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Au Hasard To Be A God - O Del Pessimismo D'autore


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10 replies to this topic

#1 neuro

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Inviato 28 febbraio 2021 - 09:10

Mi sono visto su Raiplay Hard to be a god e mi ha ricordato Au hasard Balthazar.

 

Formalmente sono entrambi splendidi e ovviamente agli antipodi - uno strabordare di oggetti appesi e fango e pezzi umani contro l'essenzialità perseguita in ogni inquadratura.

 

In entrambi i casi le immagini sono così belle che si possono guardare per ore - in entrambi i casi lo sviluppo della storia non è dato da una progressione causale di eventi (da A consegue B da B consegue C) ma da un accumulo (A+B+C). Questo perché (vado a ruota libera senza aver letto nessuna letteratura a riguardo) alla fine quello che conta è la rappresentazione del mondo, non la storia. Conta il giansensismo di Bresson e il pessimismo cosmico materico (sto inventando) di German.

 

Però, e qui salta fuori il però, la mia distanza da queste visioni del mondo mi impedisce di vedere questi film come capolavori. Se avessero avuto una storia avente come sottotesto le stesse visioni del mondo magari sì. Ma essendo dei manifesti ideologici attraverso immagini non ce la faccio ad innamorarmene solo per le immagini ignorando l'ideologia. E' giusto? Capita anche a voi?

 

Mi hanno anche entrambi ricordato un passaggio di un libro Houellebecq - credo Piattaforma, libro minore, ma i libri minori di Houellebecq sono comunque al di sopra del 99% della produzione letteraria contemporanea - in cui il tipo lavora al ministero dei beni culturali e nota come lo stato finanzi soprattutto (e la critica esalti soprattutto) prodotti culturali volti a eliminare ogni senso di speranza. Si noti che questo è il caso solo superficialmente per i romanzi di Houellebecq dove a una rappresentazione di "un mondo di merda" si associa sempre una rivolta - disperata ma pur sempre rivolta - da l'estensione del dominio della lotta a serotonina.

 

Ecco secondo me nel cinema questo problema è di grande rilievo - dagli anni 60 ad adesso tendiamo - forse come reazione a un cinema commerciale puerilmente a lieto fine - a classificare come capolavori soprattutto film che quando esci di sala vuoi suicidarti. Perché? C'è una via d'uscita?

 

 

 

 

 


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#2 solaris

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Inviato 28 febbraio 2021 - 09:34

Mi sembra ci sia stata la stessa tendenza anche in musica, almeno fino a 5 anni fa circa.

Francamente non conoscevo, recupero, grazie.


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#3 Tom

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Inviato 28 febbraio 2021 - 11:30

Non ho visto Hard to be a God (avevo iniziato a vederlo, ma mi si era bloccato lo streaming e non ho piu' avuto voglia di riprenderlo - boh, a me c'e' sempre qualcosa che non funziona col sito di raiplay) e non sono molto d'accordo sull'usare come esempio Bresson e un film come Au hasard Balthazar (che trovo un film pieno di compassione), ma ci penso spesso anch'io alla questione che sollevi: il pessimismo assoluto scambiato per "realismo" quando in fondo e' solo l'altra faccia della medaglia dell'ottimismo ipocrita, una scelta altrettanto schematica e spettacolarmente ''facile''.

 

Ne parlavamo tempo fa di come il cinema europeo si autocelebra sempre attraverso le sue opere piu' punitive. C'e' chiaramente tutto uno stuolo di critici e appassionati che appena possono usare le parole d'ordine "senza speranza" sono contenti e felici.

Discorso estendibile a come recepiamo anche tanto cinema orientale, spesso degno di noi solo se nerissimo e senza speranza.

 

Un piccolo esempio recente per me e' il noir belga D'Ardennen di Robin Pront. Bel film, fatto benissimo, avercene, con una chiusura raggelante. E ok, mi e' piaciuto, ma a fine visione mi sono trovato a chiedermi: "e allora?" Cosa mi rimane di questo film, oltre alla certificazione che il mondo e' posto di merda pieno di gente di merda? Mi resta almeno qualcosa del piacere del cinema di genere, o il pugno nello stomaco finale che ti assesta sovrasta talmente tutto il resto che manco quello? E' un po' come se gli autori volessero punirti di aver visto il loro film. (Con queste premesse, adesso, qualcuno che non l'ha visto potrebbe andare a vedere il film e non trovarlo un finale cosi' disturbante: naturalmente e' solo un esempio, non importa se il film in se' e' davvero tosto come l'ho percepito io.) 


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#4 Ganzfeld

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Inviato 28 febbraio 2021 - 12:54

C'e' chiaramente tutto uno stuolo di critici e appassionati che appena possono usare le parole d'ordine "senza speranza" sono contenti e felici.

Mi hai fatto venire in mente la recensione di Ondacinema di Miracolo a Le Havre, il cui il ieto fine sembrava quasi qualcosa che dovesse essere giustificato:

Senza dimenticare i problemi sociali e privati (malattia, morte, povertà, immigrazione) lo spudorato ottimismo che imprime Kaurismäki al suo film è da considerarsi come un gesto di ribellione: in tempi tanto bui un po' di ottimismo almeno al cinema e nella fantasia è ossigeno.


