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Un Tennessee Williams Al Giorno


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28 replies to this topic

#1 Tom

Tom

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Inviato 18 luglio 2022 - 10:02

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Ieri sera ci siamo rivisti dopo secoli "La gatta sul tetto che scotta", e meditavo come il buon Tennessee puo' essere considerato il poeta dell'afa e del sudaticcio. E allora, via, in questa estate sudista e sudata, vien a d'uopo una rassegna dei film tratti dai suoi drammi morbosi. Per illudersi che si possa essere fighi come Paul Newman anche con le ascelle pezzate.

Vediamo se va, finche' mi va.

 

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1958 Cat on a hot tin roof (La gatta sul tetto che scotta) di Richards Brooks

Ne ho beccati parecchi di giuovanotti impertinenti che, sentendosi tanto woke, se la ridacchiano su questo film per via dell'autocensura che lo permea, ma non abbastanza svegli per realizzare che per essere un film del 1958, non solo americano, era incredibilmente trasparente nelle sue allusioni su un'attrazione omosessuale tra Newman e il suo amico morto (il non detto del film e' un non detto interno alla storia, implicito anche tra i personaggi) e su come parlava senza quasi piu' nessuna remora di rapporti sessuali e impotenza, forzando oltre il limite l'ancora vigente codice Hays; la scena finale col cuscino buttato sul letto lo rispetta e allo stesso tempo lo prende per il culo. Il tutto in un film per l'epoca commerciale e per grandi platee, che 65 anni fa il cinema commerciale erano i film tratti da Tennessee Williams, invece oggi sono i cinecomic... ma loro erano gli spettatori ingenui, mentre siamo noi quelli scafati che hanno capito tutto.

 

Film che trasuda calore. Tanto quello climatico, anche se gli uomini sono tutti in giacca e cravatta (ma come cazzo facevano?), che quello interno ai corpi. La "gatta in calore" Taylor e' una caldaia del sesso, Newman un forno di ambiguita', schifo e whisky, Burt Ives giganteggia wellesianamente ribollendo di morte, gli altri personaggi sono un sudaticcio e patetico carosello di mediocrita' e infelicita'. Quasi impensabile oggi la ferocia verso il personaggio della mogliettina sforna figli e verso i bambini stessi, fastidiosi elementi d'ambiente portatori solo di disturbo a cui il film non concede MAI una sola inquadratura intenerita. La messa in scena di Brooks, l'uso degli spazi e la fotografia sono di dimenticata e commovente eleganza "jazz". Alla fine ti lascia un appagante senso di amarezza e decadenza che ti brucia nello stomaco, come dei bicchierini di troppo che non ti fanno scattare "il clic" (tormentone del film), anche se e' uno dei pochi drammi di Williams con un finale relativamente positivo.


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#2 Kerzhakov91

Kerzhakov91

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Inviato 18 luglio 2022 - 10:52

Grande idea per questo topic fratello del Gotico Sudista, e solo applausi per la riflessione sul pubblico woke, che ovviamente condivido appieno. Sono convinto che temi come l'omosessualità più o meno latente e l'impotenza venissero spesso e volentieri trattati nella Hollywood degli anni 50 con un'intelligenza e un tatto che la maggior parte dei film di oggi si sognano. I primi esempi che mi vengono in mente, in tal senso, sono i due protagonisti dell'hitchockiano "Nodo alla gola", Sal Mineo in "Gioventù bruciata", Mercedes McCambridge in "Johnny Guitar", Anthony Quinn in "Ultima notte a Warlock" (solo per citare uno dei tanti western palesemente gay), per non parlare poi dello stesso "Improvvisamente la notte scorsa", per rimanere in ambito Tennessee Williams.


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#3 Tom

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Inviato 18 luglio 2022 - 11:23

Io tipo questo non me lo ricordavo tanto esplicito. Piu' limipido di cosi' che Newman fosse innamorato dell'amico non so come potessero metterla giu', anzi rischiano di essere persino troppo didascalici. Il girare intorno alla questione nei dialoghi senza dirlo esplicitamente (ma quasi ci arrivano a farlo in due occasioni, rivelazione interrotta ogni volta dalla sintomatica furia del personaggio di Newman) e' coerente all'ipocrisia della societa' dell'epoca. Oltre che, certo, funzionale ad accontentare la censura, che comunque bollo' il film come "X".   

 

L'unico autocensura invecchiata male riguarda [SPOILER] la rivelazione di lei: anche senza aver letto il testo originale, chiaro che lei con l'amico c'e' andata a letto e anche di sua iniziativa, provocando la rottura del rapporto col marito e il conseguente suicidio. Nel film e' lui che ci prova e lei si tira indietro, anche se dopo aver inizialmente ceduto, che credo fosse il massimo che la morale dell'epoca potesse accettare. 


