ''fantasma" Sebastian un sinistro presagio della morte di Pasolini.) Allo stesso tempo uno dei testi piu' inquietanti di Williams, una tragedia edipica quasi a un passo dall'indicibile lovercraftiano, e uno dei suoi piu' tragicamenti teneri. Oggi la storia di questa ragazza da salvare dalla lobotomia sembra quasi un'ucronia riparatrice alla Tarantino: anche se nel film la cosa quasi non si nota, il tutto e' ambientato nel 1937 l'anno in cui l'adorata sorella dell'autore fu sottoposta a lobotomia diventando un vegetale. Mankiewicz, il piu' aristocratico e chirurgico tra i grandi della Hollywwod classica dei 40 e 50, non poteva trovare storia piu' congeniale. Assecondando la natura teatrale dell'opera costruisce un film attorno a poche dilatate sequenze di dialogo, che poi fa esplodere con effetti di puro cinema via via sempre piu' visionari. L'aggrovigliato intreccio pisicologico del film risuona anche nelle storie personale dei protagonisti, con Clift che sembra inseguire la verita' su un personaggio che potrebbe essere il suo doppio, e un per un curioso ribaltamento di ruoli di quanto accaduto nella realta', dato che fu la Taylor a salvare la vita a Clift nell'incidente che lo sfiguro'.


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#17 RogerCrimson

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Inviato 25 luglio 2022 - 21:06

Io lo ricordo invece molto esplicito sul tema dell’omosessualità, certo ciò che colpisce è l’arte di aggrovigliare i dialoghi sul tema e fermarsi a due passi dal precipizio “ecco lo abbiamo detto”, ed è una parte del fascino dell’opera. 

 

Era il limite a cui Williams poteva spingersi all'epoca. Il teatro ufficiale, ma soprattutto la Hollywood anni '50 non consentivno di andare oltre. Tre fra i suoi drammi principali (La gatta, Improvvisamente, Tram) hanno lo stesso schema narrativo. C'è una protagonista femminile e un protagonista gay, morto prima dell'inizio dell'azione raccontata, che è il vero motore del dramma.  


  • 1

#18 Bad Vibes

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Inviato 26 luglio 2022 - 09:58

Di Boom! mio babbo mi raccontò a suo tempo dei retroscena gustosi di Richard Burton sempre ubriaco che cadeva continuamente dal cavallo preso dal maneggio del padre di un amico :lol: .
  • 2

#19 Bad Vibes

    Sporco Lennoniano Fanatico [(C) BillyBud]

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Inviato 26 luglio 2022 - 10:03

Era il limite a cui Williams poteva spingersi all'epoca. Il teatro ufficiale, ma soprattutto la Hollywood anni '50 non consentivno di andare oltre. Tre fra i suoi drammi principali (La gatta, Improvvisamente, Tram) hanno lo stesso schema narrativo. C'è una protagonista femminile e un protagonista gay, morto prima dell'inizio dell'azione raccontata, che è il vero motore del dramma.


Gli originali teatrali sono molto più espliciti dei film, va detto.
  • 0

#20 Tom

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Inviato 27 luglio 2022 - 21:18

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1962 Sweet bird of youth (La dolce ala della giovinezza) di Richard Brooks

Secondo capitolo del dittico Brooks-Newman a quattro anni da "La gatta sul tetto che scotta". Quanto possono pesare quattro anni? Il film fece scalpore per una lunga sequenza che ha per teatro una camera da letto. Newman di una bellezza quasi imbarazzante e una Geraldine Page monumentale si seducono, si ingannano, si rispecchiano, si spogliano e si fanno delle gran fumate di marjuana, nel frattempo parlando di sesso e prostituzione maschile, dato che lui e' un gigolo' che va a letto con tutti pur di diventare un attore di successo. Tutte cose inimmaginabili in un film americano anche solo un paio d'anni prima. L'ipocrisia del codice Hays si stava sgretolando di pari passo alla fiducia nel Sogno Americano. Brooks dirige piu' un noir che una tragedia, si prende molte liberta' rispetto al testo originale (molto piu' torvo e pessimista), strizza persino l'occhio ai mega successi dell'epoca stile "Scandalo a sole" quando didascalizza il passato dei protagonisti attraverso dei flashback, ma rendendo tutto piu' corale e cinematorafico tira fuori un discorso politico bello diretto e pienamente anni 60: il Sogno Americano e' un incubo, una trappola dove ce la fa uno su mille, una menzogna ad uso e consumo del potere (incarnato in questo caso da un malefico Ed Begley, uno dei piu' orribili padri-padroni del cinema di quegli anni di cui si diceva) da cui si puo' solo tentare di scappare. Particolarmente amara l'intuizione di parlare della guerra in Corea come uno dei modi con cui l'America dei padri divoro' i suoi figli, giusto un paio d'anni prima della replica vietnamita.