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#5 neuro

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Inviato 28 febbraio 2021 - 15:30

 

C'e' chiaramente tutto uno stuolo di critici e appassionati che appena possono usare le parole d'ordine "senza speranza" sono contenti e felici.

Mi hai fatto venire in mente la recensione di Ondacinema di Miracolo a Le Havre, il cui il ieto fine sembrava quasi qualcosa che dovesse essere giustificato:

Senza dimenticare i problemi sociali e privati (malattia, morte, povertà, immigrazione) lo spudorato ottimismo che imprime Kaurismäki al suo film è da considerarsi come un gesto di ribellione: in tempi tanto bui un po' di ottimismo almeno al cinema e nella fantasia è ossigeno.

 

Guarda proprio quel film fu uno dei primi in cui dibattemmo la questione in redazione perché per me lo spudorato doppio binario (sbirri veri -> finale triste vs sbirro fiabesco -> finale felice) rimane uno degli esempi fulgidi di come si possa coniugare una descrizione senza sconti della realtà con uno slancio positivo e creativo. L'altro chiaro esempio è

 

Spoiler

 

Però davvero sono eccezioni in un mare di "senza speranza". Altro esempio recente di film formalmente bello che mi è stato sulle balle per la cupezza di maniera: La ragazza d'autunno (e qui espongo il petto ai proiettili).


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#6 William Blake

William Blake

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Inviato 28 febbraio 2021 - 17:09

@ganzfeld
Ma mica è una giustificazione, quella di Diego. Kaurismaki ora è spudoratamente e irrealmente ottimista, laddove a inizio carriera era molto più ghignante e nero.

Comunque neuro a me sembra una visione a dir poco discutibile. Se è vero che c'è una maniera autoriale cupa e pessimista di cui Von Trier è stato un geniale decostruttore (su questo forum se n'è parlato tante volte), d'altra parte dove collocheresti Truffaut, Rohmer, Scola, Wenders, Kurosawa (Akira), Obayashi, Miyazaki, Koreeda, Assayas, Leigh, Kaurismaki, Jarmusch, Dardenne..? questi giusto i primi che mi vengono in mente. Ovviamente tutti loro possono aver fatto film pessimisti e cupissimi ma in generale non mi sentirei di asserire che il loro cinema sia ideologicamente pessimista, pessimista da indurre al suicidio. Esiste anche il pessimismo combattivo asd Su Au hasard Balthasar sono perfettamente d'accordo con Tom, Bresson è stato di gran lunga più disperato con "Mouchette". Invece "Hard to be a God" riprende una imagerie tardo medievale, con un livello di grottesco così elevato che rende il film non dico divertente ma sicuramente lo alleggerisce. Ma al netto delle impressioni (potrei anche ricordare male il film di German), direi che sono entrambi esempi di un cinema radicale e irriducibilmente complesso che oggi non trovi proprio ogni giorno in sala (o su netflix/amazon). 


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Ho un aspetto tremendo, e non bado a vestirmi bene o a essere attraente, perché non voglio che mi capiti di piacere a qualcuno. Minimizzo le mie qualità e metto in risalto i miei difetti. Eppure c'è lo stesso qualcuno a cui interesso: ne faccio tesoro e mi chiedo: "Che cosa avrò sbagliato?"

#7 Ganzfeld

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Inviato 28 febbraio 2021 - 17:40

@ganzfeld
Ma mica è una giustificazione, quella di Diego. Kaurismaki ora è spudoratamente e irrealmente ottimista, laddove a inizio carriera era molto più ghignante e nero.

Avevo il dubbio se specificare tra parentesi che forse stavo sovrainterpretando io (l'impressione che ho resta comunque quella).


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#8 neuro

neuro

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Inviato 28 febbraio 2021 - 17:50

@blake

certamente non è il cinema di cassetta tanto meno quello di streaming mi riferivo al supporto della critica

nessuno dei registi che citi appartiene al genere che intendo io per fortuna - ma tale genere esiste e infesta i festival e le classifiche della critica - penso a l'ultimo periodo di Haneke (che all'inizio adoravo) a tutto un cinema russo tipo Leviathan, e da quel che ho letto pure Sedl è su questa linea (per questo me ne tengo lontano)
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#9 William Blake

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Inviato 28 febbraio 2021 - 18:50

Infatti per me sia Bresson sia il film di German sono distanti da autori-tipo-Seidl (che comunque - per quel poco che ho visto di suo - non mi dispiace, anche se non lo metterei tra i grandi, come non metterei l'autore di "Leviathan", altro film che ho apprezzato solo in parte nonostante gli elogi). Haneke è sempre stato così, dai: "Il settimo continente" o "Benny's video" mica sono più lievi di "Amour", anzi, proprio l'opposto asd

 

