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Un Tennessee Williams Al Giorno


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#21 Tom

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Inviato 30 luglio 2022 - 15:42

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1960 The Fugitive Kind (Pelle di serpente) di Sidney Lumet

Filmone mi sembra un po' dimenticato, che forse sarebbe rimasto piu' impresso mantenendo il bel titolo originale di Williams, "Orpheus Descending". L'Orfeo in questione e' un Brando che, marlonbrandeggiando al limite dell'autoparodia, incarna un personaggio unico, un bluesman vagabondo e indolente con la sensualita' al quadrato di un Elvis e la ieraticita' del Jim Morrison piu' lucertoloso. Il corrispettivo di Euridice e' invece una Magnani icona dell'afflizione femminile, che andando d'intensita' naturalistica sembra recitare in un altro film rispetto a Brando. Intorno il resto del cast, tra cui spicca una conturbante Joanne Woodward come ninfomane del paese, tutti a fare da coro quasi attonito di fronte a quello scontro tra titani. L'Inferno senza scampo in cui discendere e' il profondo sud americano, forse per la prima volta descritto con tanta virulenza in tutto il suo squallore esistenziale, tra razzismo ammorbante e machismo al limite del ritardo mentale. Memorabile la figura del marito della Magnani, un moribondo che sul letto di morte trasuda letteralmente malvagita'. Film che rischia al limite del grottesco proto-lynchano; non a caso la giacca di pelle di serpente del protagonista trent'anni dopo finira' addosso al Nicolas Cage di Cuore Selvaggio. 


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#22 Tom

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Inviato 01 agosto 2022 - 15:59

Stessa opera, doppio spettacolo.
La prima trasposizione di un testo di Williams e quella che puo' sostanzialmente essere considerata l'ultima.
Vista l'ambientazione newyorkese e' per altro una delle sue opere meno sudaticcie.

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1950 The Glass Menagerie (Lo zoo di vetro) di Irving Rapper
Il Tram di Kazan sarebbe arrivato solo un anno dopo, ma sembrano film di due diverse ere. Fotografia, musica, regia dello specialista Rapper, tutto era ancora nello stile antinaturalistico e trasognato degli anni 40. Williams stesso diede un taglio piu' ottimista a un testo autobiografico in origine ben piu' amaro. Ne usci' un commovente filmone d'altri tempi, quasi dickensiano, dolcemente immalinconito dalla voce narrante che, declinando la storia al passato, dava al tutto un sapore di cose perdute. E' comunque la descrizione di un conflitto generazionale, quello tra una madre resa insopportabile dal suo amore soffocante e i suoi due figli, angosciati dalla meschinita' materna e in cerca di una via di fuga dalla vita in generale. In un certo senso erano gia' "ribelli senza causa", ma doveva arrivare un'altra generazione di attori perche' quella tensione trovasse la sua giusta incarnazione, soprattutto per quanto riguarda gli interpreti maschili: Arthur Kennedy (comunque grandioso) e Kirk Douglas che facevano i "giovani" erano ultratrentenni e sembravano dei quarantenni. Anche se pure lei aveva gia' 33 anni, perfetta invece Jane Whiman nei parti della timida zoppa sognatrice, adorabile incarnazione d'innocenza.

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1987 The Glass Menagerie (Lo zoo di vetro) di Paul Newman
Bellissimo e sottovalutato, come sottovalutata e' stata la minuscola carriera registica di Paul Newman. In un certo senso un film pienamente anni 80, che riportando Tennessee Williams al cinema dopo molti anni di assenza si inseriva sia nel revival anni 50, sia nel filone neo-classico allora imperante e oggi rimosso dall'immaginario. (Era lo stesso anno di "The Dead" di Huston e "Le balene d'agosto" di Lindsay Anderson, tanto per citare due titoli ai tempi venerati e che oggi nella considerazione generale finiscono molto sotto a "Balle spaziali" e "Beverly Hills Cop II".) E' un film 80s anche in un senso piu' obliquo, un'opera postmoderna sul ricordo di un ricordo, con quell'atmosfera autunnale e da realismo quasi-magico che era trasversale a tantissimo cinema di quegli anni; non sempre era un pregio, anzi, ma in questo caso lo era. Rispetto al film del '50 Newman mantiene l'unita' di luogo teatrale e fa emergere tutta l'amarezza della vicenda, ma chiudendo la sua trilogia di spietati ritratti femminili affidati al talento della moglie (uno per decennio, uno piu' bello dell'altro: "Rachel, Rachel" del '68 e "Gli effetti dei raggi gamma sui fiori di Matilda" del '72) si nota una maggior tenerezza e comprensione verso il personaggio della madre.


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#23 Dottor Brewster

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    se ci dice bene finiamo nella merda

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Inviato 02 agosto 2022 - 13:36

Newman, Brando e la Taylor decisamente gli attori più tenneseewilliamsiani della storia, già Monty Cliff è tagliato fuori, psicotico e complesso ma troppo fragile e deficitario di ferocia e sudaticcia sensualità per i giochi al massacro del nostro.

