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La Ragazza D'autunno (Balagov, 2019)


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8 replies to this topic

#1 Fox la testa parlante

Fox la testa parlante

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Inviato 22 gennaio 2020 - 11:46

http://www.ondacinem...-d-autunno.html

 

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La recensione c'è, quindi posso fare l'appello: Chi ha avuto occasione di vedere l'opera?

 

Lo chiedo perché sono alla ricerca di una chiave interpretativa per questa pellicola. Non nego un certo spiazzamento da parte mia. 

 

Il lavoro di Balagov è sorprendentemente maturo e certosino. Parlo per cominciare degli apporti eccellenti di scenografie e sonoro (aspetto che mi ha colpito molto è l'attenzione ai dettagli, come il risuonare dei passi nella neve o il costante vocio dei vicini di casa nell'appartamento), dove si opera per sottrazione riuscendo per contrasto a restituire una ricostruzione storica vivida e vibrante.

E parlo poi del fondamentale ruolo della fotografia, eccezionalmente funzionale nei suoi cromatismi esasperati e nella sua matericità quasi rembrandtiana alla resa di un contesto contemporaneamente squallido e disperatamente vitale.

E infine, venendo alle scelte di regia, c'è questa vicinanza (tesnota?) quasi morbosa della macchina da presa alle protagoniste, sicuramente affine alla materia del film e al senso di contemporanea prossimità/soffocamento che sembra esserne l'essenza tematica. Per me difficile non pensare ai Dardenne, anche se lo sguardo di Balagov è meno realista e distaccato e più conturbante.

 

Tutto bene quindi?

 

Non saprei, perché se il film parte come un disincantato affresco corale sulle conseguenze della guerra, tutt'altro che seppellite al giro di boa della vittoria, evolve come un melò un po' forzato e ricattatorio, con momenti "pulp" (passatemi il termine) che mi hanno lasciato un po' freddo, ed approda infine a un dramma "sentimentale" (anche qui, si prenda con le pinze questa brutale semplificazione) che si concentra sul rapporto delle due protagoniste. Troppa carne al fuoco, si potrebbe dire, e un utilizzo forse disinvolto di un momento storico che avrebbe meritato di essere maneggiato in maniera un po' meno strumentale. È pur vero che il legame tra tragedia universale e traumi personali è più volte sottolineato dalla sceneggiatura, però il soggetto del film resta segnato da scarti un po' stridenti.

 

Certo si potrebbe anche leggerlo come una fiaba russa desolata e crudele, e forse in questo modo riuscirei a farmelo piacere di più. Per ora non so comunque. Non male, ma sospendo il giudizio in attesa di apporti chiarificatori dell'utenza di cultura medio-alta. 

 

Ah e poi magari spiegatemi anche il perché di tutto questo verde. È un riferimento beffardo al fatto che il colore simboleggia la vita e la rinascita negate dalla crudezza della realtà? O semplicemente è il colore della stagione primavera 2020?

 

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(qui una delle rare inquadrature senza verde)


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#2 lazlotoz

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Inviato 22 gennaio 2020 - 12:13

Anche io attendo responsi ulteriori. Con il tempo qualcosa è cambiato nella mia testa rispetto al film. Forse quella sensazione di formalismo eccessivo un po' è svanita, e dall'altra un po' si è sgonfiato l'entusiasmo per un pagina di cinema che mi sembrava davvero potente.

Dovrei rivederlo. Ma per intanto sono d'accordo con la recensione asd

 

Quel che dici mi torna tutto, dubbi e convinzioni inclusi.


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#3 rudic

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    Roadie

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Inviato 22 gennaio 2020 - 13:14

Ciò che stupisce in Balagov è la capacità innata nell'urtare lo spettatore con un cinema che non esaurisce la propria forza abrasiva nella perizia artigiana con cui dispone degli spazi, ma riesce a evocare il tattile, l'uditivo - qui sono stati citati i passi sulla neve, io vorrei ricordare il rumore assordante della carta che avvolge le banconote in "Tesnota", quando Ilana rifiuta il matrimonio. Questo al netto di una visualità che a me ricorda soprattutto - per gli accostamenti cromatici complementari e i toni spenti, per il ritratto pubescente delle due protagoniste, per la decadenza erotizzante, per la compiaciuta sordidezza - i dipinti di Balthus. Torna anche, come tratto estetico più che nominale, il tesnota  che dava il titolo al film precedente, e che in russo indica la condizione paradossale di provare conforto e calore malgrado la mancanza di spazio, l'incapacità di muoversi, di respirare. Ma più ancora che lo spazio, è il tempo a schiacciare i personaggi, a inchiodarli alla reciproca disperazione: una Leningrado post-bellica fatta di gelo e macerie, corsie ospedaliere e camini spenti, in cui la speranza sembra svanire come la memoria. E di queste buone cose si è detto a sufficienza.

