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Il Lavoro e i contratti in Italia


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767 replies to this topic

#721 soul crew

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    stocazzo

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Inviato 12 aprile 2014 - 09:58

Non ne ho la certezza ma credo che le medie orarie settimanali degli USA siano tra le più alte in assoluto, e di qualsiasi ambito lavorativo (magari qualcuno mi smentirà con dati certi), detto questo la Cina e la Svezia viaggiano su due mondi diversi proprio, ma era un esempio come un altro, se prendi in Oriente tutti quei posti in cui producono cose tipo hard disk e hardware per processori voglio vederti a fare quel discorso delle 6 ore al giorno.

forse era meglio dire corea o vietnam, ma comunque ho capito.
certo pretendere che una cosa funzioni a meraviglia in tutto il mondo, dove ci sono sistemi e culture diverse, è difficile, ma secondo me prima o poi ci arriviamo tutti.
poi è chiaro che si parla di orario base, nessuno vieta di fare lo straordinario quando serve.

a proposito di paesi disastrati, parlando ad esempio del nostro o di quei paesi con tasso di disoccupazione elevato, potrebbe essere un modo per aumentare i posti di lavoro. il famoso "lavorare meno, lavorare tutti"
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#722 Bara dei pupi

Bara dei pupi

    Pietra MIliare

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Inviato 12 aprile 2014 - 10:01

il famoso "lavorare meno, lavorare tutti"


per me questo vale però solo in lavori tipo: "persona che assembla un determinato prodotto"

ora fa 8 ore e produce 80, ne fa 6 e produce 60 (o 4 e produce 40)

va benissimo ma non per lavori dove non si può quantificare in questa maniera netta (perché c'è dietro un apprendimento, un interagire con altre persone, un lavoro di testa, ecc.)

poi scusa un esempio come il mio sarebbe da pagare uguale a questo punto?
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#723 soul crew

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    stocazzo

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Inviato 12 aprile 2014 - 10:03

poi scusa un esempio come il mio sarebbe da pagare uguale a questo punto?

certo, si parla di riduzione di orario per legge, quindi le retribuzioni devono rimanere le stesse, altrimenti è semplicemente un part-time allungato, che già esiste.

poi per me in certi settori del terziario la giornata di 8 ore non ha proprio senso già ora eh
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#724 Giovanni Drogo

Giovanni Drogo

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Inviato 12 aprile 2014 - 10:04

Più che altro la mia sensazione è che paesi come la Svezia possano permettersi queste sperimentazioni anche perché da qualche altra parte del mondo c'è qualcun altro che fa il lavoro sporco, mentre là in Scandinavia prendono il largo (e sono bravi a farlo) con ricerca e sviluppo e cultura di un certo tipo. E poi sono in pochi, non 100 milioni che devono lavorare tutti come negri.

Ho anche qualche dubbio sul prima o poi ci arriviamo tutti, a meno che non prendiamo unità temporali siderali di qualche migliaio d'anni, in Italia anzi ho come la sensazione che stiamo tornando indietro.
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Statisticamente parlando, non lo so.


#725 Bara dei pupi

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    Pietra MIliare

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Inviato 12 aprile 2014 - 10:06

poi per me in certi settori del terziario la giornata di 8 ore non ha proprio senso già ora eh


per me non ha senso dove di quelle 8 ne viene utilizzata una, a me capita (lo vedete dal numero di post asd)

poi sì magari delle 7 rimanenti ne uso 2 per cose utili attinenti al lavoro (aggiornamento magari) ma ne rimangono 5 da giustificare

e sono sempre un consulente esterno eh, quindi col culo sulla graticola, pensa quanto lavorano i dipendenti che "assisto"

e così tanti altri

ci può essere uno spreco del tempo del 20%, non di più, altrimenti c'è qualcosa che non funziona
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#726 soul crew

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    stocazzo

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Inviato 12 aprile 2014 - 10:08

in Italia anzi ho come la sensazione che stiamo tornando indietro.

