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Mia Madre (Moretti, 2015)


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138 replies to this topic

#1 strangelove

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    Scaruffiano

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Inviato 17 aprile 2015 - 12:56

Racconto dell'elaborazione anticipata di un lutto e di un disorientamento esistenziale, "Mia madre" punta a disarmare la finzione, dismettere le maschere, perseguendo tenacemente l'autenticità, della vita come del cinema

 

moretti-madre-locandina.jpg

 

http://www.ondacinem.../mia_madre.html


  • 9

#2 dUST

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Inviato 17 aprile 2015 - 13:12

Trattengo il mio + fino a quando non avrò visto il film: 9, addirittura


  • 0

 mi ricorda un po' Moro.

 

 

 

 

Con trepidazione vivo solo le partite dell'Inter.

 

 

 

Io non rispondo a fondo perchè non voglio farmi bannare, però una cosa voglio dirla: voi grillini siete il punto più basso mai raggiunto dal genere umano. Di stupidi ne abbiamo avuti, non siete i primi. Di criminali anche. Voi siete la più bassa sintesi tra violenza e stupidità. Dovete semplicemente cessare di esistere, come partito (e qui non ci si metterà molto) e come topi di fogna (e qui sarà un po' più lunga, ma cristo se la pagherete cara).

 

 


#3 SteSan

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Inviato 17 aprile 2015 - 13:23

9, addirittura

 

Mi è parso il film più bello di Moretti da "La stanza del figlio" (e migliore, più importante, più maturo di quello).

Dunque se c'è un capolavoro della seconda parte della filmografia di Moretti (ultimi 20 anni) è questo. Dunque 9, come spetta a quelli che appaiono i capolavori firmati da un grande regista.

Il perché cerco di dirlo nella recensione. Prescindendo dai forti contenuti "emotivi" del film (che non sono certo quelli che fanno da soli, di un film, un capolavoro).

Naturalmente mi sono sbilanciato: dopo una sola visione il rischio c'è sempre. Ma occorre assumerselo.

Stefano


  • 1

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#4 dUST

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Inviato 17 aprile 2015 - 13:30

La stanza del figlio mi ha steso - ed è tanta roba, visto che Moretti non è il mio drop (non che mi dispiaccia, nemmeno)

Motivo in più per andarlo a vedere (sarei andato comunque asd)


  • -1

 mi ricorda un po' Moro.

 

 

 

 

Con trepidazione vivo solo le partite dell'Inter.

 

 

 

Io non rispondo a fondo perchè non voglio farmi bannare, però una cosa voglio dirla: voi grillini siete il punto più basso mai raggiunto dal genere umano. Di stupidi ne abbiamo avuti, non siete i primi. Di criminali anche. Voi siete la più bassa sintesi tra violenza e stupidità. Dovete semplicemente cessare di esistere, come partito (e qui non ci si metterà molto) e come topi di fogna (e qui sarà un po' più lunga, ma cristo se la pagherete cara).

 

 


#5 SteSan

SteSan

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Inviato 17 aprile 2015 - 13:39

Ah be', visto che sbuco praticamente fuori dal nulla qui sul forum almeno :D Ci tengo a dire che non sono un "morettiano". Il film mi è piaciuto molto, punto: quando parlo di grande regista, lo dico non perché ritenga Moretti un grande regista per preconcetto, ma perché obiettivamente in "Mia madre" si vede la mano di un grande regista.


  • 0

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#6 cool as kim deal

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Inviato 17 aprile 2015 - 13:50

voglio crederci!


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#7 Moontesquieu

Moontesquieu

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Inviato 19 aprile 2015 - 08:46

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Ancora una volta, bello, bellissimo film di Nanni nostro. Se Habemus Papam per me era riuscito solo in parte, con scene molto azzeccate ed altre più piatte, questa invece sembra davvero un' opera compiuta e matura dall' inizio alla fine. A Moretti piace interpretare sé stesso, in questo senso è stata decisiva la scelta di far interpretare il suo ruolo ad un altro attore, fare un passo indietro e provare a guardarsi da dentro la pellicola (interpreta comunque un ruolo importante) ma da un punto di vista esterno. La scelta di un' attrice può essere stato un' escamotage per evitare il complesso di Edipo, come si dice in recensione, ma probabilmente c' è dell' altro. 