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#4 Владимир Гозерин

Владимир Гозерин

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Inviato 18 luglio 2022 - 18:40

Sono convinto che temi come l'omosessualità più o meno latente e l'impotenza venissero spesso e volentieri trattati nella Hollywood degli anni 50 con un'intelligenza e un tatto che la maggior parte dei film di oggi si sognano.

 

Questa è una scemenza, suvvia. Fra quelli che citi ci sono grandi film, ma il tema è sempre e solo tenuto sotto traccia e scusaci tanto se riteniamo di dover essere rappresentati anche in maniera esplicita. 

Il che non significa che ogni film debba avere le quote come dice ora la Academy, quelle sono fesserie, ma da qui a dire che era meglio quando l'omosessualità era innominabile e quindi la si doveva sottintendere anche no grazie.

 

(Bello anche aver accoppiato omosessualità e impotenza nella tua frase. Lo so che non intendevi, ma non è uscita benissimo diciamo ashd ).


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#5 Dottor Brewster

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Inviato 18 luglio 2022 - 19:34

Non lo rivedo da anni ma il film di Brooks sinceramente non me lo ricordo così esplicito, anzi mi sembra ci siano un paio di momenti in cui ti viene da dire "e parlate chiaro cazzo" e altri in cui le omissioni depotenziano parecchio il climax drammatico, fermo restando il valore generale dell'opera molto elevato.
Tennese Williams lo odió proprio per lo scarso coraggio nel trattare il tema dell'omosessualitá e per il relativo lieto fine, ma anche Paul Newman (autore di una performance comunque di grande spessore) rimase molto deluso dei rimaneggiamenti del testo che trovava ridicoli e bigotti oltre che molto limitanti per la sua interpretazione.
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#6 Tom

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Inviato 18 luglio 2022 - 20:36

No beh, a parole chiaramente fanno i salti mortali per far rientrare la crisi del protagonista in ambiti "accettabili", scadendo volentieri nel ridicolo. Ma e' un ridicolo a suo modo credibile: nel senso che trovo realistico che all'epoca anche di fronte all'evidenza si tergiversasse e si negasse fino al grottesco. L'ipocrisia (piu' o meno volontaria) del film rispecchia l'ipocrisia dei tempi.

 

Questo pero' per quanto riguarda i dialoghi, le immagini invece parlano da sole: Newman disperato, furente e in lacrime appena chiunque osa anche solo nominare il nome del defunto. Cioe', l'imbeccata al pubblico c'e' tutta e anche plateale, chi voleva capire capiva, per i meno svegli c'erano le arzigogolate argomentazioni dei dialoghi.

 

Poi ovvio che era meglio fossero stati piu' fedeli alle intenzioni di Williams, ma era gia' un bel passo avanti rispetto alle trasposizioni precedenti (mi sembra, verifichero') e un passo decisivo verso "Improvvisamente l'estate scorsa".


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#7 Dottor Brewster

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Inviato 18 luglio 2022 - 21:08

Dovrei rivederlo, magari all'epoca non ho fatto molto caso ai vari sottotesti del film, sicuramente ricordo che il coté omosessuale emergeva molto più dell'interpretazione di Newman (e della Taylor) che dalle righe di dialogo.
Però un film come Ultima Notte a Warlock mi è sempre sembrato molto più esplicito e rischioso, sarà per il genere o anche perché far interpretare personaggi gay a icone classiche e virili come Fonda ad Anthony Quinn è molto più spiazzante rispetto al farli interpretare ai giovani ribelli anni 50 che con l'ambiguità hanno flirtato fin dall'inizio (anche se a ben guardare l'unico di loro che si è arrischiato a interpretare un personaggio esplicitamente omosessuale è stato Brando nel capolavoro hustoniano Riflessi in un occhio d'oro, l'oggetto del contendere oltre a un giovane soldato è ovviamente sempre la Taylor, vera reginetta del genere).
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#8 Владимир Гозерин

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Inviato 18 luglio 2022 - 21:39

 verso "Improvvisamente l'estate scorsa".

 

Ma anche in quello la cosa non viene detta esplicitamente. Il primo film americano davvero esplicito al riguardo, e tragicissimo, mi sembra sia "Quelle due" di Wyler, del 1961. 


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#9 pasquale

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Inviato 19 luglio 2022 - 01:34

Avevo 11 anni, credo, quando lo vidi per la prima volta, e capii subito che la relazione fra Brick e Skipper fosse omosessuale, anzi, trovai che i dialoghi fossero, se non espliciti, quantomeno chiari su questo tema.