  • 6

#21 Tom

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Inviato 30 luglio 2022 - 15:42

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1960 The Fugitive Kind (Pelle di serpente) di Sidney Lumet

Filmone mi sembra un po' dimenticato, che forse sarebbe rimasto piu' impresso mantenendo il bel titolo originale di Williams, "Orpheus Descending". L'Orfeo in questione e' un Brando che, marlonbrandeggiando al limite dell'autoparodia, incarna un personaggio unico, un bluesman vagabondo e indolente con la sensualita' al quadrato di un Elvis e la ieraticita' del Jim Morrison piu' lucertoloso. Il corrispettivo di Euridice e' invece una Magnani icona dell'afflizione femminile, che andando d'intensita' naturalistica sembra recitare in un altro film rispetto a Brando. Intorno il resto del cast, tra cui spicca una conturbante Joanne Woodward come ninfomane del paese, tutti a fare da coro quasi attonito di fronte a quello scontro tra titani. L'Inferno senza scampo in cui discendere e' il profondo sud americano, forse per la prima volta descritto con tanta virulenza in tutto il suo squallore esistenziale, tra razzismo ammorbante e machismo al limite del ritardo mentale. Memorabile la figura del marito della Magnani, un moribondo che sul letto di morte trasuda letteralmente malvagita'. Film che rischia al limite del grottesco proto-lynchano; non a caso la giacca di pelle di serpente del protagonista trent'anni dopo finira' addosso al Nicolas Cage di Cuore Selvaggio. 


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#22 Tom

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Inviato 01 agosto 2022 - 15:59

Stessa opera, doppio spettacolo.
La prima trasposizione di un testo di Williams e quella che puo' sostanzialmente essere considerata l'ultima.
Vista l'ambientazione newyorkese e' per altro una delle sue opere meno sudaticcie.

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1950 The Glass Menagerie (Lo zoo di vetro) di Irving Rapper
Il Tram di Kazan sarebbe arrivato solo un anno dopo, ma sembrano film di due diverse ere. Fotografia, musica, regia dello specialista Rapper, tutto era ancora nello stile antinaturalistico e trasognato degli anni 40. Williams stesso diede un taglio piu' ottimista a un testo autobiografico in origine ben piu' amaro. Ne usci' un commovente filmone d'altri tempi, quasi dickensiano, dolcemente immalinconito dalla voce narrante che, declinando la storia al passato, dava al tutto un sapore di cose perdute. E' comunque la descrizione di un conflitto generazionale, quello tra una madre resa insopportabile dal suo amore soffocante e i suoi due figli, angosciati dalla meschinita' materna e in cerca di una via di fuga dalla vita in generale. In un certo senso erano gia' "ribelli senza causa", ma doveva arrivare un'altra generazione di attori perche' quella tensione trovasse la sua giusta incarnazione, soprattutto per quanto riguarda gli interpreti maschili: Arthur Kennedy (comunque grandioso) e Kirk Douglas che facevano i "giovani" erano ultratrentenni e sembravano dei quarantenni. Anche se pure lei aveva gia' 33 anni, perfetta invece Jane Whiman nei parti della timida zoppa sognatrice, adorabile incarnazione d'innocenza.

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1987 The Glass Menagerie (Lo zoo di vetro) di Paul Newman
Bellissimo e sottovalutato, come sottovalutata e' stata la minuscola carriera registica di Paul Newman. In un certo senso un film pienamente anni 80, che riportando Tennessee Williams al cinema dopo molti anni di assenza si inseriva sia nel revival anni 50, sia nel filone neo-classico allora imperante e oggi rimosso dall'immaginario. (Era lo stesso anno di "The Dead" di Huston e "Le balene d'agosto" di Lindsay Anderson, tanto per citare due titoli ai tempi venerati e che oggi nella considerazione generale finiscono molto sotto a "Balle spaziali" e "Beverly Hills Cop II".) E' un film 80s anche in un senso piu' obliquo, un'opera postmoderna sul ricordo di un ricordo, con quell'atmosfera autunnale e da realismo quasi-magico che era trasversale a tantissimo cinema di quegli anni; non sempre era un pregio, anzi, ma in questo caso lo era. Rispetto al film del '50 Newman mantiene l'unita' di luogo teatrale e fa emergere tutta l'amarezza della vicenda, ma chiudendo la sua trilogia di spietati ritratti femminili affidati al talento della moglie (uno per decennio, uno piu' bello dell'altro: "Rachel, Rachel" del '68 e "Gli effetti dei raggi gamma sui fiori di Matilda" del '72) si nota una maggior tenerezza e comprensione verso il personaggio della madre.