Elaborando questo meccanismo è stato possibile concepire un film che parla di tante cose:

 

- Di cinema: e questa è un po' una fissazione di Nanni, da "Io non parlo di cose che non conosco", per passare alla recensione di Heat alla mitologica scena in cui fa piangere il critico cinematografico (chissà quanti musicisti vorrebbero fare lo stesso con la redazione di  :OR: asd). E' una pellicola sulle difficoltà del suo lavoro, ma soprattutto sulla sincerità che si pretende che il cinema d' autore dovrebbe riuscire a restituire, alla forzata convinzione che esso debba interpretare la realtà. Si parla anche del rapporto tra attore e regista, delle debolezze di un regista rigoroso ma confuso dai suoi stessi schemi mentali, della vanità dell' attore ma anche della difficoltà di fingere per mestiere, dell' esuberanza come rimedio ad una sensibilità troppo spiccata.

 

- Di perdite: ed anche qui mi è piaciuto molto il modo in cui ha affrontato questo argomento. Non tanto da un punto di vista intimistico, scavando nel dolore dei personaggi (se non nella scena finale dove arriva all' apice di un doveroso climax emozionale), ma da un punto di vista pratico, delle piccole scelte pragmatiche che si devono fare nella gestione alla fine della vita di un proprio caro e a quelle che si debbono fare subito dopo la scomparsa del caro. Il dolore c' è per tutti, ma quello che ci distingue sono proprio le piccole scelte concrete: che fare dei vecchi libri, quando portare il proprio caro a casa, come annunciare la notizia, come gestire le visite degli amici ecc. ecc. 

 

- Di politica: forse da questo punto di vista il suo film più disilluso, ma aggiungo anche sincero, e forse non potrebbe essere altrimenti. I temi sociali rimangono sullo sfondo, non è che Moretti non li senta pi come propri, ma forse la sua visione antropologica comincia a mutare. L' uomo rimane animale sociale, ma quando il proprio micorcosmo di affetti autentici è sconvolto tutto rimane sullo sfondo, tutto è più sbiadito, perde di importanza. Persino la vicinanza alla classe operaia (che comunque c' è) non risparmia una visione critica verso alcune modalità di protesta, come per me accade nella scena iniziale del film.

 

- Di incomprensioni: come accade tra Margherita ed il compagno, che solo libero da vincoli affettivi riesce pronunciare parole di verità. Ma ancora nelle difficoltà di una madre a comprendere una figlia, di un fratello a comprendere una sorella, di un capo a comprendere le scelte di un sottoposto e viceversa in ambito lavorativo, dell' umanità a comprendere il latino. In fondo mi sembra che Mia Madre parli anche della difficoltà di instaurare una comunicazione autentica e sincera. Molto significativa a questo proposito la scena del "parcheggio". Da questo punto di vista il riferimento è sicuramente la mamma di Margherita e Giovanni, non a caso il personaggio fisicamente più debole, quello che pronuncia le due frasi chiave sul tema "L' importante è andare oltre il primo significato del verbo (inteso come parola n.d.r.)" e la chiusura del film "penso a domani".

 

Fondamentalmente ho l' impressione che con questo film Moretti voglia sottolineare la sua incapacità a descrivere il mondo, cerchi di capire e descrivere sé stesso senza riuscirci. Altro che io sono autarchico.

 

 

Edit sulla recitazione:

- Nanni mai così asciutto e semplicemente bravo.

- Turturro è uno degli attori più sinceri in circolazione e non lo scopriamo oggi.

- Margherita Buy BELLISSIMA.


  • 11

#8 Paraponzipò

Paraponzipò

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Inviato 19 aprile 2015 - 20:25

Appena visto, mi ha lasciato un po' interdetto. Non perché non sia un bel film eh, ma perché ancora non riesco precisamente a determinare quanto lo sia. Francamente mi ha sorpreso molto tanto pragmatismo, tanta linearità, perfino la scelta di un'attrice (eccezionale) come la Buy, così quadrata e diametralmente opposta al Moretti attore. Tutte scelte che vanno in una direzione ben precisa, e giustificata più volte nel corso del film (nella lunghissima coda all'entrata del cinema Moretti che dice alla Buy che fa sempre lo stesso film, senza mai lasciarsi andare a qualcosa di più più intimo; durante l'intervista in cui la Buy cerca di giustificare l'impegno sociale del suo film e nel frattempo si ritrova a pensare che a quella stessa richiesta di impegno non è in grado di rispondere davvero), e che vuole con tutta probabilità essere una decisa scelta di rottura. E che, appunto, come ogni tentativo di rottura, riuscito o meno, va elaborato. Al punto che a tratti sono arrivato a chiedermi se la progressiva levigatura della poetica di Moretti negli anni fino a un film del genere non sappia perfino un po' di compromesso.

