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Limes


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35 replies to this topic

#1 suche

suche

    Goonie

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Inviato 21 aprile 2017 - 11:08

Apro più che altro per chiedere ai più bravi cosa ne pensano della rivista e di Lucio Caracciolo in particolare.
Poi magari si può postare roba interessante quando si ritiene opportuno.
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Caro sig. Bernardus...

 

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#2 ucca

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    CRM

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Inviato 21 aprile 2017 - 11:14

A me piace molto, ma è un mattone vero. Ne ne ho comprati due numeri durante la recente crisi tra Russia e USA e ci sono articoli molto interessanti, diciamo quelli strategici e prettamente geo politici, altri che vanno un pò troppo nel dettaglio e sembrano per addetti ai lavori (con tanto di mappe, entriamo da qua, sfondiamo da là). 


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#3 suche

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    Goonie

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Inviato 21 aprile 2017 - 11:20

Io ho visto qualche video conferenza con molto interesse, anche se non ne trovo molte e recenti
Mi chiedevo se la rivista fosse leggibile o troppo astruso infatti
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#4 Bandit

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    Lorenzo Righetto

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Inviato 21 aprile 2017 - 12:10

Per me è super, ne ho comprato un numero di recente e il livello mi pare sempre alto, semmai lo stile è un po' cattedratico/pomposo, lo vorrei un po' più agile e anche più asciugato, chi ha il tempo e la concentrazione di leggersi 200 pagine di geopolitica ogni uno-due mesi insieme a tutto il resto? In più costa, insomma se fosse la metà e costasse la metà mi abbonerei seduta stante.


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#5 Financo Mr Repetto

Financo Mr Repetto

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Inviato 21 aprile 2017 - 12:12

A me l'elzeviro tutto autocompiaciuto che apre Limes piace. La rivista costa troppo per i miei gusti, ma se finisco in una biblo comunale mi leggo volentieri quel pezzo di apertura, perchè comunque dà un quadro articolato, ad ampio respiro e tutto sommato chiaro. I singoli articoli sono invece molto più specifici. Ne leggo ogni tanto qualcuno di cui mi interessa il titolo ma non arrivo quasi mai alla fine.
Lucio Caracciolo scrive anche per Repubblica e, secondo me, è un divulgatore molto bravo. Quanto sia quotato in ambito accademico, però, non so. Probabilmente sono altre le riviste di riferimento, anche quelle divulgative. E saranno americane o francesi (Foreign Affairs, Le monde diplomatique?).
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#6 ucca

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Inviato 21 aprile 2017 - 13:08

Le monde diplomatique

 

 

 

https://ilmanifesto....e-diplomatique/


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#7 Monzaemon

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Inviato 21 aprile 2017 - 16:06

Io l'ho scoperto casualmente tipo 2-3 anni fa (da studente di relazioni internazionali, arg!) e per un breve periodo li comprai tutti ogni mese, oltre a riprendere quei vecchi nel reparto della biblioteca quasi sempre del tutto deserta dell'universitá. Poi boh, dopo un po' mi son stufato, gli argomenti sono sempre gli stessi (il medio-oriente, la turchia, russi vs USA), tanto vale leggere direttamente il sito. 

 

Compro solo quelli che trattano parte del mondo abbastanza poco conosciuta, dunque quella sull'Africa (4 articoli sul Lago Ciad) o quello sul Vietnam, tra quelli recenti. 

 

Cmq sia al buon Corrigan sta sul cazzo tale rivista.


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#8 suche

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Inviato 21 aprile 2017 - 17:30

Ah pure questa non va bene a Corrigan?
Spero in un suo intervento
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#9 Financo Mr Repetto

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Inviato 22 aprile 2017 - 07:18

Le monde diplomatique[/size]

 
https://ilmanifesto....e-diplomatique/

Interessante. Il 15-16 del mese leggo. Quanto costa boh
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#10 Nijinsky

Nijinsky

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Inviato 24 aprile 2017 - 19:14

Una volta poco.
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Siamo vittime di una trovata retorica.


#11 suche

suche

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Inviato 13 novembre 2019 - 08:18

Ah pure questa non va bene a Corrigan?
Spero in un suo intervento

me lo stavo chiedendo di nuovo ieri ascoltando sti interventi sulla cina e Hong Kong asd

 


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#12 suche

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    Goonie

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Inviato 12 giugno 2020 - 21:12

Stiamo aspettando ancora la risposta del principe Corrigan.
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#13 ucca

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Inviato 12 giugno 2020 - 21:53

Un po'tutti
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#14 corrigan

corrigan

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Inviato 13 giugno 2020 - 07:56

*
POPOLARE

Succo, tu sul forum giochi a fare un personaggio (triste), quindi a priori non dovrei risponderti perché è tempo perso (alla fine scriverai un post di una riga della serie “non mi convince” come tante altre volte) e perché per rispondere seriamente ci vuole tempo. Però visto che è il weekend e il semestre è finito, provo ad abbozzare una risposta, non a te, ma a chi come Tana, per qualche motivo è curioso delle mie opinioni su Limes.