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#23 Dottor Brewster

    se ci dice bene finiamo nella merda

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Inviato 02 agosto 2022 - 13:36

Newman, Brando e la Taylor decisamente gli attori più tenneseewilliamsiani della storia, già Monty Cliff è tagliato fuori, psicotico e complesso ma troppo fragile e deficitario di ferocia e sudaticcia sensualità per i giochi al massacro del nostro.

 

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#24 Tom

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Inviato 04 agosto 2022 - 08:28

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1964 The Night of the Iguana (La notte dell'iguana) di John Huston
Il perfetto esempio di pellicola sudatissima e dal clima torrido che avevo in mente quando ho iniziato questa pappardella di topic, con  quel vecchio iguanone di Huston che sembrava gia' guardare a Williams con ironia moderna. Erano due perfetti esemplari di lost generation, non cosi' diversi in quanto a disillusione generale, ma dove il commediografo era fosco e esistenzialista Huston era cupamente vitale, per cui gira il dramma quasi in commedia, con i personaggi che danno l'impressione di essere auto-consapevoli e che non sembrano prendere troppo su serio il simbolismo in cui sono immersi. A cominciare da quello dell'iguana del titolo: un mostriciattolo al guinzaglio pronto per essere cucinato in cui il protagonista alla fine non puo' che rispecchiarsi, liberandolo. Del resto hai voglia di percepire la profondita' della crisi se in scena c'e' un Burton che trapana lo schermo trasudando fascino alcolizzato, che in un Messico sensualone deve scegliere tra Sue "Lolita" Lyon, che con hot pants da galera fa esplodere tutto il sexismo che Kurbick aveva trattenuto, Ava Gardner, quarantaduenne atomica che fa i threesome con i giovanotti da spiaggia (e in Italia causa doppiaggio ci siamo sempre persi la sua voce killer) e Deborah Kerr, che - va beh - fa la zitella angelicata, ma non so quante zitelle come Deborah Kerr capita di incontrare nella vita. E Huston a differenza di Williams non ha ovviamente dubbi su quale sia la scelta giusta.


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#25 Tom

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Inviato 09 agosto 2022 - 09:58

Uno dei poster piu' fighi di sempre?
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1970 Last of the Mobile Hot Shots (La poiana vola sul tetto) di Sidney Lumet
Il ventennio di Williams al cinema si concludeva con tonda precisione e l'ennesimo titolo dimenticato, anche dai cultori di Lumet. Non ho trovato mezzo sottotitolo e capire qualcosa dei dialoghi "sudisti" dei tre personaggi non e' stato facile. Fa ridere che la piu' incomprensibile sia una esplosiva Lynn Redgrave che fa la super-redneck, quando poi era la piu' inglese delle attrici inglesi. Finalmente il sesso e' esplicito, tanto che credo ci sia il primo threesome - per di piu' multirazziale - mai mostrato in un film non erotico. Dopo l'immersione nell'autorialita' europea piu' psichedelica di "Boom!" e' la volta di agganciarsi alla prima ondata New Hollywood post-Easy Rider. Gli umori restano grotteschi e la tragedia ancora si stempera nell'assurdo, con un alcolizzatissimo e canceroso James Coburn che contende al fratellastro nero il surreale possesso di una magione ormai in rovina. Nel memorabile prologo, per giovare di una promozione di elettrodomestici si sposa con una perfetta sconosciuta, una sciroccata, buona e vitale, che si ritrova incastrata nel gioco al massacro tra fratelli. E' lei l'ultima sopravvissuta delle Mobile Hot Shots del titolo originale, un gruppo pop di spogliarelliste, simbolo di una modernita' consumista gia' funerea e morta dentro quanto il Vecchio Sud. Metaforone che usciva bello potente gia' 52 anni fa e che funziona al cubo oggi.