 

Devo dormirci su prima di decidere se il film sia un buon film o un ottimo film, come dicevo. Il trio Turturro-Buy-Lazzarini è fenomenale.


  • 0

#9 cool as kim deal

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Inviato 19 aprile 2015 - 20:41

Non andavo al cinema dal 2011, da Habemus Papam.ù

Moon ha detto praticamente tutto, sono ancora fresco di visione e non riesco a formulare bene il vortice di emozioni che il film ha scatenato.

Asciutto, ma non povero, essenziale come mai era stato prima,mai davvero. Autobiografico da far paura. Ma, importantissimo, autobiografico ma tantissimo autoironico (il discorso dell'ex di fronte al paninaro). La scelta della Buy come alter-ego perfetta, e non so se ci sarebbe potuto essere qualcun altro al suo posto, probabilmente non un uomo.

Poi boh, alla fine è un'autoesorcismo di una storia che capita a tanti, quasi a tutti. Io praticamente dal quinto minuto o giù di lì (la splendida scena della fila interminabile con Cohen Leonard) ho lasciato cadere ogni corazza, anche se non me ne ero portate, e non faccio che pensare a quando (se) toccherà a me vivere
Spoiler
. Per di più, come Moretti, anche io non sono uno bravo a dimostrare con le parole il proprio amore, e probabilmente nemmeno con i fatti (la scena della 600 "parcheggiata" è emblematica), e non faccio che pensare
Spoiler
.

Boh, so solo che ho stretto i denti fino a stare male per contenere la commozione, e che all'uscita mi son messo il cappuccio per non farmi vedere troppo, quasi che questo film riesca a ricordarti quanto sei indifeso. Ed ho mandato un messaggio di buonanotte a mia madre.


Ah, si ride, e neanche poco, Turturro veramente impagabile.

Ci sono speranze per Cannes
  • 2
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#10 häxan

häxan

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Inviato 19 aprile 2015 - 23:27

Mi ritrovo in quasi tutto ciò che avete scritto, mi è piaciuta molto la recensione.
Il film è molto autobiografico, si percepisce lungo tutta la pellicola ma affronta la perdita e l'inadeguatezza in un senso più universale, che coinvolge una dura visione sul cinema (sia del cinema morettiano che non, come al solito nei suoi film) e sulle nostre dinamiche relazionali, quelle di una società intera. Fa' benissimo, infatti, Moretti a non mettersi in primo piano, a relegarsi sullo sfondo; la Buy è lui ma al tempo stesso è molto distante dalla sua persona, il film che sta girando è completamente distante dal cinema di Moretti. Quello che è comune è l'inadeguatezza, un tratto distintivo di una società che ha perso ogni riferimento (qui incarnato dal riferimento materno), e fonte di tormento interiore per l'uomo Moretti. Magari il film ha qualche difetto ma mi ha toccato emotivamente in maniera tale da rendermi quasi difficile pensarci troppo criticamente, anche perché ho da poco terminato la visione. È, infatti, una pellicola che coinvolge emotivamente lo spettatore come poche altre volte nella carriera di Moretti, senza mai cedere al facile patetismo, anzi, facendo pure ridere parecchio, come spesso accade con il personaggio di Turturro.
Il climax raggiunto nell'ultima scena mi ha molto commosso e sono uscito dal cinema scosso ma con una vaga sensazione positiva. Non ho potuto non dare un abbraccio a mia madre, tornato a casa.

In sala, oltre me e la mia ragazza, erano tutti sessantenni, un peccato.
  • 1

Quando ero giovane e leggevo Deleuze pendendo dalle sue labbra come una puttanella

 

Non la buttiamo sempre sulla campagna e sulle colline per favore.