 

1) Il problema delle “fondamenta”. Il paradigma teorico alla base di Limes è imperialista e nazi-fascista. Mi spiego meglio, visto che è (solo in parte) una provocazione. Limes nasce nel ‘93 come “rivista geopolitica”. La “geopolitica” alla quale fa riferimento, è una versione popolarizzata e aggiornata di quella che oggi viene definita in ambito accademico come “geopolitica classica”. Essa fu sviluppata tra il 1890 e la Seconda Guerra Mondiale. I nomi di riferimento sono Kjellen, Mahan, Mackinder, Haushofer, Spykman. Concetti al centro dell’ideologia nazista, come il Lebensraum, nascono direttamente da quel milieu. In linea col clima intellettuale dell’epoca, questa Geopolitik si presentava come classica pseudo-scienza di fine Ottocento/primo Novecento, poiché, in concerto con altri paradigmi dell’epoca come il “razzismo scientifico”, provvedeva a creare giustificazioni per l’espansionismo del “nuovo imperialismo” occidentale del periodo. Mentre le radici della geopolitica classica sono fondamentalmente anglo-americane (anche se Kjellen era svedese), dopo la Seconda guerra mondiale essa venne associata quasi esclusivamente alla Germania nazista, e rifiutata in toto nell’accademia americana e britannica. Qui bisogna notare che la disciplina accademica delle “relazioni internazionali” nel modo in cui la concepiamo oggi è un progetto transatlantico che ha le sue origini negli anni ’30 (E.H. Carr) e la sua maturazione nei ‘50. Lo sviluppo di quello che oggi viene chiamato “realismo classico”, in particolare grazie ai lavori di Hans Morgenthau, contribuì in maniera decisiva alla damnatio memoriae della geopolitica classica, che continuò fino alla fine della Guerra Fredda. Immanuel Wallerstein rappresenta forse l’unica vera eccezione a questa tendenza. Apro una parentesi qui: è vero che durante la Guerra Fredda sia a Washington che a Mosca alcuni fondamentali policy-makers dimostrarono una visione “geopolitica”, in particolare Zbigniew Brzezinski, ma in America queste tendenze non si sono mai ridotte in realtà agli schemini “heartland-rimland” - in altre parole la tradizione americana degli studi sulla grand strategy (Gaddis) non è la geopolitica classica. La situazione è diversa per l’URSS, ma ovviamente i diktat ideologici impedivano un confronto onesto e sistematico con la geopolitica classica. Chiudo la parentesi.

Alla fine della Guerra Fredda vi è stata una riscoperta in Europa, sia “a sinistra” che “a destra” della geopolitica classica, in particolare in Italia, con Caracciolo appunto - che si è poi creato il suo orticello nella provincia accademica italiana, in Russia, coi fascisti che piacciono a Fusaro e a Piersa, e che piacerebbero a Ucca se qualcuno non gli dicesse che sono fascisti; in misura minore anche in Francia e Germania. In questi contesti la riscoperta della geopolitica classica ha una funzione di critica “di bassa lega” dell’ideologia liberale ed egemonica americana della fase unipolare (1991-2008). Tale critica, tuttavia, non ha mai attecchito nel mainstream dello studio della politica internazionale (che è innegabilmente e necessariamente condotto in inglese). Non perché è “anti-americano” come il layman italiano probabilmente pensa, ma perché, quasi in contemporanea a questa riscoperta “continentale” della geopolitica classica, emersero altri paradigmi ben più potenti di critica dell’egemonia americana: in particolare la “geopolitica critica” (John Agnew) e gli orientamenti “gramsciani” che fanno capo a Robert W. Cox. Anche questi paradigmi hanno i loro enormi problemi, ma questo è un altro discorso.