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#26 Tom

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Inviato 12 agosto 2022 - 00:22

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1966 This Property is Condemned (Questa ragazza è di tutti) di Sidney Pollack
E' l'indimenticabilita' di Natalie Wood, che miscela innocenza e sensualita con un'intensita' commovente, a rendere questo film l'ultimo tratto da Tennessee Williams ad aver lasciato il segno nell'immaginario collettivo, ma all'epoca fu un fiasco sia commerciale che critico, stroncato per via del suo stile apparentemente classico e polveroso. Critica miope, solo la colonna sonora a tratti e' un po' troppo old style, piuttosto mi sembra una pellicola incompresa come a pensarci lo sono un po' tutti i primi film di Sidney Pollack. E' invece un'opera fuori dal tempo, una delle trasposizioni piu' poetiche, musicali e puramente cinematografiche di Williams: si veda il quarto d'ora quasi senza dialoghi della protagonista che parte e vaga per New Orleans. Il film e' del resto quasi tutta un'invenzione degli sceneggiatori hollywoodiani (tra cui un certo Francis Coppola), dato che l'originale teatrale era solo un lungo monologo di un unico personaggio che narrava tutta la storia. Pollack cita film di pochi anni prima come se fossero gia' di un'epoca lontana, a cominciare da Il buio oltre la siepe, da cui riprende la giovanissima protagonista Mary Badham (qui al secondo dei suoi soli tre film), a cui affida pero' un personaggio opposto, e a tredici anni la ritroviamo "invecchiata", sola e senza speranza. Film malinconico se mai ne e' esistito uno, che immerge i suoi personaggi in un clima sospeso, dai colori sognanti e dalle luci soffuse, dove anche la tragedia ha la dolcezza di una ballata triste.

 

Un film in fondo perfettamente "1966". E' coerente figurarsi all'epoca qualcuno che esce di casa per andare a vedersi questo film al cinema, lasciando sul piatto del girardischi un Sounds Of Silence, o un Blonde on Blonde, o il primo Tim Hardin.


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#27 Tom

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Inviato 05 settembre 2022 - 12:38

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1961 The Roman Spring of Mrs. Stone (La primavera romana della signora Stone) di José Quintero

Rimasta vedova in viaggio, celebre attrice di teatro in crisi di mezz'eta' decide di pensionarsi in una Roma purgatoriale, piena di giovani marchettari e nobili decaduti e ruffiani. Uno dei molti film "romani" a cavallo dei 50 e 60 della Hollywood da fine impero degli Studios, in crisi di identita' quanto la protagonista. Sempre intensa e inquieta, Vivien Leigh, che centellinava i film, tornava a Tennessee Williams dieci anni dopo "Un tram che si chiama desiderio", in un ruolo che le assomigliava in modo quasi masochistico. Al suo fianco, un Warren Beatty ancora carico dell'esordio in "Splendore nell'erba", che fa il giovane puttano italiano un po' viscido che la seduce. (Anche se a volte sembra piu' un portoghese, tiene a bada l'accento standard italiano hollywoodiano, e quando accenna un "ciao", un "pronto" e un "buonasera" se la cavicchia, dai.) Terza protagonista del film e' proprio Roma, qui quasi tutta ricostruita in studio, quindi fintissima, eppure proprio per quello poetica, crepuscolare, fantasmatica. E chiaramente post-Dolce Vita. Il rischio di uno schematico melodramma sul desiderio frustrato dall'eta' viene disinnescato dal tono asciutto e dall'aristocratica disillusione della protagonista.

 

Curiosamente, l'unica regia cinematografica di un celebre regista teatrale dell'epoca non e' la trasposizione di un dramma di Williams, ma del primo dei suoi due soli romanzi.


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#28 Tom

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Inviato 06 settembre 2022 - 12:13

poster epico asd
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1955 The Rose Tattoo (La rosa tatuata) di Daniel Mann

Inconsolabile vedova italiana affligge con le sue paturnie la figlia adolescente, finche' un tontissimo ma vitale camionista le fa riscoprire le gioie della vita. L'anonimo tuttofare Daniel Mann ci fa un po' la figura dell'imbucato tra le trasposizioni tratte da Williams, quasi sempre griffate da registi di prestigio. Dove non arriva la sua regia ci arrivano la fotografia (del maestro James Wong Howe) e la scenografia, entrambe oscarizzate, che danno concretezza a dei sobborghi di New Orleans lividamente vitali. Altro oscar per la Magnani, che senza freni divora la scena in una storia scritta da Williams appositamente per lei. E infatti e' lei che riesce a dare umanita' e persino un po' di verita' ai numerosi e prevedibili stereotipi sugli italiani di cui gronda la storia, tra sensualita' sudaticcia, sentimenti urlati e cattolicesimo superstizioso. Poi arriva Burt Lancaster, talmente sopra le righe che in confronto la Magnani sembra la regina della sottrazione. Divertente e sagace, ma Williams era piu' a suo agio con la tragedia che non con la commedia, all'italiana per di piu'.