#11 MilleLire

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Inviato 20 aprile 2015 - 08:06

Impossibile uscire senza commuoversi dopo un film così profondo ed emozionante, che in un affresco di vita riesce a caratterizzare diversi personaggi accomunati dallo stesso dramma, vissuto su più livelli di trasporto emotivo: la perdita di un riferimento nella propria vita. Riferimento chiaramente impersonificato dalla madre-nonna-donna-insegnante così comunicativa e accogliente ma che si ritrova trasfigurato negli operai a cui viene a mancare la garanzia del lavoro e di una continuità col passato che non c'è più, così come la loro utilità sociale, la stessa che sente di non avere più nemmeno l'aristocratico ingegnere interpretato da Nanni Moretti, riferimento che sente di avere perduto anche la figura più drammaticamente grottesca magistralmente interpretata da John Turturro, che non è più in grado di distinguere realtà dalla finzione: memorabile in tal senso un cambio di scena in cui lui perde la pazienza sul set e sbrocca: “non voglio più finzione: voglio tornare alla realtà!”; e subito dopo la realtà si rivela, nuda e cruda, quasi violenta con Margherita Buy a fianco del letto della madre appena operata che non può parlare e respira intubata. Chapeaux per il Nanni nostrano, dai.


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#12 tiresia

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Inviato 20 aprile 2015 - 09:01

*
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io spoilerizzo un po'...

Ho apprezzato tantissimo l’asciuttezza del film e il suo rifuggire la facile commozione. Dato il tema e il velo quasi plumbeo, al netto dell’ironia e del comico sparsi un po’ ovunque, che avvolge il film poteva essere una pellicola che giocava tutto sulla emotività immediata, e invece no.

Film politico, pochi discorsi, con una manciata di personaggi e un unico micro tema, Moretti è capace di poter offrire una identificazione a molti, per genere, ruolo, età, fascia sociale. Ed è un mondo in crisi, sono tutti in crisi, non solo il contesto macro con l’economia a rotoli e il sistema piccola/media impresa che sparisce, ma anche il movimento operaio non c’è più, ma lo siamo tutti, non è solo Moretti/Margherita che non capisce più il mondo, che non sa leggere più la realtà, ma nessuno sa più leggere la realtà, quella sociale e quella intima e privata (Margherita non vede la crisi della figlia). Una immane stanchezza si aggira per il film: la madre, che è la grande pietra angolare di questa storia, è stanca (per ovvi motivi), ma lo è la regista della sua storia amorosa, del film, del suo attore, della sua vita; lo è Giovanni, stanco, a fronte  della scelta dell’inattivismo lavorativo (potendoselo permettere) è stanco di lavoro in un mondo in cui il lavoro è sempre meno; è stanca Livia di una scuola che non capisce; è stanco Barry all’interno di una realtà finzione in cui davvero non si sa mai cosa sia vero.

E allora il gioco di immaginazione di Margherita, attanagliata dalla paura della perdita della madre e dalla propria crisi individuale, per cui passato/presente/futuro si mescolano, si lega indissolubilmente con lo specchio falsificatore e moltiplicatore che è il cinema, regalandoci tutte quelle bellissime gag in cui Turturro giganteggia.

Film politico perché in questo momento di crisi così ben rappresentato Moretti cerca la logica, chiede e auspica logica, rifugge l’ovvio, la banalità (non fermarsi al primo significato di un verbo sul vocabolario) e recuperando questi principi passatisti forse, non per nulla legati al latino, ci dice chiaramente “pensa a domani” ed è una battuta messa in bocca ad una donna che muore e che sul crinale della morte dice, appunto, “penso al domani”. Perché dal passato e dalla storia se ne deve trarre uno strumento, la logica, per pensare a domani e non un catino di meri ricordi, cosa che continua a fare Margherita e che fanno, ahiloro, gli amici in visita dalla madre, che nostalgicamente cullano e rassicurano. Ma cerchiamo di scardinare uno schema, cominciando dai propri.

La scena della madre che “scappa” dall’ospedale mi ha ricordato il Papa che scappa dal Vaticano; molto bella la parte dell’allagamento della casa che costringe Margherita a tornare nella casa della mamma, dove poi tornerà anche Giovanni, sia per come è irrealmente reso il passaggio fra sogno e realtà, sia perché mi dice un ritorno all’utero attraverso il liquido amniotico; ed è una scena che narra dell’impotenza di questa donna nel governare con mezzi impropri eventi enormi. Splendida l’idea dell’imperterrita negazione della imminente morte della madre da parte di Margherita, molto vera, ci si sente orfani e soli e terrorizzati a qualsiasi età senza genitori.