ah questo è sicuro, dato che negli ultimi tempi la politica ascolta solo una campana, quella di chi vorrebbe tenere il costo del lavoro basso e lavorare con poche unità.

però la teoria ci dice che la meccanizzazione del lavoro nei settori produttivi e l'informatizzazione in quello dei servizi, rendono certe procedure molto più veloci di un tempo, per cui mi pare una battaglia culturale giusta da portare avanti
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#727 Giovanni Drogo

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Inviato 12 aprile 2014 - 10:11

meccanizzazione del lavoro nei settori produttivi e l'informatizzazione in quello dei servizi, rendono certe procedure molto più veloci di un tempo, per cui mi pare una battaglia culturale giusta da portare avanti


Sì, ma la meccanizzazione del lavoro e l'informatizzazione non sono gratis, ti devi fare un culo così per metterla su e poi saperne gestire la complessità tecnica e sapere dove e come piazzare il flusso di dati che aumenta esponenzialmente, per un operaio in più che lavora meno grazie a questo cambiamento c'è un laureando al MIT che sta sveglio le notti, e pone le condizioni perché ne servano sempre di più altri come lui a gestire tutta questa baracca di automazioni.
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Statisticamente parlando, non lo so.


#728 soul crew

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Inviato 12 aprile 2014 - 10:13


meccanizzazione del lavoro nei settori produttivi e l'informatizzazione in quello dei servizi, rendono certe procedure molto più veloci di un tempo, per cui mi pare una battaglia culturale giusta da portare avanti


Sì, ma la meccanizzazione del lavoro e l'informatizzazione non sono gratis, ti devi fare un culo così per metterla su e poi saperne gestire la complessità tecnica e sapere dove e come piazzare il flusso di dati che aumenta esponenzialmente, per un operaio in più che lavora meno grazie a questo cambiamento c'è un laureando al MIT che sta sveglio le notti, e pone le condizioni perché ne servano altri come lui a gestire tutta questa baracca di automazioni.

per me non ci dovrebbe essere bisogno di quello che sta sveglio le notti, certo in un paese come il nostro anche il laureato vive nella stessa condizione dell'operaio se non peggio, è costretto a lavorare molto con poca gratificazione economica, pochi mezzi ecc ecc
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#729 Bara dei pupi

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Inviato 12 aprile 2014 - 10:14

e pone le condizioni perché ne servano sempre di più altri come lui a gestire tutta questa baracca di automazioni.


e intanto però non c'è una conversione del lavoro nel senso che servirebbero altri come lui che da noi in Italia mancano (e magari si pesca fuori)

mentre di messi comunali che consegnano le multa a mano è pieno

dove è l'errore?
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#730 Bara dei pupi

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    Pietra MIliare

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Inviato 12 aprile 2014 - 10:15


per me non ci dovrebbe essere bisogno di quello che sta sveglio le notti,


soul c'è bisogno nel momento in cui ci sono poche figure del genere, e tante inutili che hanno poco da fare
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#731 Giovanni Drogo

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Inviato 12 aprile 2014 - 10:17

per me non ci dovrebbe essere bisogno di quello che sta sveglio le notti


Non so, non posso dirlo con certezza date le mie conoscenze se serva o meno per riuscire a progredire tecnicamente, c'è anche il mito di quello che lavora con calma e poco perché è portato a livello intellettivo e quindi non ha bisogno di stremarsi, ma non vedo una regola in quest'ambito. Hardy ad esempio era un matematico fortissimo e faceva matematica alla mattina, mentre passava tutto il pomeriggio a giocare a cricket, ma capisci che è un po' dura basarsi sulle sue capacità per stabilire dei limiti negli orari di lavoro. asd
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Statisticamente parlando, non lo so.


#732 Seattle Sound

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    Non sono pigro,è che non me ne frega un cazzo.