 

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#24 Tom

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Inviato 04 agosto 2022 - 08:28

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1964 The Night of the Iguana (La notte dell'iguana) di John Huston
Il perfetto esempio di pellicola sudatissima e dal clima torrido che avevo in mente quando ho iniziato questa pappardella di topic, con  quel vecchio iguanone di Huston che sembrava gia' guardare a Williams con ironia moderna. Erano due perfetti esemplari di lost generation, non cosi' diversi in quanto a disillusione generale, ma dove il commediografo era fosco e esistenzialista Huston era cupamente vitale, per cui gira il dramma quasi in commedia, con i personaggi che danno l'impressione di essere auto-consapevoli e che non sembrano prendere troppo su serio il simbolismo in cui sono immersi. A cominciare da quello dell'iguana del titolo: un mostriciattolo al guinzaglio pronto per essere cucinato in cui il protagonista alla fine non puo' che rispecchiarsi, liberandolo. Del resto hai voglia di percepire la profondita' della crisi se in scena c'e' un Burton che trapana lo schermo trasudando fascino alcolizzato, che in un Messico sensualone deve scegliere tra Sue "Lolita" Lyon, che con hot pants da galera fa esplodere tutto il sexismo che Kurbick aveva trattenuto, Ava Gardner, quarantaduenne atomica che fa i threesome con i giovanotti da spiaggia (e in Italia causa doppiaggio ci siamo sempre persi la sua voce killer) e Deborah Kerr, che - va beh - fa la zitella angelicata, ma non so quante zitelle come Deborah Kerr capita di incontrare nella vita. E Huston a differenza di Williams non ha ovviamente dubbi su quale sia la scelta giusta.


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#25 Tom

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Inviato 09 agosto 2022 - 09:58

Uno dei poster piu' fighi di sempre?
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1970 Last of the Mobile Hot Shots (La poiana vola sul tetto) di Sidney Lumet
Il ventennio di Williams al cinema si concludeva con tonda precisione e l'ennesimo titolo dimenticato, anche dai cultori di Lumet. Non ho trovato mezzo sottotitolo e capire qualcosa dei dialoghi "sudisti" dei tre personaggi non e' stato facile. Fa ridere che la piu' incomprensibile sia una esplosiva Lynn Redgrave che fa la super-redneck, quando poi era la piu' inglese delle attrici inglesi. Finalmente il sesso e' esplicito, tanto che credo ci sia il primo threesome - per di piu' multirazziale - mai mostrato in un film non erotico. Dopo l'immersione nell'autorialita' europea piu' psichedelica di "Boom!" e' la volta di agganciarsi alla prima ondata New Hollywood post-Easy Rider. Gli umori restano grotteschi e la tragedia ancora si stempera nell'assurdo, con un alcolizzatissimo e canceroso James Coburn che contende al fratellastro nero il surreale possesso di una magione ormai in rovina. Nel memorabile prologo, per giovare di una promozione di elettrodomestici si sposa con una perfetta sconosciuta, una sciroccata, buona e vitale, che si ritrova incastrata nel gioco al massacro tra fratelli. E' lei l'ultima sopravvissuta delle Mobile Hot Shots del titolo originale, un gruppo pop di spogliarelliste, simbolo di una modernita' consumista gia' funerea e morta dentro quanto il Vecchio Sud. Metaforone che usciva bello potente gia' 52 anni fa e che funziona al cubo oggi.


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#26 Tom

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Inviato 12 agosto 2022 - 00:22

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1966 This Property is Condemned (Questa ragazza è di tutti) di Sidney Pollack
E' l'indimenticabilita' di Natalie Wood, che miscela innocenza e sensualita con un'intensita' commovente, a rendere questo film l'ultimo tratto da Tennessee Williams ad aver lasciato il segno nell'immaginario collettivo, ma all'epoca fu un fiasco sia commerciale che critico, stroncato per via del suo stile apparentemente classico e polveroso. Critica miope, solo la colonna sonora a tratti e' un po' troppo old style, piuttosto mi sembra una pellicola incompresa come a pensarci lo sono un po' tutti i primi film di Sidney Pollack. E' invece un'opera fuori dal tempo, una delle trasposizioni piu' poetiche, musicali e puramente cinematografiche di Williams: si veda il quarto d'ora quasi senza dialoghi della protagonista che parte e vaga per New Orleans. Il film e' del resto quasi tutta un'invenzione degli sceneggiatori hollywoodiani (tra cui un certo Francis Coppola), dato che l'originale teatrale era solo un lungo monologo di un unico personaggio che narrava tutta la storia. Pollack cita film di pochi anni prima come se fossero gia' di un'epoca lontana, a cominciare da Il buio oltre la siepe, da cui riprende la giovanissima protagonista Mary Badham (qui al secondo dei suoi soli tre film), a cui affida pero' un personaggio opposto, e a tredici anni la ritroviamo "invecchiata", sola e senza speranza. Film malinconico se mai ne e' esistito uno, che immerge i suoi personaggi in un clima sospeso, dai colori sognanti e dalle luci soffuse, dove anche la tragedia ha la dolcezza di una ballata triste.