In generale, però, stiamo parlando di una nicchia nella nicchia, che molto raramente incrocia il botteghino o un pubblico di non cinefili/addetti ai lavori: ad esempio, sono stati grandi incassi "Gomorra" che però aveva alla base un libro best seller e "Amour" che contava sulla Palma d'oro ed è comunque il più accessibile tra i migliori film di Haneke. Ma parliamo di dieci anni fa, ormai (13 nel caso di Garrone): è un cinema che - per fortuna, mi vien da dire - ancora sopravvive grazie a un pubblico fidelizzato e ai festival, perché se no non esisterebbe praticamente più e non mi pare che le alternative, anche più giovani, siano necessariamente migliori (e nel frattempo i film con l'happy end o con un orizzonte positivo mica hanno cessato di produrli, anzi mi pare che negli ultimi anni la tendenza alla semplificazione e al didatticismo sia di gran lunga la più battuta).

 

Comunque, personalmente, un pensiero simile mi è venuto l'anno scorso vedendo "An Elephant Sitting Still" di Hu Bo: l'ho trovato sì bello, anzi, azzarderei bellissimo seppur a tratti, ma volutamente estenuante e punitivo. Il film dura quasi 4 ore ed è composto da tutti gli stilemi di un certo (finto)realismo: pedinamenti, semisoggettive, pianisequenza infiniti, regia opprimente-soffocante, tutto volto a descrivere un mondo cupissimo, una società malata e un'umanità perduta, sola e che non ha nessuna speranza di riscatto. Quest'opera prima così profondamente e intimamente deprimente è di un regista che si è suicidato a 29 anni. Benché extra-testuale, è un elemento che dimostra comunque una visceralità, una totale simbiosi con la propria creazione artistica, che gente altrettanto severa ma clinica e anempatica come Seidl non possiede manco lontanamente. Quindi che fare? Lamentarsi perché è cinema punitivo, senza speranza etc. oppure esaltarlo proprio per questo? Una parte della critica e della cinefilia più giovane è andata ovviamente in visibilio considerandolo un capolavoro assoluto, mentre io, come detto, qualche dubbio ce l'ho e magari lo rivedrò in futuro. Ma non mi verrebbe mai di dire "che palle sto cinema disperato, pesante etc etc", perché non è che di opere del genere se ne vedano così tante in giro. Anche la questione "supporto della critica" andrebbe interrogata: quale critica? Con quale capacità persuasione? Insomma in quanti l'hanno visto e amato? E stessa cosa si può dire di "Hard to be a God" che non mi pare abbia proprio fatto il giro del mondo (se non erro anche nelle classifiche del decennio l'abbiamo inserito solo io e Zucchi). Mi paiono i classici film per i quali magari trovi 2-3 critici infervorati, mentre la sola IndieWire ti pubblica 50 articoli su "Piccole donne" della Gerwig.

 

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#10 solaris

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Inviato 28 febbraio 2021 - 22:52

Sono anch'io fresco della visione di An elephant sitting still* e ho avuto la stessa impressione di pessimismo punitivo (anche rispetto a molti altri film cinesi che raccontano la realtà provinciale e disincantata – a proposito, secondo me si potrebbe parlare di scena), ma non trovo corretto impostare una valutazione trasversale su questo punto (i film pessimisti son da esaltare/ecc). Perdonate la banalità, ma c'è caso e caso. Anche senza considerare per forza elementi extra-testuali (Hu Bo si è suicidato per dissidi coi produttori e non si rivedeva per nulla nel film... vai a sapere). Insomma non è facile distinguere il discorso sincero dal pessimismo di maniera, ma è lì il punto dirimente (e inevitabilmente soggettivo). Probabilmente questo tipo di film si conquista più facilmente il beneficio del dubbio di critici timorosi di pestare una merda.

 

* altri mi son piaciuti di più ma comunque è bello per quanto sembri punitivo, trascinato e autoindulgente


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#11 جوسر

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Inviato 01 marzo 2021 - 17:40

Non potete immaginare quanto questa cosa si senta sui film a tema lgbt. 

O è cinema di serie C, magari anche graziosa come storia ma girato con tutti i limiti tecnici del caso (fotografia inesistente, regia mediocre, eccetera) oppure si va nel cinema d'autore e lì è il dramma. Bisogna sempre soffrire, separarsi, suicidarsi, e via dicendo.

 

Ora, non voglio che accada come in certi drama thailandesi in cui essere gay non comporta problema a nessuno e vivono tutti in un paradiso terrestre: le difficoltà vanno mostrate o è mettere la testa sotto la sabbia. Però, dopo due ore a subire discriminazioni, struggimenti sentimentali, bullismo o quant'altro, lo vuoi dare un minimo di raggio di speranza nel finale? Niente da fare, tocca patire in eterno.

 

Ormai sono arrivato a un tale punto di insofferenza che se un film a tema LGBT non finisce bene mi viene da considerarlo non riuscito a prescindere (il che è sbagliato, ma davvero non ce la posso fare ashd ).


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RYM ___ i contenuti

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