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#29 Tom

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Inviato 12 settembre 2022 - 16:36

Uff, dai che abbiamo quasi finito.

 

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1962 Period of Adjustment (Rodaggio matrimoniale) di George Roy Hill

Per contestare l'accusa di essere capace di scrivere solo drammi che pescavano nel torbido, Tennessee Williams scrisse la sua "first great comedy" adeguandosi ai cliche' della commedia brillante di Broadway e Hollywood, addirittura ambientando il tutto a natale con tanto di neve e cori di strada. Tra le righe non rinunciava comunque ad inniettare il suo veleno, ficcandoci i suoi temi tipici: il sesso motore di tutto, l'impotenza e l'infantilismo maschili, l'ipocrisia femminile, il grigiore borghese, l'infelicita' coniugale (alla fine il succo e' che il "rodaggio" del titolo non finisce mai). E' per altro uno dei rari film che affronta il tema dei reduci della Corea, con uno dei protagonisti sofferente di disturbi post traumatici. Al suo esordio al cinema, dopo averla messa in scena in teatro, George Roy Hill gira una di quelle tante commedie americane degli anni 60 dove il tono e lo stile ancora old style ormai faticavano a imbrigliare un'amarezza di fondo e una disillusione sempre meno contenibili. Anzi, come lo Spielberg di "Prova a prendermi" e "Mad Men" certificheranno quarant'anni dopo, proprio quelle atmosfere ovattate, da servizio fotografico da rivista patinata, finiscono oggi per essere emblematiche di un'epoca sull'orlo di una crisi di nervi. Come forse tutte le epoche, comunque nel caso dei 60 americani quella crisi esplodera' quattro anni dopo con "Chi ha paura di Virginia Woolf?", che, curiosamente, a livello narrativo ha piu' di un punto di contatto con questo.


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#30 Tom

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Inviato 14 ottobre 2022 - 13:26

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POPOLARE

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1961 Summer and Smoke (Estate e fumo) di Peter Glenville
Praticamente la trasposizione di "Valzer per un amore" di De Andre' (quando carica d'anni e di castità / tra i ricordi e le illusioni / del bel tempo che non ritornerà) in un cinemascope di lussuriosa pittoricita' tipica di quegli anni li', con annessa avvolgente colonna sonora. Storia di una zitella repressa innamorata fin da bambina dal bel vicino scapestrato, che da adulto, beato lui, viene conteso da Rita Moreno e una Pamela Tiffin barely legal entrambe da sturbo. Anche lui arrivera' a provare interesse per lei, ma l'attrazione reciproca non sapra' mai trovare i giusti tempi. Una ballata autunnale di trasognata malinconia, dove il fumo del titolo e' quello delle foglie cadute bruciate alla fine dell'estate. Tanto la carnalita' dissennata del protagonista maschile che gli idealismi angelicati della protagonista femminile portano all'infelicita' e alla solitudine esistenziale, anche se non ci sono dubbi su quale delle due opzioni Williams ritenesse la meno peggio. Domina su tutti con intensita' commovente Geraldine Page, che aveva gia' portato con successo il personaggio a teatro e qui faceva il suo vero esordio al cinema a 37 anni - sette anni prima aveva fatto "Hondo" al fianco di John Wayne, ma sostanzialmente era stata una falsa partenza.   

 

Mi e' bastato il prologo ambientato ad Halloween, quattro minuti che con semplice poesia danno subito il La al clima da sogno triste del film, per chiedermi quello che tante volte mi sono chiesto durante le visioni di questi film: quanto ci siamo persi di quella "normale" profondita'? Il film qui sotto, che non mi aspettavo di trattare, da forse qualche risposta neanche troppo scontata...