Dal mio punto di vista film difficile, non nazionalpopolare a dispetto del fatto che in un paese mammone si parli di mamma; gli attori mi son sembrati tutti bravissimi, bella la Buy invecchiata.


  • 16

#13 Claudio

Claudio

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Inviato 20 aprile 2015 - 09:26

io spoilerizzo un po'...

 

Analisi perfetta. E sappi che il fatto che tu non scriva queste cose per OndaCinema è per me motivo di profondo rammarico ;)


  • 4

#14 cool as kim deal

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Inviato 20 aprile 2015 - 09:39

Sento una forte necessità di rivederlo


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#15 tiresia

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Inviato 20 aprile 2015 - 09:45

 

io spoilerizzo un po'...

 

Analisi perfetta. E sappi che il fatto che tu non scriva queste cose per OndaCinema è per me motivo di profondo rammarico ;)

 

la vostra recensione è perfetta, l'analisi del mondo cinema la trovo perfetta. L'ode a Wenders mi sembra forse che guardi alla sua svolta documentarista, ma ci sto pensando, anche se cita per motivi meramente cronologici ovviamente gli angeli di Berlino, che però rimane una grande citazione in tema di visioni oniriche


  • 0

#16 Claudio

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Inviato 20 aprile 2015 - 09:47

 

 

io spoilerizzo un po'...

 

Analisi perfetta. E sappi che il fatto che tu non scriva queste cose per OndaCinema è per me motivo di profondo rammarico ;)

 

la vostra recensione è perfetta, l'analisi del mondo cinema la trovo perfetta. L'ode a Wenders mi sembra forse che guardi alla sua svolta documentarista, ma ci sto pensando, anche se cita per motivi meramente cronologici ovviamente gli angeli di Berlino, che però rimane una grande citazione in tema di visioni oniriche

 

Sì, ma è un rammarico generale, non limitato a questo film (del quale abbiamo pubblicato anche per me un'ottima recensione). Proprio non ce lo faresti un pensierino, eh? :firuli:


  • 0

#17 SteSan

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Inviato 20 aprile 2015 - 11:00

Io penso che non ci sia una vera e propria "svolta documentarista" nella carriera di Wenders.

Il suo interesse prevalente, già nella prima fase della sua carriera (che forse rimane quella più significativa) è per un cinema "incuriosito dalla realtà", contemplativo e antinarrativo (es. Alice nelle città, Nel corso del tempo), interessato più all'osservazione che alla costruzione di un intreccio.

Gli Stati Uniti e la loro mitologia premono dall'inizio però, e c'è una prima svolta in senso narrativo con un omaggio al cinema di genere (L'amico americano) cui segue da un lato il suo documentario/confronto con la realtà più vertiginoso e interessante di sempre, a mio avviso (Nick's movie, dove filma la fine della vita di Nicholas Ray), e dall'altro il tribolato progetto con Coppola (Hammett).

Tra la prima metà degli anni '80 e il 1995 ha alternato film di finzione molto metacinematografici (Lo stato delle cose) a pellicole che documentari lo sono in modo poco canonico: Tokyo Ga è un diario/riflessione che dal Giappone si estende al cinema; Lisbon Story è docu-fiction che vuole riflettere sul rapporto tra cinema e reale. La stessa riflessione è al centro dei film più evidentemente di "fiction" ed è il tema di fondo di Fino alla fine del mondo, che è un'esplicita riflessione sulle implicazioni etiche del registrare e conservare immagini.

 

Da Crimini invisibili in poi (forse il risultato più basso della sua carriera) i suoi film di finzione hanno sempre lasciato perplessi: ma al di là dei risultati va dato atto a Wenders di aver quasi sempre cercato di creare prodotti originali (finendo magari o col ripetersi o col non convincere).

I documentari, invece, per quanto bellissimi, si sono fatti tradizionali (con l'eccezione forse di Pina che è molto ambizioso, anche ma non solo per l'uso del 3D).

Dunque solo negli ultimi 20 anni c'è un'effettiva ripartizione tra fiction e documentario, nel cinema di Wenders. E se è vero che gli esiti migliori li ha dati proprio come documentarista, secondo me una cosa è importante: i documentari sono incontestabilmente poco sperimentali e molto accademici. Nella fiction invece Wenders è regredito a uno stadio giocoso e sperimentale, che se magari non è convincente lo è proprio in quanto "infantile".