Sinceramente, più che sulla censura, io mi concentrerei sulla recitazione, perché questo qui è nella top 5, forse, dei film meglio recitati di sempre. Paul Newman e Burl Ives, quando duettano, sono scandalosi. Nel senso che è uno scandalo che due esseri viventi abbiano raggiunto simili vette. Se fossi attore, mi sentirei smontato. Menzione d'onore da consegnare a Rinaldi e Pavese che poi li hanno doppiati. Anche qui servirebbero i superlativi, ma mi taccio per rispetto della loro prova, non voglio banalizzarla con gli issimi.
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Concerto di Bruce Springsteen a Roma, Ippodromo Capannelle - 11.07.2013, in audio e video, il link alla playlist apposita è questo

http://www.youtube.c...feature=mh_lolz

#10 Dottor Brewster

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Inviato 19 luglio 2022 - 08:20

Per altro Burt Ives nel film non aveva manco 50 anni, solo 15 in più del figlio ribelle Paul Newman.
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#11 tiresia

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Inviato 19 luglio 2022 - 13:07

Io lo ricordo invece molto esplicito sul tema dell’omosessualità, certo ciò che colpisce è l’arte di aggrovigliare i dialoghi sul tema e fermarsi a due passi dal precipizio “ecco lo abbiamo detto”, ed è una parte del fascino dell’opera. Gran film che riluce della bellezza strabordante dei due protagonisti.

Ricordo anche molto presente il tema del rapporto padre/figli che impernia tutta la storia: il padre è un patriarca monumentale che ha schiacciato i figli dall’alto della sua imposta virilità filtrata anche dai soldi, dall’idea di famiglia e di eredità del sangue, una virilità intesa come potere/potenza che non nasconde mai e che manifesta ancora di più con Maggie.

I figli di fatto, ambedue, non sono che riflessi pallidi del suo desiderio: l’uno ha centrato una delle mire del padre ed è stato prolifico, ma con una impronta da uomo senza qualità, la cui mediocrità nel film è manifestata dall’insopportabilità e velata bruttezza di moglie e figli; l’altro, che ha sfiorato i fasti sportivi (emblema, lo sport, di virilità e potenza), ed è, quindi, preferito dal padre è fallito in ogni aspettativa, sportivo nullo, è omosessuale e non si riproduce. Insomma il patriarcato colpito e affondato nella nevrosi dell’ipocrisia della Famiglia.
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#12 Dottor Brewster

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Inviato 19 luglio 2022 - 13:47

Il melodramma americano degli anni 50/60 oltre che un cinema di figli (ribelli, complicati, repressi) è anche e forse soprattutto un cinema di padri: da La Valle dell'Eden a Il Gigante, da La Lunga Estate Calda a Hud il Selvaggio sino  Splendore nell'Erba e al più tardo La Caccia c'è una carrellata incredibile di genitori ingombranti, autoritari, indaguati, sempre in qualche modo falliti anche quando possiedono degli imperi, tutti interpretati da grandissimi attori (Burt Ives, Orson Welles, Melvyn Douglas, Pat Hingle, E.G. Marshall...)

 

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#13 Tom

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Inviato 20 luglio 2022 - 01:10

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1956 Baby Doll di Elia Kazan

Afa e sudore stavolta senza estate, il film e' ambientato nel comunque torrido novembre sudista. Baby Doll e' un sogno erotico di potenza ancora oggi destabilizzante: Carroll Baker che si succhia il pollice nella culla e marchia l'immaginario collettivo battezzando col nome del suo personaggio l'indumento intimo che indossa. Sogno tra il perverso e l'innocente che e' assediato dal totale anti-erotismo di un mondo maschile zombificato (l'incredibile parata "blues" di facce devastate e senza vita di veri abitanti del Sud usati come comparse) o grottescamente animalesco (il "Brutto" Wallach e' la faina nel pollaio, "Nasone" Malden il cane custode bastonato e impotente). Tragedia senza tragedia, perche' il tragico sta gia' nel patetico gioco al massacro che chiamiamo rapporti umani. I carnefici sono troppo mediocri anche per accanirisi sul serio sulle loro vittime e le vittime in fondo indifferenti a quale carnefice applichera' la condanna all'infelicita'. Nemmeno la storia ha un vero inizio o una fine, e' la descrizione di una giornata un (bel) po' sordida dove accade tutto e niente.

 

Capolavoro perfetto per abbandonarsi alla decadenza e tristezza di ogni epoca.