Veniamo finalmente al punto adesso: per i motivi che ho spiegato sopra questa nuova “geopolitica classica” (che non chiamo “geopolitica neoclassica”, perché essa esiste già ed è ancora un altro tipo di paradigma) è rimasta ai margini del discorso e soprattutto del metodo accademico. Quindi piuttosto che articolarsi tramite canali professionali (e quindi via peer-reviewing), essa si è sviluppata ai margini: riviste come Limes, siti internet, case editrici improbabili. Si è chiusa in sé stessa, nella sua logica autocontenuta, senza alcun reale confronto col resto della disciplina. D’altra parte, questo confronto sarebbe impossibile, se non imbarazzante: messa a confronto con uno qualsiasi dei maggiori paradigmi di studio della disciplina (realista, liberale, costruttivista) il meccanicismo insito nella geopolitica di “scuola Limes” risulta immediatamente povero, elementare. È un approccio che manca di qualsiasi tipo di complessità, dove non c’è spazio per gli input fondamentali che provengono dalle scienze sociali, e dove si da’ troppo peso alla “storia” (qui intesa come una serie di approssimazioni di grana grossa che crea pattern dependency a mo’ di forza di gravità). Chiunque abbia studiato relazioni internazionali credo possa testimoniare l’assurdità di un approccio che riduca o salta completamente a piè pari questioni enormi come l’anarchia, il bilanciamento, il problema struttura-agente, il ruolo dell’identità nelle relazioni internazionali, e riduca tutto ad alcune mappe colorate. Ad esempio: non ne ho mai parlato direttamente con Syd, che queste cose le ha studiate, ma sono abbastanza sicuro che sia della mia stessa opinione. È anche un approccio fondamentalmente “disonesto”, qui uso il termine in ambito accademico, perché - correggetemi voi lettori abituali se sbaglio - non credo ci sia mai stata una reale discussione delle fondamenta geopolitiche di Limes all'interno della rivista (per restare in tema di pseudo-scienza).

 

2) Il problema “editoriale”: Si potrebbe affermare che, essendo rivolta ad un pubblico “interessato ma non specialista”, questo problema delle fondamenta non sia significativo. È innegabile però che la rivista si presenta con e trae vantaggio da un’aura di auctoritas accademica (basta leggere i post qui sopra) che, spero a questo punto sia chiaro, non ha alcuna reale giustificazione. Limes è da anni, per inerzia, la rivista che – anche grazie a Repubblica – un certo tipo di lettore italiano comincia a leggere ad approcciare quando pensa che è arrivato il momento di fare un salto di qualità e capirne un po’ di più di affari internazionali. Di conseguenza gioca un fondamentale e dannoso ruolo “didattico” nel pubblico. È questo il motivo principale del mio “odio” verso la rivista.

Ciò che definisco come “problema delle fondamenta” ha poi ovviamente conseguenze dirette nella linea editoriale, nella formazione delle persone che lavorano e costituiscono Limes, una rivista che esiste all'interno delle logiche baronali e provinciali dell’università italiana, fatta di clientelismo e tuttologia – tutti fattori che creano una asimmetria grottesca rispetto agli argomenti trattati. In altre parole, chi studia la disciplina con profitto, non finisce a lavorare per Caracciolo su Limes.

Riporto qui un post che ha girato abbastanza tra gli accademici italiani su fb di qualche mesa fa, scritto da Mauro Del Pero di Sciences Po:

Non ho mai preso granché sul serio Limes. E come me credo tutti gli studiosi seri di cose internazionali che conosco e con i quali mi è capitato di collaborare. Il lessico e le categorie da risiko de noantri; le accese mappe policromatiche che come sempre dicono molto di più di chi le produce - e delle sue fantasie - che della realtà che dovrebbero illuminare; la tuttologia a geometria variabile del suo direttore; i tanti strampalati articoli, spesso scritti da ragazzi giovani e non poco ingenui. Mi è capitato una volta di discutere con uno che lì si occupa di Usa, dal quale venni letteralmente aggredito: mi spiegò – con arrogante vacuità - che non si può parlare di cosmopolitismo per Obama visto che parla solo l’inglese e che non esiste una politica estera statunitense dato che la politica estera la fanno ormai gli stati (un’altra delle voghe debitamente mappate di qualche tempo fa fu quella delle macro-regioni geopolitiche Usa). Insomma, il livello è un po’ questo. Ma l’editoriale ultimo di Caracciolo mi sembra le batta davvero tutte. Un essenzialismo grottesco si combina con grossolanità storiche che se ce le dicesse uno studente alla triennale lo cacceremo senza esitare. “Contro la vulgata antitaliana cui troppi italiani volentieri sacrificano, la nostra nazione” scrive Caracciolo “non è artificio di un complotto chiamato Risorgimento. È espressione di una sostanza antropologica, linguistica, culturale dalle radici bimillenarie.” “Con la esangue repubblica non sarebbe però seppellita la nostra identità. L’idea di Italia. Mito davvero formidabile, capace di attraversare i secoli con andamento carsico senza coagularsi in Stato, dopo che la sua versione romana, codificata tra Augusto e Diocleziano, affondò con l’impero.” “Evaporata la nebbia europeista di misconosciuta marca americana, eccoci seminudi ad affrontare le onde della storia.” “La nebbia europeista di misconosciuta marca americana”; la “versione romana” della grande Italia; l’“esangue repubblica”; la “sostanza antropologica” dalle "radici bimillenarie" di cui saremmo espressione. “Sostanza antropologica” dalle "radici bimillenarie". Sì: l’ha scritto davvero. Non è uno scherzo.