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#18 SteSan

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Inviato 20 aprile 2015 - 11:09

 

 

 

 

 

 

la vostra recensione è perfetta, l'analisi del mondo cinema la trovo perfetta. L'ode a Wenders mi sembra forse che guardi alla sua svolta documentarista, ma ci sto pensando, anche se cita per motivi meramente cronologici ovviamente gli angeli di Berlino, che però rimane una grande citazione in tema di visioni oniriche

 

Grazie Tiresia per i complimenti (perfetto però è aggettivo imbarazzante eh) e grazie soprattutto (mi unisco a Claudio) per la TUA analisi.

Non ti avevo letto ancora quando mi ero buttato a scrivere su Wenders, agganciandomi più sopra alla tua osservazione sui documentari di Wenders.

Pensa al primo episodio di Caro Diario, dove Moretti vaga per Roma in motorino e la riscopre un po' come fa Wenders con Lisbona 2 anni dopo in Lisbon Story...


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#19 Scripti Politti

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Inviato 20 aprile 2015 - 13:47

Sono andato a vederlo venerdì sera e prima di appuntare qualcosa volevo pensarci, perché il nuovo film di Moretti è una pugnalata allo stomaco dello spettatore del tutto premeditata. E' giunto ad un livello così alto del suo cinema che oramai la distinzione realtà/finzione è una normalità, come se il resto sia ancora più importante e profondo. Mia Madre riesce infatti ad intrecciare con estrema delicatezza i rimorsi di una madre/regista, l'ottima Margherita Buy, che non ha saputo coltivare con la figlia quel rapporto che è fondamentale in un'adolescenza travagliata. Nanni Moretti è il fratello che avrà sempre rimproverato tutti, partecipe e preoccupato della situazione, ma ha paura del tempo che spesso l'avrà mal consigliato in una vita di serenità apparente. Turturro è semplicemente irresistibile e capace di farti ridere per tutto il film e rabbrividire nell'ultima apparizione, quando si appresta a confortare anche solo con uno sguardo Margherita che è scossa dalla particolarità degli eventi. Come se John ti prendesse in giro per tutto il tempo, per poi scoprire che in realtà i problemi sono comuni a tutti gli uomini, lui in particolare con le frequenti crisi di identità e il tocco geniale di quei film di Kubrick mai girati, ma rimasti sogni nel cassetto.

Viene trattato anche il tema del lavoro, dei licenziamenti e delle fabbriche, ma in un contesto così ampio credo siano quasi in secondo luogo.

L'elemento che più mi ha scosso pero' è la costante presenza della morte, che non trionfa mai del tutto, o almeno, così mi è parso di scorgere all'interno della trama, c'è un alone di speranza, una promessa per un domani diverso, proprio quel domani che congelerà gli ultimi istanti della pellicola.

Questo binomio tra vecchiaia e futuro suggella nel finale più esistenzialista del cinema di Nanni Moretti, e che, lasciatemelo dire mi ha fatto uscire dalla sala per primo e con una emozione tale da convincermi della grandezza delle cose, del cinema e della vita.


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#20 MilleLire

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Inviato 20 aprile 2015 - 18:58

Io in realtà ho sentito ben forte e presente l'elemento di denuncia sociale.
Un po' anche perchè, conoscendo i miei polli, me lo aspettavo: Moretti da sempre, in tutti i suoi film, ama contestualizzare a livello storico e sociale gli episodi che racconta: un film ambientato ai giorni nostri non può prescindere dagli enormi sconvolgimenti sociali che ci stanno investendo. Emblematica è quindi la prima scena che mette lo spettatore immediatamente di fronte all'occupazione della fabbrica da parte degli operai sventata con gli idranti dalle forze dell'ordine e crudamente ripresa da un macchinista sadico che "entra troppo nel dettaglio" per poi svelare qualche istante dopo quello che sarà un altro elemento essenziale del film stesso: la dicotomia finzione-realtà, spiattellata improvvisamente in faccia nel momento in cui la regista ci risveglia urlando: STOOOP. Poi l'elemento torna a cadenza regolare durante tutta la durata del film: la fabbrica che viene acquistata da un magnate straniero che deve per forza licenziare parte dell'organico, fino ad una sorta di "autodenuncia" nel momento in cui Nanni Moretti interpreta praticamente se stesso, nel ruolo di sessantenne benestante, non toccato in prima persona dalla necessità di lavorare, ma sconvolto da altri avvenimenti che lo stanno trasformando e svuotando.
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