 

Rimane, malgrado la premura artigiana con la quale il film è opportunamente allestito (e anzi, proprio per quella), una forte sensazione di artificiosità che alla lunga stucca, disorienta. Partendo dal più superficiale dei sensi, la vista: eccessiva, maniacale l'insistenza sugli accostamenti di rosso e verde, sui fuori-campo ansiogeni, sui feroci primi piani, così come appare esagerata la repressione emotiva che ogni personaggio, nessuno escluso, esercita implacabilmente in ogni momento: qual è la madre che non versa una lacrima quando scopre la morte del figlio, qual è il medico che non inorridisce di fronte a un ricatto sessuale? Licenza poetica, vabbé. Ma quanto erano più veri i personaggi di "Tesnota", che pure nelle loro incapacità di rivelarsi, di desiderare, di esprimersi, di reagire, si mostravano ribollenti di emozioni, intenzioni, rimorsi, indecisioni... Masha e Dylda, per quanto le attrici siano bravissime, mi sembrano maschere da meta-récit (o casi da psicologia clinica), personaggi da anti-tragedia beniana. 

 

In conclusione, la somma degli elementi rimane positiva. Ma rimane anche la sensazione che Balagov si sia guardato allo specchio, non necessariamente per vantarsi, magari per riconoscersi; quello che voglio dire è che dal film traspare uno studio eccessivo, come una poesia impeccabile dal punto di vista metrico, ma palesemente forzata, innaturale. Il trucchetto bressoniano della resistenza all'emozione non è stato dosato a pinza e bisturi, ma a malta e cazzuola.


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#4 Fox la testa parlante

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Inviato 22 gennaio 2020 - 13:59

Dovrei rivederlo. Ma per intanto sono d'accordo con la recensione asd

 

È UN BEL REDATTORE

 

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 così come appare esagerata la repressione emotiva che ogni personaggio, nessuno escluso, esercita implacabilmente in ogni momento: qual è la madre che non versa una lacrima quando scopre la morte del figlio, qual è il medico che non inorridisce di fronte a un ricatto sessuale? 

 

Questa cosa io l'avevo vista come una riflessione sull'indifferenza che l'assuefazione alla morte in un contesto bellico induce nell'essere umano. Inizialmente l'avevo anche preso per uno dei temi principali  e dei motivi d'interesse del film (se ci fai caso la quasi totalità dei personaggi ha perso uno o più figli). Poi ho visto che si andava a parare in altre direzioni asd

 

Sul fatto che i personaggi sembrino casi da psicologia clinica hai ragione da vendere comunque asd


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#5 lazlotoz

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Inviato 22 gennaio 2020 - 14:28

Io però la scena del bambino che muore soffocato l'ho trovata davvero eccessivamente "cattiva" rispetto alla narrazione.


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#6 rudic

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    Roadie

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Inviato 22 gennaio 2020 - 14:52

 

Questa cosa io l'avevo vista come una riflessione sull'indifferenza che l'assuefazione alla morte in un contesto bellico induce nell'essere umano.

 

 

No no ma sono d'accordissimo su questo.

Quello che contesto al film è di aver reso questo aspetto con eccessiva enfasi, a cominciare dalla scrittura dei personaggi.

 

Parlando di "assuefazione alla morte in un contesto bellico", mi fai venire in mente un personaggio come lo Sheeran di Irishman: è un paragone difficile perché chiaramente parliamo di due registi, due protagonisti, e due testi audiovisivi, completamente diversi. Però in entrambi abbiamo una riflessione sugli effetti che l'abitudine alla violenza esercita sulla psiche. Anche Sheeran è un personaggio svuotato, freddo, impenetrabile, incerto nelle proprie relazioni personali, che si esprime balbettando... Però uno sembra una persona, l'altro un personaggio; si percepisce con eccessiva chiarezza che i comportamenti di Dylda & co. riflettono le logiche finzionali del racconto piuttosto che le logiche umane dell'esistenza. Rimanendo nella tradizione russa, mi vengono in mente soprattutto Galtzev e Ivan dell' "Infanzia di Ivan", anche lì una freddezza feroce nei rapporti, nello sviluppo delle vicende, ma è una freddezza naturale, come una nevicata, non una freddezza artificiale, autoptica, come quella evocata da Balagov...