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#15 piersa

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Inviato 13 giugno 2020 - 08:41

Trovo molto oneste le tue parentesi, quelle in cui fai la sintesi del tuo argomentare, diciamo così, ed essa è: (tanto che parlo a fare, sono fascisti, applauditemi). Avessi parentato W LA FIGA mi avresti strappato un sorriso, ma te la sei cavata uguale, col compendio di Wikipedia ad usum Succi, che apre un 3d per LIMES.
Piuttosto, seriamente: scendi a patti con la Cina, sei fiducioso di una sufficiente autonomia che non sarà di ostacolo al tuo futuro, o cosa? Parliamo di cose serie, ecco.
PS: spero tu non abbia mai letto per davvero Haushofer, ti crollerebbe un mondo. Potresti rispolverare i due re cui cadde la testa.
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#16 Monzaemon

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Inviato 13 giugno 2020 - 16:15

Corrigan, grazie mille, risposte esaustive!

 

Tana, per qualche motivo è curioso delle mie opinioni su Limes.

 

 

spieghiamo: mi sto laureando in IR e da noi (Torino) Limes viene atteso, letto e visto come fonte autorevolissima, dunque da grande provocatore mi interessava leggere le critiche di un'altro osservatore autorevolissimo come il nostro Corrigan. 

 

In difesa di Limes posso dire: le introduzioni poetiche di Caracciolo o chi per lui nessuno lo piglia sul serio. Fortunatamente un numero è composto da diversi articoli (una ventina) di cui la maggior parte sono dei case studies scritti da osservatori terzi sui quali l'influenza dell'approccio alla geopolitica di Limes può dirsi pari allo zero o comunque minima. In parole povere: la geopolitica classica non ha una grande rilevanza nelle dinamiche e nella composizione dei numeri, fortunatamente. Cosi può succede che in un numero ci si imbatte in una serie di articoli interessanti, come anche in minchiate allucinanti: sta dunque alla preparazione del lettore il compito di dividere le informazioni utili da quelle poco precise e/o cazzate figli di ragionamenti fascistoidi. Io personalmente tra le ultime uscite ho trovato molto interessante quello riguardo l'Artico


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#17 ucca

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Inviato 13 giugno 2020 - 21:35

Una cosa che ho notato lavorando con i professoroni che appena possibile parlano malissimo di un collega dandogli dell'incompetente. Poi magari fanno pace e improvvisamente cambiano idea, sempre da un punto di vista tecnico ovviamente
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#18 piersa

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Inviato 14 giugno 2020 - 07:53

Vi perdono.
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#19 Eugene

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Inviato 14 giugno 2020 - 09:25

Solo io provo un senso di "fisico disinteresse" quando mi avvicino a uno scaffale con sopra i numeri di Limes? Ho sempre avuto l'impressione di autori che si parlano addosso.


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#20 suche

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Inviato 14 giugno 2020 - 09:38

Da quando Corrigan ha fatto capire che Limes è una cagata, o più precisamente in concomitanza della sua critica ad una già mia forma di rifiuto da teoremi fissi e quindi portatori di morte della critica stessa, ho inziato a cogliere la ripetitività anche piuttosto goffa nell' esporre le dinamiche dei rapporti internazionali sempre legate ad una sorta di inevitabilità, dove l'inevitabile è svelato da Limes stesso.
Loro la chiamano strategia, ma in questo modo non si tiene conto che se questa è lo scenario ed assieme il modo unico di cavalcarlo con successo, beh allora addio alle rivoluzioni, anzi addio all'evoluzione proprio. Forse non è il lavoro di uno studioso di geopolitica fare lo storico, ma credo che lo storico abbia assieme più strumenti e meno ansia di previsioni e quindi più senso della realtà.
Da qui forse nascono le visioni poetiche di Carracciolo, in questa ansia di previsione, dove il passato è solo strumento di teoremi che necessitano di giudizi di merito e non di semplici considerazioni di una storia che non può essere giudicata nella sua relatività e complessità unica.
Ma comunque non mi disturbano le farneticazioni del tipo di Carraciolo citate da Corrigan alla fine del suo post, sono forse li le parti più interessanti, ma come dice lo stesso Corrigan, non è quello un modo serio di fare studi sulle relazioni internazionali, ma d'altronde non sono un accademico della materia. Non vorrei che l'accademia geopolitica sia più seria e ancora più strampalata asd.

PS:Questo post non mi convince neppure a me, vedrò più avanti se regge
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