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#14 Tom

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Inviato 21 luglio 2022 - 09:51

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1951 A Streetcar Named Desire (Un tram che si chiama Desiderio) di Elia Kazan
Una sconvolgente e spettrale Vivien Leigh e' Blanche, in un certo senso il fantasma di Rossella O'Hara che precipita nell'inferno caotico e multirazziale di una New Orleans che, pur in b/n, ha gia' le (poche) luci della Los Angeles di Blade Runner. Un Ade sensuale e marcio dominato dagli umori fumantini di uno Zeus/Brando/Kowalski, un concentrato di pura vitalita' senza morale che non puo' che annientare chi, come Blanche, cerca solo di difendersi dalla vita nascondendosi nella penombra. Il mondo scopri' traumaticamente che una canottiera lercia e sudata poteva essere iconica e affascinante, e che un attore poteva diventare un divo e un sex symbol anche impersonando un personaggio totalmente negativo. La tennesseewilliams-mania che per quasi vent'anni imperverso' nel mondo del cinema esplose con una delle sue opere piu' senza speranza, quasi un racconto gotico nella sua tetraggine (Poe e' anche evocato nei dialoghi), una sarabanda delle ossessioni dell'autore: l'orrore dell'invecchiare, la decadenza sudista, la dipendenza dal sesso, e ovviamente le atmosfere afose e soffocanti. In un film che gia' attaccava il codice Hays su ogni fronte a cannonate, unica vera concessione al nemico fu l'annullamento dell'elemento gay, tipicamente in Williams impersonato da un "fantasma", cioe' un personaggio che non appare mai in scena ma viene solo raccontato: in questo caso il marito suicida di Blanche, di cui si omette il fatto che si era tolto la vita perche' lei aveva scoperto la sua omosessualita'.

 

Un kolossal della tristezza il cui fascino magnetico ancora oggi esalta e turba.


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#15 Tom

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Inviato 22 luglio 2022 - 10:33

E ora qualcosa di completamente diverso...

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1968 Boom! (La scogliera dei desideri) di Joseph Losey

In una psichedelica Sardegna direttamente uscita dallo scrigno dei segreti dei Pink Floyd, in una bianchissima villa che dovrebbe essere il sogno della vita di ogni designer d'architettura, muore di malattia una celebre attrice decaduta. Tra travestimenti "pop", enuchi da harem, nani fascisti, segretarie gnocche in vestitini 60s, moai da Isola di Pasqua sullo sfondo, la donna "mette in scena" la sua agonia come in un teatro dell'assurdo. Nei suoi ultimi giorni arriva in visita un vagabondo, soprannominato "Il Angelo Dellamorte" (cosi', in italiano sgrammaticato), che corteggia riccone in fin di vita per impadronirsi dei loro gioielli. Sceneggiato dallo stesso Williams dal suo dramma "The milk train doesn't stop here anymore". Il passaggio da quel tipico titolo williamsiano all'onomatopeico "Boom!" (che sarebbe il rimbombo delle onde sulla scogliera) dice gia' molto. Surrealismo e cinismo hanno preso il sopravvento su tutto. Quello che fino a pochi anni prima era fosca tragedia ora e' coloratissimo nonsense, anche i soliti dialoghi ricchi di suggestioni e aforismi dell'autore cadono nel nulla, vuota decorazione come tutto il resto. Scena simbolo: l'angoscioso monologo sulla paura di morire della protagonista, trasmesso in tutta la villa con degli altoparlanti, viene accolto da tutti con indifferenza e noia.

 

La Taylor aveva almeno vent'anni in meno del suo personaggio e Burton venti in piu' del suo, ma sulla distanza la cosa gioca a favore del film levando lo scontro generazionale, anche troppo ovvio per un film del '68. Per molti versi e' un film che oggi appare molto piu' "lontano" dei fim anni 50 finora trattati, che sembra parlarci attraverso codici e simboli dimenticati. Io per roba cosi' ci esco di testa, naturalmente. 