 

Un film in fondo perfettamente "1966". E' coerente figurarsi all'epoca qualcuno che esce di casa per andare a vedersi questo film al cinema, lasciando sul piatto del girardischi un Sounds Of Silence, o un Blonde on Blonde, o il primo Tim Hardin.


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#27 Tom

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Inviato 05 settembre 2022 - 12:38

1961-La-primavera-romana-della-signora-S

 

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1961 The Roman Spring of Mrs. Stone (La primavera romana della signora Stone) di José Quintero

Rimasta vedova in viaggio, celebre attrice di teatro in crisi di mezz'eta' decide di pensionarsi in una Roma purgatoriale, piena di giovani marchettari e nobili decaduti e ruffiani. Uno dei molti film "romani" a cavallo dei 50 e 60 della Hollywood da fine impero degli Studios, in crisi di identita' quanto la protagonista. Sempre intensa e inquieta, Vivien Leigh, che centellinava i film, tornava a Tennessee Williams dieci anni dopo "Un tram che si chiama desiderio", in un ruolo che le assomigliava in modo quasi masochistico. Al suo fianco, un Warren Beatty ancora carico dell'esordio in "Splendore nell'erba", che fa il giovane puttano italiano un po' viscido che la seduce. (Anche se a volte sembra piu' un portoghese, tiene a bada l'accento standard italiano hollywoodiano, e quando accenna un "ciao", un "pronto" e un "buonasera" se la cavicchia, dai.) Terza protagonista del film e' proprio Roma, qui quasi tutta ricostruita in studio, quindi fintissima, eppure proprio per quello poetica, crepuscolare, fantasmatica. E chiaramente post-Dolce Vita. Il rischio di uno schematico melodramma sul desiderio frustrato dall'eta' viene disinnescato dal tono asciutto e dall'aristocratica disillusione della protagonista.

 

Curiosamente, l'unica regia cinematografica di un celebre regista teatrale dell'epoca non e' la trasposizione di un dramma di Williams, ma del primo dei suoi due soli romanzi.


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#28 Tom

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Inviato 06 settembre 2022 - 12:13

poster epico asd
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1955 The Rose Tattoo (La rosa tatuata) di Daniel Mann

Inconsolabile vedova italiana affligge con le sue paturnie la figlia adolescente, finche' un tontissimo ma vitale camionista le fa riscoprire le gioie della vita. L'anonimo tuttofare Daniel Mann ci fa un po' la figura dell'imbucato tra le trasposizioni tratte da Williams, quasi sempre griffate da registi di prestigio. Dove non arriva la sua regia ci arrivano la fotografia (del maestro James Wong Howe) e la scenografia, entrambe oscarizzate, che danno concretezza a dei sobborghi di New Orleans lividamente vitali. Altro oscar per la Magnani, che senza freni divora la scena in una storia scritta da Williams appositamente per lei. E infatti e' lei che riesce a dare umanita' e persino un po' di verita' ai numerosi e prevedibili stereotipi sugli italiani di cui gronda la storia, tra sensualita' sudaticcia, sentimenti urlati e cattolicesimo superstizioso. Poi arriva Burt Lancaster, talmente sopra le righe che in confronto la Magnani sembra la regina della sottrazione. Divertente e sagace, ma Williams era piu' a suo agio con la tragedia che non con la commedia, all'italiana per di piu'.


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#29 Tom

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Inviato 12 settembre 2022 - 16:36

Uff, dai che abbiamo quasi finito.

 

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1962 Period of Adjustment (Rodaggio matrimoniale) di George Roy Hill

Per contestare l'accusa di essere capace di scrivere solo drammi che pescavano nel torbido, Tennessee Williams scrisse la sua "first great comedy" adeguandosi ai cliche' della commedia brillante di Broadway e Hollywood, addirittura ambientando il tutto a natale con tanto di neve e cori di strada. Tra le righe non rinunciava comunque ad inniettare il suo veleno, ficcandoci i suoi temi tipici: il sesso motore di tutto, l'impotenza e l'infantilismo maschili, l'ipocrisia femminile, il grigiore borghese, l'infelicita' coniugale (alla fine il succo e' che il "rodaggio" del titolo non finisce mai). E' per altro uno dei rari film che affronta il tema dei reduci della Corea, con uno dei protagonisti sofferente di disturbi post traumatici. Al suo esordio al cinema, dopo averla messa in scena in teatro, George Roy Hill gira una di quelle tante commedie americane degli anni 60 dove il tono e lo stile ancora old style ormai faticavano a imbrigliare un'amarezza di fondo e una disillusione sempre meno contenibili. Anzi, come lo Spielberg di "Prova a prendermi" e "Mad Men" certificheranno quarant'anni dopo, proprio quelle atmosfere ovattate, da servizio fotografico da rivista patinata, finiscono oggi per essere emblematiche di un'epoca sull'orlo di una crisi di nervi. Come forse tutte le epoche, comunque nel caso dei 60 americani quella crisi esplodera' quattro anni dopo con "Chi ha paura di Virginia Woolf?", che, curiosamente, a livello narrativo ha piu' di un punto di contatto con questo.


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