 

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2008 The Loss of a Teardrop Diamond (L'amore impossibile di Fisher Willow) di Jodie Markell
L'unica trasposizione di Williams per il grande schermo da 35 anni a questa parte, tratto da una sceneggiatura inedita scritta direttamente per il cinema da Williams nel '57 per Kazan, a cui l'autore lavoro' fino alla morte. Devo ammettere che sulla scorta del trailer patinatissimo e del cast mi erano saltati in testa tutti i pregiudizi possibili in stile "Vecchio Stronzo Vs. Fighetteria Moderna" e invece e' una bella storia (ovvio) e buon film (molto meno ovvio). Bryce Dallas Howard ha una verve e una polposita' pallida perfette per la parte dell'ereditiera fuori di testa, e Chris Evans, nella parte del redneck che deve farle da "escort" a un paio di feste, tira fuori un carisma vintage da belloccione hollywoodiano old style. Poi arriva Ellen Burstyn nella parte di un'anziana morente dipendente dall'oppio e nei dieci minuti che e' in scena il resto del film scompare. La fotografia e la regia sono in effetti patinatissime, ma a furia di tramonti infuocati, meravigliosi viali alberati e feste illuminate da calde luci d'altri tempi, l'atmosfera nostalgica e sospesa arriva e lascia il segno. E' che appunto, ormai, la magica alchimia tra il cinema e Wiliams, tra i suoi drammi e il pubblico di massa, e' qualcosa che assomiglia a un mito perduto e in parte dimenticato, qualcosa di svaporato di cui si puo' evocare solo il vapore.

 

Un accenno alla produzione televisiva e poi giuro, veramente, basta.

 

Se al cinema Williams e' un dinosauro estinto, le tv americane non hanno mai smesso di trasporre le suo opere in film tv. Tra le tante spiccano una celebre versione dello "Zoo di vetro" del 1972 con Katharine Hepburn (l'ho vista: ben curata, ma anche molto seduta e accademica), una "Gatta sul tetto che scotta" del 1976 dove la gatta e' Natalie Wood e una "Dolce ala della giovinezza" del 1989, nientemeno che di Nicolas Roeg (ma ricordo un film tv piuttosto spento), con Elizabeh Taylor nella parte che fu di Geraldine Page. Piu' interessanti le versioni di drammi mai trasposti al cinema, come la trilogia teatral-televisiva formata da "Ten Blocks on the Camino Real" del 1965 di Jack Landau, satira surreale sulle rivoluzioni sudamericane con un giovanissimo Martin Sheen (l'unico titolo facilmente recuperabile su youtube) e dalle piu' rare "Dragon Country" del 1970 e "Eccentricities of a Nightingale" del 1976, entrambi diretti da Glenn Jordan.

 

Ma soprattutto...

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1974 The Migrants (Gli emigranti) di Tom Gries
Cast da 1974 che piu' 1974 non si puo': Ron Howard e Cindy Willams reduci da American Grafitti e pronti per Happy Days, Sissy Spacek quando era la 70s Girl per eccellenza, caratteristi dai faccioni onnipresenti in quegli anni come Ed Lautner, Mills Watson e David Clennon (ha fatto tremila cose, ma per tutti e' il tizio in The Thing che si trasforma durante il test del sangue), ma soprattutto Cloris Leachman, che in quello stesso anno entrera' nell'immaginario collettivo (senza possibilita' di essere riconosciuta) come la Frau Blucher di Frankenstein Junior. E' lei il devastante centro emotivo di questo dramma famigliare sulla poverta', rarissimo esempio per Williams di figura materna totalmente positiva. Si trovano pochissime notizie su questo titolo, tanto che non sono riuscito a scoprire da che dramma di Williams e' tratto e in che anni fosse ambientato. Se, come sospetto, era ambientato durante la Depressione, la forza di questo film e' trasporre il tutto nel presente del 1974 senza risultare anacronistico, anzi dipingendo a ciglio asciutto e senza facili patetismi una miseria sociale esistente ancora oggi. Su tematiche simili, ho difeso "Nomadland" della Zhao, ma in effetti in confronto a questo fa la figura della favoletta semplicista. Tom Gries era un regista interessante diviso tra alti (anche molto: "Will Penny / Costretto ad uccidere" del '68) e bassi, questo titolo rientra decisamente tra i suoi alti.

 

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#31 Kerzhakov91

    Born too late

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Inviato 14 ottobre 2022 - 15:51

Molto interessante il primo, che non conoscevo minimamente. "Gli emigranti" invece lo sto cercando da un secolo, ne ho sempre sentito parlare benissimo. 


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OR

 

 


#32 Tom

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Inviato 14 ottobre 2022 - 17:02

The Migrants l'ho trovato rippato da vhs (con la bassa qualita' che ne consegue) su ok.ru.


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