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#16 Tom

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Inviato 25 luglio 2022 - 16:44

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1959 Suddenly, Last Summer (Improvvisamente l'estate scorsa) di Joseph L. Mankiewicz
Psico-film a cavallo di due epoche, uscito nel natale del '59 per allietare gli americani con l'autopsia per direttissima dei loro happy days, e come premonizione dell'avvento nei 60s dei registi "indagatori dell'incubo" europei. (In Italia, poi, dura non intravedere nella parabola del ''fantasma" Sebastian un sinistro presagio della morte di Pasolini.) Allo stesso tempo uno dei testi piu' inquietanti di Williams, una tragedia edipica quasi a un passo dall'indicibile lovercraftiano, e uno dei suoi piu' tragicamenti teneri. Oggi la storia di questa ragazza da salvare dalla lobotomia sembra quasi un'ucronia riparatrice alla Tarantino: anche se nel film la cosa quasi non si nota, il tutto e' ambientato nel 1937 l'anno in cui l'adorata sorella dell'autore fu sottoposta a lobotomia diventando un vegetale. Mankiewicz, il piu' aristocratico e chirurgico tra i grandi della Hollywwod classica dei 40 e 50, non poteva trovare storia piu' congeniale. Assecondando la natura teatrale dell'opera costruisce un film attorno a poche dilatate sequenze di dialogo, che poi fa esplodere con effetti di puro cinema via via sempre piu' visionari. L'aggrovigliato intreccio pisicologico del film risuona anche nelle storie personale dei protagonisti, con Clift che sembra inseguire la verita' su un personaggio che potrebbe essere il suo doppio, e un per un curioso ribaltamento di ruoli di quanto accaduto nella realta', dato che fu la Taylor a salvare la vita a Clift nell'incidente che lo sfiguro'.


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#17 RogerCrimson

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Inviato 25 luglio 2022 - 21:06

Io lo ricordo invece molto esplicito sul tema dell’omosessualità, certo ciò che colpisce è l’arte di aggrovigliare i dialoghi sul tema e fermarsi a due passi dal precipizio “ecco lo abbiamo detto”, ed è una parte del fascino dell’opera. 

 

Era il limite a cui Williams poteva spingersi all'epoca. Il teatro ufficiale, ma soprattutto la Hollywood anni '50 non consentivno di andare oltre. Tre fra i suoi drammi principali (La gatta, Improvvisamente, Tram) hanno lo stesso schema narrativo. C'è una protagonista femminile e un protagonista gay, morto prima dell'inizio dell'azione raccontata, che è il vero motore del dramma.  


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#18 Eddie Miller

Eddie Miller

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Inviato 26 luglio 2022 - 09:58

Di Boom! mio babbo mi raccontò a suo tempo dei retroscena gustosi di Richard Burton sempre ubriaco che cadeva continuamente dal cavallo preso dal maneggio del padre di un amico :lol: .
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#19 Eddie Miller

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Inviato 26 luglio 2022 - 10:03

Era il limite a cui Williams poteva spingersi all'epoca. Il teatro ufficiale, ma soprattutto la Hollywood anni '50 non consentivno di andare oltre. Tre fra i suoi drammi principali (La gatta, Improvvisamente, Tram) hanno lo stesso schema narrativo. C'è una protagonista femminile e un protagonista gay, morto prima dell'inizio dell'azione raccontata, che è il vero motore del dramma.


Gli originali teatrali sono molto più espliciti dei film, va detto.
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#20 Tom

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Inviato 27 luglio 2022 - 21:18

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1962 Sweet bird of youth (La dolce ala della giovinezza) di Richard Brooks

Secondo capitolo del dittico Brooks-Newman a quattro anni da "La gatta sul tetto che scotta". Quanto possono pesare quattro anni? Il film fece scalpore per una lunga sequenza che ha per teatro una camera da letto. Newman di una bellezza quasi imbarazzante e una Geraldine Page monumentale si seducono, si ingannano, si rispecchiano, si spogliano e si fanno delle gran fumate di marjuana, nel frattempo parlando di sesso e prostituzione maschile, dato che lui e' un gigolo' che va a letto con tutti pur di diventare un attore di successo. Tutte cose inimmaginabili in un film americano anche solo un paio d'anni prima. L'ipocrisia del codice Hays si stava sgretolando di pari passo alla fiducia nel Sogno Americano. Brooks dirige piu' un noir che una tragedia, si prende molte liberta' rispetto al testo originale (molto piu' torvo e pessimista), strizza persino l'occhio ai mega successi dell'epoca stile "Scandalo a sole" quando didascalizza il passato dei protagonisti attraverso dei flashback, ma rendendo tutto piu' corale e cinematorafico tira fuori un discorso politico bello diretto e pienamente anni 60: il Sogno Americano e' un incubo, una trappola dove ce la fa uno su mille, una menzogna ad uso e consumo del potere (incarnato in questo caso da un malefico Ed Begley, uno dei piu' orribili padri-padroni del cinema di quegli anni di cui si diceva) da cui si puo' solo tentare di scappare. Particolarmente amara l'intuizione di parlare della guerra in Corea come uno dei modi con cui l'America dei padri divoro' i suoi figli, giusto un paio d'anni prima della replica vietnamita.


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