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Inviato 12 aprile 2014 - 13:20

Qua nella BASSA esiste ancora il mitodel il vero uomo lavora 25 ore al giorno,io che me ne batto la minchia seguendo i dettami del mistico facendo le 40 ore base vengo visto con gli occhi del sospetto.Poi l'essere pure terrone non aiuta. asd
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Alfonso Signorini: "Hai mai aperto una cozza?"
Emanuele Filiberto: "Sì, guarda, tante. Ma tante..."
(La Notte degli Chef, Canale 5)

 

"simpatico comunque eh" (Fily, Forum Ondarock)

 

"passere lynchane che finiscono scopate dai rammstein"

"Io ho sofferto moltissimo per questo tipo di dipendenza e credo di poterlo aiutare. Se qualcuno lo conosce e sente questo appello mi faccia fare una telefonata da lui, io posso aiutarlo"
(Rocco Siffredi, videomessaggio sul web)


"Ah, dei campi da tennis. Come diceva Battiato nella sua canzone La Cura"


#733 oblomov

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Inviato 12 aprile 2014 - 17:35


il famoso "lavorare meno, lavorare tutti"


per me questo vale però solo in lavori tipo: "persona che assembla un determinato prodotto"

ora fa 8 ore e produce 80, ne fa 6 e produce 60 (o 4 e produce 40)

va benissimo ma non per lavori dove non si può quantificare in questa maniera netta (perché c'è dietro un apprendimento, un interagire con altre persone, un lavoro di testa, ecc.)

poi scusa un esempio come il mio sarebbe da pagare uguale a questo punto?


Appunto, in settori in cui il lavoro è diviso per compiti elementari (la tipica catena di montaggio ma anche gli operatori di cc* e tantissimi altri, chè non sono mica tutti knowledge workers, anzi) se fai un'ora fai x, se ne fai 8 fai 8x, se ne fai 6 fai 6x. Poi ci sono fattori di dispersione e target orari che qualcuno raggiunge e qualcuno no (ma si oscilla sempre lì attorno), però la produttività per ora lavorata non è, purtroppo, l'unico criterio di valutazione (tanto varrebbe fare la giornata lavorativa di 3 ore allora). Anche il costo per unità di prodotto ha un vago interesse. Poi possiamo anche raccontarci che in settori ad alta intensità di capitale tipo automotive un aumento del costo del lavoro non incide, ma è una cazzata. Il 25% di aumento di un costo incomprimibile è un fattore che, se non è diffuso tra tutti i competitors, è la fine di un'azienda. Comunque sul tema è sempre interessante il libro di Rifkin.

*Luoghi in cui comunque già ora, per motivi complessi legati ai flussi e all'organizzazione del lavoro, il ft è abbastanza marginale sul totale degli addetti.
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Soltanto chi non ha approfondito nulla può avere delle convinzioni.

#734 combatrock

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Inviato 12 aprile 2014 - 17:38

Comunque sul tema è sempre interessante il libro di Rifkin.


Quale? La fine del lavoro?
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Rodotà beato te che sei morto


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#735 oblomov

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Inviato 12 aprile 2014 - 17:44

Si, è un po' deterministico ma l'ho sempre trovato lettura di interesse, pur datata.
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#736 Bara dei pupi

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Inviato 12 aprile 2014 - 17:55

Oblomov diventerai peggio di quel mio zio ( vicino a Salerno) che raccontavo, quello con il sansificio

quando morivano gli operai sul lavoro (un paio di volte è successo, scomparsi completamente, mai nessuno li ha ritrovati) li faceva sparire nei macchinari e li maciullava assieme alle olive per fare l'olio di sansa; probabilmente poi regalava quell'olio (che da usare in cucina fa pure schifo) alle famiglie (di quei poveracci) che erano disperate per il dolore della scomparsa
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#737 combatrock

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Inviato 13 aprile 2014 - 12:48

Basta Cina e Romania, il made in Italy sta ritornando a casa

Dal 2009 a oggi rientrate un'ottantina di linee produttive puntando sull'automazione e risparmiando sui trasporti

di MAURIZIO RICCI
A volte ritornano. Dalla Cina, dal Bangladesh, dalla Romania, eccoli di nuovo sulla Riviera del Brenta, sull’Appennino tosco-emiliano, intorno a Firenze, come se il vento della globalizzazione fosse girato di colpo. Soprattutto dopo la crisi del 2008, un numero crescente di imprese italiane sta rinunciando alle strategie di delocalizzazione e rimpatriando intere linee produttive.