 

Riguardo all'uso del verde, io penso questo: verde e rosso in accostamento esprimono un conflitto inespresso e talvolta inesprimibile (non è una novità, il primo ricordo che mi viene in mente è Monica Vitti in "deserto rosso"), la novità in questo senso mi sembra (andando a naso anche nel film precedente) che sono entrambi colori a modo loro caldi, tenui, rassicuranti, che oltre ad esprimere conflittualità esprimono la dimensione rassicurante, materna di tale conflitto. E torniamo al concetto di tesnota che riassume in sé la natura paradossale di una vicinanza, di una contiguità, che è al tempo stesso limite e tana, amore e repressione, come un grembo materno dal quale non si può uscire (non a caso il grembo materno è la problematica principale di Masha). Una condizione rassicurante e soffocante (non a caso il bambino... e non vado oltre per non spoilerare). Tesnota come detto è una forma di pienezza, di mancanza di spazio, ma è una pienezza che deriva da una mancanza, un dolore sordo che riempie tutto... e l'accostamento di rosso e verde, nei drappeggi pesanti, nelle coltri, nelle tende, in arredi e vestiti, riesce a rendere molto bene e in maniera intuitiva questa condizione paradossale di dover frequentare il dolore per poterlo vincere, di voler abitare il dolore per trovare in esso conforto, calore... che è un po' il meccanismo per cui Dylda frequenta Masha...

 

La scena del bimbo: più che "cattiva", per me si tratta dello stesso difetto che serpeggia in tutto il film: una sorta di enfasi, di voyeurismo al contrario che il film esercita sullo spettatore, chiamandolo con insistenza a guardare, a indugiare lungo i rossi, i verdi, le nudità, i corpi, gli impacci, gli ostacoli... 


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#7 Fox la testa parlante

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Inviato 22 gennaio 2020 - 15:39

Però uno sembra una persona, l'altro un personaggio; si percepisce con eccessiva chiarezza che i comportamenti di Dylda & co. riflettono le logiche finzionali del racconto piuttosto che le logiche umane dell'esistenza.

 

La scena del bimbo, per come concepita, mi ha messo sull'avviso, ma a rendermi davvero stridente questo aspetto è tutta la sottotrama legata al ricatto sessuale. Lì il tutto prende una piega innaturale che mi è parsa decisamente forzata. Forse il personaggio che maggiormente si emancipa da questo schematismo e appare più vivo e naturale è Masha. Per me l'imputato principale comunque resta il soggetto: Masha è il personaggio più naturale perché nella trama le è assegnata una parte più "umana", meno forzata, rispetto agli altri protagonisti (anche se... l'incontro con i genitori di Sasha, per dirne una, non è esente da un certo didascalismo, pur parlando di una sequenza che mi è piaciuta).

 

Presumo che una spiegazione della differenza tra questi personaggi e quelli del film precedente (o da quelli del film di Scorsese) possa muovere dal presupposto che questi ultimi prendano spunto da storie realmente accadute. In un caso è vita che si fa cinema, nell'altro cinema che forza la vita nei suoi schemi narrativi. Ma è una vaga ipotesi (anche perché il cinema ha prodotto milioni di personaggi bidimensionali sotto l'egida dell'"Ispirato a una storia vera", non c'è alcuna garanzia nella formula) dato che tra l'altro non ho visto né The Irishman né Tesnota, quindi sto palando del nulla asd


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#8 William Blake

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Inviato 15 febbraio 2020 - 23:23

"Dylda" ha una sua forza formalista: Bagalov al secondo film studia l'inquadratura, la disposizione dei corpi, armonizza arredamenti, costumi all'interno di un preciso concept cromatico. Da questo punto di vista, il lavoro è certosino. Ma mi accodo alle riserve, al contrario dell'urgenza, della vitalità istintiva e a tratti furiosa dell'esordio, in "Dylda" tutto improvvisamente si raggela a "gestus" e la narrazione sembra ripiegata su stessa, forzata nella dimostrazione di una tesi. Anche se è dotato di notevoli fiammate, più procede più il film si sviluppa meccanicamente, attraverso degli artifici di scrittura che sottraggono afflato vitale e naturalezza. E' chiaro, come ha scritto Rudi, che il concetto di tesnota sia a questo punto il fil rouge delle due opere, perché anche questo film parla di relazioni che divengono soffocanti, morbose, privando i personaggi di spazio vitale e libertà. Lo studio cromatico ricorda Bergman (Bagalov cinematograficamente non ha nulla di Sokurov e ho letto che dopo "Tesnota" i due si sono allontanati) e mi pare che il verde dominante e il rosso di sottofondo, con quest'atmosfera dorata negli interni, possa rimandare ai colori del natale e, quindi, al tema centrale della (ri)nascita.


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Ho un aspetto tremendo, e non bado a vestirmi bene o a essere attraente, perché non voglio che mi capiti di piacere a qualcuno. Minimizzo le mie qualità e metto in risalto i miei difetti. Eppure c'è lo stesso qualcuno a cui interesso: ne faccio tesoro e mi chiedo: "Che cosa avrò sbagliato?"

#9 gwoemul

gwoemul

    #2020VISION

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Inviato 17 aprile 2020 - 08:23

Molto d'accordo con i post precedenti. Sul piano formale un grande film, purtroppo la narrazione non viaggia sugli stessi livelli, soprattutto nel finale poco incisivo (avrei tanto preferito un'accelerata furiosa o un anticlimax annichilente).

Da vedere comunque.


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