Il fenomeno è mondiale, dall'America all'Europa. Negli Stati Uniti, fa addirittura parlare di rinascita dell'industria manifatturiera nazionale. Forse, gli americani esagerano. I numeri, però, cominciano ad essere indicativi, dice Luciano Frattocchi, dell'università dell'Aquila. Insieme a colleghi di Catania, Udine, Bologna, Modena e Reggio, Frattocchi ha costruito un gruppo di ricerca - UniCLUB MoRe - che tiene il conto. Negli Usa, sono ormai 175 le decisioni di rimpatrio, totale e parziale, di produzione. Ma dopo gli Usa, la classifica mondiale dei ripensamenti vede le aziende italiane, con un'impennata a partire dal 2009. Sono 79 unità produttive, che coinvolgono una sessantina di aziende. Circa il doppio di quanto si registra in Germania, in Gran Bretagna o in Francia. In un momento di diffusa paralisi del sistema industriale italiano, le condizioni a cui questi rimpatri avvengono, le loro motivazioni, le scelte strategiche che sottintendono riescono a dire molto, già oggi, di come potrà essere la ripresa prossima ventura dell'economia italiana.

Sulla Riviera del Brenta, non lontano da Verona, Gianni Ziliotto è sul punto
di lanciare un progetto ambizioso per la B. Z. Moda. Produce scarpe da donna di fascia media (100-150 euro al paio) che esporta al 100%, soprattutto in Nord Europa. L'azienda è piccola - circa 11 milioni di euro il fatturato - ma Ziliotto pensa in grande. Rimpatriare il grosso della produzione dal Bangladesh e dalla Cina e puntare sui robot. "Si tratta di automatizzare 6-7 operazioni ripetitive, che oggi fanno solo gli extracomunitari" precisa. "Avremmo, invece, bisogno di periti e ingegneri". É un investimento che si mangia, da solo, l'8-10% del fatturato e, per questo, Ziliotto si muove con i piedi di piombo. Ma è questa la strada maestra che sembrano indicare le ristrutturazioni che, nel mondo, America in testa, accompagnano il rimpatrio delle aziende. Il differenziale fra i salari cinesi e quelli occidentali non è più ampio come qualche anno fa e l'automazione consente di abbatterlo anche in patria. Insieme ai costi di trasporto è una delle motivazioni principali che spinge le imprese al "back-reshoring", come lo chiamano Frattocchi e colleghi. "L'effetto netto sull'occupazione è che i posti di lavoro che si recuperano - conferma Frattocchi - non sono uguali, né per quantità, né per professionalità, a quelli che si erano persi originariamente con la delocalizzazione". Del resto, i consulenti della McKinsey, la bibbia delle aziende, calcolano che, entro dieci anni, fra il 15 e il 25% dei posti di lavoro operai saranno occupati dai robot.

Eppure, se questo è un asse del futuro vicino, non è l'unico. Ce lo spiega la stessa bibbia McKinsey: i robot sono dietro l'angolo, ma "le strategie manifatturiere costruite sul risparmio di costo del lavoro stanno diventando fuori moda". Le variabili in gioco sono di più e sono più complesse. Lo indica lo stesso fenomeno del back-reshoring italiano. A scappare erano state soprattutto le aziende del ciclo tessile-abbigliamento-calzature, colpiti al cuore dalla concorrenza dei salari cinesi o vietnamiti. Ma anche il grosso delle imprese italiane che tornano - quasi la metà - sono di quel settore. E meno del 14% motiva il cambio di strategia con i parametri di costo del lavoro. In media, nel mondo, quelli sono, invece, i fattori decisivi in quasi il 20% dei casi. Cosa spinge, allora, le aziende italiane dei jeans, delle borse e delle scarpe a ritentare l'avventura italiana?

Piquadro, 60 milioni di euro di fatturato negli accessori e nella pelletteria, oggi realizza l'80% della sua produzione in Cina e il 20% in Italia. Recentemente, tuttavia, ha deciso di riportare in Italia i prodotti della gamma più alta. "Li abbiamo affidati, come sempre - spiega l'amministratore delegato, Marco Palmieri - a terzisti, ma stiamo pensando di aprire, in collaborazione con loro, una vera e propria fabbrica nostra, qui nella nostra zona tradizionale, l'Appennino tosco-emiliano". Il motivo si può riassumere nella qualità della produzione artigianale più sofisticata che, in Italia, raggiunge la massima espressione e che è impensabile di trovare in Cina. É la stessa molla che, l'anno scorso, ha convinto un'altra azienda di accessori, la Nannini di Pontassieve a riaffidare a fornitori italiani tutta la propria linea in pelle. La qualità, però, non è l'unico elemento su cui insiste Palmieri. "Noi - dice - vogliamo avvicinarci alle esigenze del cliente. Oggi, uno, sul nostro sito, si può costruire un prodotto tutto per sé, secondo il proprio particolarissimo gusto. E sempre più queste vendite tailor-made online si faranno in futuro. Ora, noi abbiamo sempre usato, per i nostri prodotti, pellami italiani. Cosa facciamo? Prendiamo il pellame, lo spediamo in Cina e poi, quando la borsa è pronta, la reimportiamo in Italia? Magari il cliente si stufa". Quelli della McKinsey ne parlano come di corsa all'"in-time delivery" ed è un altro dei motivi centrali del rimpatrio di molte aziende. Il 42% delle aziende censite da UniCLUB dichiara come decisivo per il rimpatrio l'effetto "made in", made in Italy, nel caso. Una forma di "branding" nazionale, per dirla alla McKinsey, che schiude porte e spiana strade ed è una delle carte decisive della ripresa. Frattocchi racconta di un'azienda, ANDcamicie, che produce camicie in Cina e che è stata avvicinata da un imprenditore cinese che vorrebbe distribuire i prodotti AND in 40 diversi centri commerciali. Ad una condizione, però: che siano certificate come prodotte in Italia. A vendere camicie italiane made in China non ci pensa neanche.
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#738 Bara dei pupi

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Inviato 13 aprile 2014 - 21:56

combat te l'avevo detto che con Renzi puoi dormire sereno
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#739 combatrock

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Inviato 13 aprile 2014 - 22:44

combat te l'avevo detto che con Renzi puoi dormire sereno


asd
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#740 combatrock

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Inviato 19 aprile 2014 - 10:59

Trezzano, viaggio nella fabbrica gestita dagli operai

Un anno dopo, l'esperimento della Ri-Maflow di Trezzano sul Naviglio continua: la fabbrica occupata e autogestita dagli operai è diventata un centro in cui si svolgono tante attività. Il mercato dell'usato, quello ortofrutticolo, lo smaltimento e la rigenerazione di prodotti tecnologici, concerti e mostre, un bar, una biblioteca e anche un piccolo ostello nel quale vivono cinque immigrati. Cercando di prendere esempio dalle fabbriche argentine come la Zanon. Un reddito vero ancora non ce l'hanno, "ma riusciamo a sopravvivere e a essere padroni del nostro destini", dicono loro. Molta utopia, ma pure senso pratico: "Non è facile gestirci da soli: senza responsabilità e impegno personale non sarebbe mai possibile"
di Matteo Pucciarelli

http://video.repubbl...717?ref=HREC1-1
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